Cultura salentina, Saggio

La verità nella realtà del suo essere

di Rocco Aldo Corina

Jackson Pollock: Action Painting 12, 1949

«Chi non dà amore merita più amore di chi ama veramente». È Platone che qui parla anticipando qualcosa che poi avrebbe trovato consapevolezza nel Cristianesimo come rivelazione dello Spirito, bellezza del mondo, verità divina. Realismo e Idealismo qui s’incontrano, addirittura s’intrecciano in miriadi di pensieri il cui discernimento fonda la sua esistenza nella potenzialità del suo essere. In un mondo così lontano c’è chi pensa come qualcuno ancora oggi purtroppo non pensa. Dare amore a chi non dà amore non è facile neanche dirlo a voce bassa, e per niente per qualcuno ritenerlo possibile, eppure nel Cristianesimo della salvezza diventa norma, legge – se vogliamo – che rafforza la fede.

Il che significa che amare chi non dà amore riempie di bene l’anima di chi non conosce amore, insomma lo salva. Perché, chi riceve amore, genera, crea, produce anche per gli altri amore per effetto del bene ricevuto. Ed è ciò che Platone aveva capito a tal punto da dare al mondo un messaggio frutto di spiritualità come valore universale, valore come «fine essenzialmente etico»[1] nella sua «intelligibilità per il bene»[2]. Il mondo – sostiene Dostoewskij è pieno di cattiveria, ma questa per lo scrittore russo sarà sconfitta dall’amore, dalla bellezza poetica insomma.

Ma c’è un messaggio salvifico, autentico nella sua realistica sublimità diretta al mondo, meravigliosamente espressa, che bisogna in ogni momento tener presente per essere dalla parte del bene ed è quel di Rabia, una ex schiava, suonatrice di flauto. Diceva di voler «incendiare il paradiso e spegnere l’inferno», voleva renderlo cioè visibile a tutti, far capire a tutti il valore di quella luce, il significato di quella vera luce.

Voglio insomma – faceva capire – che tutti sappiano che il paradiso c’è, che tutti vedano, ammirino lo splendore dell’eternità.

Questo trovo nelle parole di Rabia, questo almeno intendo, per cui Operare e Sperare, come sempre dico, può portare al cambiamento al di là di ogni ricompensa, come osserva la ragazza suonatrice di flauto.

Per Muci quella di Rabia è «una delle più belle espressioni di amore incondizionato a Dio»[3]. «O mio Signore, per timor dell’inferno se t’adoro, fammi bruciare in esso…», diceva. Non bisogna perciò agire – è quel che capisco – per assicurarci una ricompensa, ma per doverosamente dare senza sperare o pretendere di ricevere in quanto trattasi di atto necessario per il consolidamento di amore al mondo.

Se vogliamo, dalla letteratura greca alla Bibbia il percorso educativo è ben legato a virtù. Ma, cos’è virtù?

Uscire dal turbamento è facoltà di anima che nella saggezza del suo essere che la tiene, può giovarsi della bellezza dello spirito altamente creativo in grado di purificare per la vita. E in questo caso subentra la virtù intellettiva per magnificare la bellezza che raddrizza l’anima quando è presa dal male.

Virtù quindi come bellezza spirituale che non è l’intelletto nelle sue forme divine, ma aspirazione alla somiglianza del divino nelle forme belle dello spirito. Voglio dire che l’uomo, nella virtù che lo eleva verso l’Alto, può raggiungere purezza come conoscenza delle cose divine, nella dimensione percepita dall’anima[4]. Ma, è insegnabile la virtù? Sì, purché si attenga l’uomo alle regole morali, regole – aggiungo – di natura divina. Addirittura per Seneca la felicità si ottiene con l’uso di virtù, viene insomma da virtù. Insegnare la virtù all’uomo, quindi, è possibile da parte di chi s’affida al discernimento con l’uso di ragione, dall’uomo cioè come creatura che tende al bene, dall’uomo che, nell’insegnamento che da Dio viene, raggiunge il bene per sua volontà con l’uso di ragione, il bene dunque che è nel Bello come massimo modello del Bene.

In tal caso entra in gioco la saggezza come pura razionalità dell’essere che, con l’aiuto di virtù, ci conduce nell’invisibile bellezza per diventarne parte.

Obiettivo di fondo della mia ricerca riguarda l’educazione come aspirazione al bene. «Aspirare all’eterna saggezza è il metodo giusto da usare nell’accettazione delle regole morali. Per non cadere perciò nelle illusioni degeneri, è necessario che l’uomo si alimenti di viva spiritualità, ovvero di virtù intellettiva che consiste nel conoscere la propria anima considerando il corpo non diverso da essa. Anima, dunque, come virtù e virtù come spirito, che esclude il distacco dell’anima dal corpo»[5].

