Cultura salentina, Saggio

La poesia di Alberto Signore

di Tina Cesari

pagina a cura dell’osservatorio Poetico Salentino


Mi è capitato qualche volta di ammirare la bellezza, gustando, ad esempio, la visione di un’opera d’arte, ma non ero ancora pronta a vederla sgorgare in rivoli dagli occhi e dal naso di un uomo a cui ho asciugato gocce stillanti da fogli manoscritti che ancora non hanno visto la luce in un corpus ordinato di poesie.Pur essendo, questo, un aneddoto personale del mio primo incontro con il poeta, ho ritenuto tuttavia necessario riferirlo per dare un’idea della forte carica emotiva che anima quest’artista.
L’esperienza poetica di Alberto Signore, il Menhir, come lui stesso intende definirsi per la sua intensa passione di studioso delle civiltà megalitiche, nasce dal vibrante bisogno di comunicare la sua pena e al tempo stesso di condividere con il lettore l’esperienza di una vita ricca e impregnata di una vitalità saggia e fanciullesca al tempo, la quale, contro «la dilagante cultura dei consumi, stretti ormai nella normalità omologante», come dice l’Autore, ci invita a «riscrivere la storia».
È lui che si unisce alla compagnia dei «folli che si accompagnano a sonorità ritmiche e a cadenze timbriche, parafrasano uno stile di cambiamento veloce, immediato» e ci invita a «venire all’alba alle Orte per aiutare il sole a nascere», accompagnato da Silvia, musa ispiratrice ma tiranna del cuore al tempo stesso, di cui è una spia semantica il ricorso, di memoria provenzale, al senhal per nascondere la sua identità.
A proposito di Silvia, la donna la cui presenza costituisce l’elemento conduttore di tutta la sua vicenda poetica, essa, pur avendo una sua connotazione fisica, rappresenta, in un certo senso l’alter ego del poeta, perché, dialogando costantemente con lei, maggiormente l’autore rivela la sua personalità poliedrica in tutte le sue connotazioni, è la Laura petrarchesca che lo tormenta ma dà voce anche alle molteplici contraddizioni dell’animo del poeta.
Addirittura, la donna viene paragonata all’animale in via d’estinzione, la capra ionica, per la quale Alberto Signore ha lanciato una vera e propria campagna di sensibilizzazione, e che immortala in questi versi: «La capra jonica/un corpo d’atleta/gli zoccoli eleganti/la coda quieta, /è proprio lei/dolcissima/affettuosa/impavida,/la capra jonica./SALVIAMOLA».
E così, Silvia, la donna che fa soffrire il poeta, assume le fattezze fisiche dell’animale da cui il poeta chiede di essere salvato:
«La Silvia jonica/un corpo d’atleta/sempre elegante/a coda i biondi capelli,/è proprio lei/dolcissima/quasi affettuosa/sempre/ impavida/ la Silvia jonica,/ma anche adriatica/mediterranea/atlantica/ma non pacifica./Salvatemi.».
A questa donna sono dedicati non pochi testi in cui lei diventa compagna e complice delle sue scorribande poetiche che si tingono di impegno sociale e di esortazione al cambiamento per «costruire un futuro per Silvia», perché «la poesia è fanciullo, Silvia è fanciullo». Alberto Signore è, insieme a Silvia, il fanciullo poeta che pascolianamente ci suggerisce di ricercare «il dio della felicità che può essere in noi sempre a salvarci se ci accostiamo sognanti a riveder le stelle, i campi, i menhir», e qui è evidente anche l’eco dantesco a sottolineare la volontà di emergere dall’inferno «del capitalismo finanziario, l’oppio dei popoli», per vedere finalmente la luce di una vita autentica.
Della lezione leopardiana «Godi fanciullo mio, stato soave, stagion lieta è codesta per il vecchio poeta», l’artista si appropria estendendo l’invito ad un’età di eterna giovinezza in «un corpo martoriato non solo dagli anni ma certo dal labirinto metrico dove le note sanno parlare solo con un silenzio feroce».
Le reminiscenze letterarie e la conoscenza profonda del territorio salentino costituiscono il sostrato su cui poggia il suo fare poetico che lo porta a sollecitare il lettore a «guardare oltre, a vivere con gioia megalitica», mandando «al diavolo gli eventi, i fatti della vita ordinaria».
Una poesia, dunque, che sa parlare al lettore, che sa incidere sul suo vissuto, suggestionandolo a tal punto da farlo sentire partecipe di una palingenesi futura resa possibile solo dalle parole dell’autore, sapientemente orchestrate in uno stile diretto e suggestivo al tempo stesso.
E allora, ritornando alla bellezza di cui ho parlato inizialmente, essa si può senza dubbio gustare nei versi sinceri di un poeta che, per dirla con Umberto Saba, sente l’esigenza di una rima onesta, senza paraventi retorici, pur non rinunciando all’arte.
Essa intende interrogarci sul significato del Male, «che quando è radicale è un delirio paranoico» e della cattiveria cosmica, non intende nascondere le brutture del vivere quotidiano in un mondo privo di coordinate, è attenta a recepire i fatti della Storia di ieri e di oggi ma, altrettanto, essa incita noi lettori a «fare danze propiziatorie e a ballare, ballare con il vecchio poeta».

A SILVIA
La capra jonica,
un corpo d’atleta
gli zoccoli eleganti
la coda quieta,
è proprio lei
dolcissima
affettuosa
imavida,
la capra jonica.
SALVIAMOLA.
La Silvia jonica
Un corpo d’atleta
Sempre elegante
A coda i biondi capelli,
è proprio lei
dolcissima
quasi affettuosa
sempre!
Impavida
La Silvia jonica,
ma anche adriatica
mediterranea
atlantica
ma non pacifica.
Salvatemi.

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