Ma, è insegnabile la virtù? Per Socrate è un dono degli dèi, perciò sì, ed è nel far comprendere agli altri il bene conosciuto. Ma è il Cristianesimo che apre le porte al Dio della vita contro gli idoli falsi e degeneri per cui la Chiesa è il segno dell’azione salvifica.

Ma, «chi non dà amore merita più amore di chi ama veramente», dice Platone nel Fedro e ancora: «l’uomo può tendere al bene grazie alla poesia della Musa nella bellezza di Afrodite che è amore, amore come bellezza, dice ancora, questa volta nel Timeo. Ma è possibile, mi domando, che Platone sia più avanti dell’uomo cristiano?, voglio dire di chi – come me, forse – non riesce a perdonare? Eppure Isacco è sorriso, cioè gioia e figura di Cristo e Rebecca, la moglie è figura della Chiesa e dell’anima. Sorriso quindi legato all’anima cioè alla Chiesa espressione dello Spirito. È il motivo per cui Chiesa è gioia, cioè sorriso annunciato o prefigurato da Isacco. E se Isacco è figura di Cristo, va da sé che Cristo è gioia e sorriso, insomma Salvezza che è Bellezza.

Ma veniamo al peccato. Se una donna (Eva) procurò il peccato, una Vergine (Maria) concesse la sapienza. Arrivò la morte per il frutto mangiato, arrivò la vita con la Croce. Gesù ha provato la fame nel deserto per espiare il peccato di Adamo che mangiò il frutto proibito.

Giunge Gesù sulla terra per salvarci, per distruggere Caino e rinasce la lotta, giunge il Signore per farci conoscere il Dio trinitario. Interviene perciò Agostino per chiederci di cercare nella mente, nella nostra mente, l’immagine della natura Divina. Ma, cos’ha la mente?

La mente ha memoria, intelligenza, amore. In questo scorgiamo una Trinità, non certo Dio, ma la Sua immagine sì. Non sono tre vite, ma una sola vita, quindi una cosa sola pur essendo tre facoltà distinte.

La Mente – dice Agostino – è come il Padre che conosce la Prole cioè il Figlio, la conoscenza che ha di Sé. Terzo è l’Amore che procede dalla Mente e dalla conoscenza. Non può perciò il Padre, in quanto amore, non amarsi e non amare la conoscenza che ha di Sé, cioè il Figlio. È come se il Padre si conoscesse nel Figlio, insomma è come se fosse addirittura il Figlio. (Per Ario si trattò invece di monoteismo assoluto e provocò il Concilio di Nicea indetto da Costantino).

Mente, perciò, come Padre la cui conoscenza, la conoscenza che ha di Sé è il Figlio. Nel campo Trinitario lo Spirito Santo è dunque l’amore del Padre che per amore genera il Figlio, Verità del Padre.

A Maria Valtorta Gesù avrebbe così parlato: «Sono sempre quel Dio potente e pietoso. Lo sono due volte di più ora che non sono solo il Padre Creatore ma il Figlio Salvatore, ora che la Terza Persona ha generato il miracolo dell’Incarnazione in Dio per farne la Vittima espiatoria di tutta l’umanità»[6]. Ma Gesù le avrebbe anche detto: «Se non ascoltate Me, per giustizia Io non ascolterò voi, e cesserete di avermi per Dio, per Padre e Salvatore»[7]. Parole, queste rivolte all’umanità per motivi di salvezza.

«Guai – dice Isaia – alla nazione peccatrice, al popolo carico d’iniquità, alla razza malvagia, ai figli scellerati». «Che me ne faccio della moltitudine delle vostre vittime?, dice il Signore: Ne son pieno. Quando stenderete le vostre mani, rivolgerò gli occhi altrove, quando moltiplicherete le preghiere, non darò ascolto, perché le vostre mani son piene di sangue». Perciò «lavatevi, purificatevi, cessate di fare il male, soccorrete l’oppresso, proteggete l’orfano, difendete la vedova».

Ma «l’insensato vaneggia nelle pazzie del suo cuore», dice il Siracide. E, a proposito di ciò mi va di citare l’Horkheimer – non perché sia insensato, non lo è, non lo è per niente – per il fatto che per lui l’uomo non può assolutamente esprimersi sull’esistenza di Dio non potendo secondo lui la mente umana possedere alcuna prova per dire di Dio. E cita il dolore che è nel mondo per sconfessare ogni credenza sull’onnipotenza e la bontà di Dio che, se ci fosse, il male – dice – non sarebbe. Insomma, per il filosofo la certezza di Dio s’allontana sempre più dai suoi pensieri, svanisce purtroppo nella finitudine dell’uomo di fronte alla non assolutezza del mondo – egli dice d’accordo con Schopenhauer – per cui «il vero bene» non ci sarà mai. Ma per dir questo il filosofo dimostra di non tener conto del sacrificio della Croce. Si può pensare che la bontà di Dio s’annulli di fronte a tale evento? O che Dio non esiste se esiste il dolore? La verità è che Cristo lo ha sopportato e, se questo è stato, un motivo ci deve essere. Si sa che il Male per niente sopporta l’accettazione del dolore da parte dell’uomo come espiazione per il suo Dio, la sofferenza, quindi, come riscatto per il trionfo del bene nel mondo[8] per cui nell’umiltà Gesù nacque in una grotta. «Dio, per manifestarsi agli uomini nella forma nuova e completa che inizia l’era della Redenzione, non scelse a suo trono un astro del cielo, non la reggia di un potente. Non volle neppure le ali degli angeli per base al Suo piede. Volle un seno senza macchia»[9].

Va da sé che «la riconciliazione avviene mediante purificazione dovuta a Volontà divina che sconfigge il male dopo aver espiato le colpe del mondo. Prendendo su di sé i peccati del mondo per sconfiggerli nell’amore del Padre, Cristo non unisce la Sua natura Divina e pur anche umana al profano, perché è il profano che viene sconfitto con la morte in Croce e la successiva Resurrezione. Se perciò Cristo fosse unità incarnata di sacro e profano, non potrebbe non essere il profano in Lui se non dal principio, cioè ab aeterno, cosa che non è non potendo Cristo, che è Dio, essere sacro in quanto Dio e al tempo stesso corruttibile (profano) in quanto uomo»[10].

La sofferenza, quindi, ma questo dico perché questo penso nella mia limitata soggettiva visione delle cose che sono nel mondo, è dovuta al peccato, al peccato che è nel mondo e Dostoevskij – cosa c’entra Dostoevskij adesso? –  ne sa qualcosa, perciò per me c’entra soprattutto quando nei Demoni dice del peccato che uccide l’uomo, di Stavrògin che «diffonde rovina e distruzione», di Liza uccisa dalla folla e del corpo di Šatov gettato nell’acqua e di altro ancora[11]. Dice, dunque, l’Autore dei Demoni, del peccato che anche per lui ha bisogno di essere riscattato e pensa per questo al bello dell’anima, alla poesia e all’arte, alla bellezza quindi come poesia, ma anche come amore, bellezza in grado di salvare il mondo, non certo al di là della sofferenza generata, come si è visto, dal peccato che inganna e uccide.

Ma finalmente l’Era messianica «spunterà per voi che temete il Mio Nome, il sole di giustizia, con raggi radiosi», dice Malachia «Orsù, venite e discutiamo, dice Jahweh:

“Se i vostri peccati sono come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; se sono rossi come la porpora diventeranno come lana. Se siete volenterosi ed obbedite, mangerete i beni nel paese»[12]. Poesia, quindi, anche qui, anzi soprattutto qui, poesia che salva per davvero. E poesia è nella Bibbia, tutta poesia, solo poesia nella gioia – devo dire – che viene dal Cielo.

Non credo, se anche qui parlo del mondo greco, di unire il sacro al profano perché in fondo è la verità che si va cercando, verità come amore, come appetito di bellezza direbbe Lorenzo De’ Medici. E mi sovviene – nel dir questo – quell’antico vate di nome Callimaco che non credo di amare per l’odio – e fu tanto – che provava per il poeta Omero, e non solo, per cui disse che mai avrebbe bevuto alla fontana pubblica, così separandosi dal resto del mondo. Ma mi colpì quel ricciolo – di cui disse – che fu offerto agli dèi nella speranza di una loro protezione in guerra per un uomo amato tanto da una donna,  veramente amato tanto, da indurla a sacrificare qualcosa di suo, la bellezza di uno sguardo verginale, in cambio di altro possibile amore. Ed è proprio di lei che stiamo parlando, di quella chioma di Berenice di cui disse Callimaco per trasfigurare con la fantasia l’universo onde aprire un varco di speranza per il mondo intero. In fondo il messaggio è tutto qui. Pur sempre pur io medito su altre sue parole, del poeta che non amo – dico – e che pur ammiro per lo splendore di quel tratto di cielo di cui col cuore parlò per noi per cui non posso – lo confesso – pur io non amarlo e lo amo anche perché «Quante volte noi due, discutendo su cose, giungemmo a sera», disse, meravigliosamente disse nella voglia di cambiare il mondo. Nell’Epigramma vediamo, quali protagonisti, due personaggi famosi del mondo antico, Callimaco – di cui è stato detto – ed Eraclito, il poeta e il filosofo, dunque, che ore intere trascorrono nella continua ricerca della verità onde assaporare la vera gioia nella salvifica poesia che è virtù come saggezza, come bellezza, come amore. Lo dico a voce alta. La ricerca della felicità nell’amore da donare agli altri è perciò anche – e lo stiamo vedendo – nella vita del lontano mondo in cui poesia generò bellezza.

Per Muci, però, e in vero anche per me, «comprendere la parola di Dio» è soprattutto compito della Teologia che studia tutte le verità rivelate da Dio, soprattutto le verità soprannaturali. «Per la Teologia il connubio fra fede e ragione non è un fatto accidentale, occasionale, provvisorio, ma fa parte della sua stessa natura: è un vincolo indissolubile. Tant’è che quando viene meno questo connubio viene meno anche la teologia. Infatti, se si elimina la fede, si cade in un razionalismo più o meno presuntuoso, mentre se si elimina la ragione si cade in un cieco fideismo, in cui risuona soltanto la Parola di Dio, senza nessun orecchio che realmente l’ascolti e la comprenda»[13].

Fede e ragione, quindi, per conoscere bene la parola del Signore. Ma «tra Ebrei e Cristiani non ci fu comprensione alcuna, anzi dissidio, lotta soprattutto dopo la distruzione della Città avvenuta nel 70 d.C. per opera dei romani»[14]. «Cristo era apparso nella forma di una giustizia-verità mansueta e non trionfante nella vita terrena»[15]. L’amore di Gesù non fu infatti compreso per mancanza di fede e ragione. Beato colui che disse, quel Prudenzio per cui nella conoscenza del Signore così disse: «Ti vedo in me, Signore, perché in me trovo le Tue ferite, e tanta gioia provo perché capisco che Tu, o Cristo, hai vinto il male che è nel mondo. Perché il sangue che per Te ho versato è simile al Tuo» (Peristephanon 136,48).

È chiaro invito, quello di Prudenzio, a gioire per la vittoria del Bene sul male con la Resurrezione di Gesù, invito quindi a perseverare nella lotta per la felicità eterna. «I miracoli del Signore son tanti, davvero interminabili – quando le acque del Mar Rosso si aprono per far passare Israele, fu cosa grande –, ma più grande di tutti credo sia la nascita di Maria per cui venne Gesù al mondo… E il figlio di Dio venne a noi da Maria, da quella donna che a Cana chiese a Gesù di compiere il primo miracolo…

Maria era l’umile donna desiderosa di salvezza per il popolo di Dio per cui chiese il miracolo al Figlio di Dio, a Gesù che poteva operare a favor del mondo, di quel mondo che fin dai tempi antichi preferiva traviarsi e non purificarsi, per cui era necessario il grande miracolo chiesto da Maria, perché venisse purificato il mondo con l’acqua che divenne vino, con quel vino che poi fu Sangue per la salvezza dell’umanità»[16].

 

 

[1] Cfr. R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito. Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 43.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. R. Muci, in R.A. Corina, Con la Bibbia nel cuore, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2019, p. 39.

[4] Cfr. R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, cit., p. 31.

[5] Ivi, pp. 28–29.

[6] M. Valtorta, I quaderni del 1943, Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri (FR) 1985, p. 625.

[7] Ivi, p. 623.

[8] Cfr. R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, cit., p. 79.

[9] M. Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rilevato, v. 1°, Centro Editoriale Valtortiano, Isola di Liri (FR) 1988, p. 3.

[10] R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, cit. p. 86.

[11] Cfr. P. Citati, in Dostoevskij, I demoni, Club Italiano dei lettori, Milano 1981, pp. 10-11.

[12] Isaia nella versione di S. Virgolin.

[13] R. Muci, in R.A. Corina, Con la Bibbia nel cuore, cit., pp. 15-16.

[14] R.A. Corina, Con la Bibbia nel cuore, cit. p. 267.

[15] Ivi, pp. 267-268.

[16] R.A. Corina, Con la Bibbia nel cuore, cit., pp.153–154–155.

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