Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

L’isola

di Pino Refolo

Alexey Bogolyubov: Isola di Capri, 1856

Ci fu un’estate lunghissima e interminabile che estendeva i suoi giorni come un elastico tirato da due parti opposte.
Le ore erano dense, colme di fatti che accadevano per la prima volta e che dovevano rimanere per sempre nella memoria.
Un tempo che si prolungò così tanto da non apparire vero, oggi.
Allora mi piaceva trascorrere le giornate salendo le cime risibili delle alture di sabbia di Alimini, che davano l’idea, quando eri lì in vetta, di dominare dall’alto il paesaggio circostante, slanciato a superare le apparenze fisiche, nel tentati vo di dare significati eterni all’ovvio e al quotidiano.
La duna, col suo giogo inventato di rena che bruciava sotto i piedi nudi, era la sfida all’asfalto inter­ minabile che si perdeva a vista d’occhio, col suo colore ferrigno, plumbeo, che si prolungava per chilometri e chilometri, senza la possibilità o almeno la speranza che tra tanto immenso grigiore potesse nascere all’improvviso uno strappo di verde che distraesse dalla linea piana e senza curve fatta di bitume e catrame.
Il verde, la fantasia inesistente ed appiattita, dispersa in piani estesissimi che mortificavano gli occhi prima ancora che la mente, era concentrata nella giogaia di Alimini. Quasi uno scherzo teatrale, la mistificazione di un abile scenografo che aveva individuato l’esigenza più sentita e attraverso la materia più instabile, con la rena microscopica, aveva creato una serie di aneliti verso l’alto che tali rima­ nevano, sia per l’oggettiva altezza delle loro cime, che per lo sprofondare, lo scivolare continuo verso la base dei granelli di sabbia che formavano l’altura. Giù in basso, quasi a rendere mitica ed incancellabile la cala che ci accoglieva ogni giorno di quell’estate, coperto da una selva di elci verdi, spuntava prepotente il getto freddo e limpido di una sorgente di acqua dolce, insipida e pastosa al palato, come se diventasse solida nel momento in cui incocciava le nostre bocche arse e salate dal mare.
La forte pressione sotterranea aveva prodotto uno squarcio sotto le elci e da qui si partiva un rigagnolo di pochi metri, un fiume per noi, che si slargava e si restringeva a seconda della forza che il getto imprimeva alla rena sottostante.
Lì fu facile sentirsi dio.
Prima di allora l’asfalto ci aveva tenuti impelagati come prigionieri asfissiati da sabbie mobili impercettibili e subdole. Vivevamo i nostri giorni nel nulla, banalmente, senza coscienza, salvo a credere nei momenti migliori che bastava un atto di volontà per cambiare il mondo.
Fu lì che incontrai Clara, quella di allora, timida e chiusa, carica di desideri sconosciuti che sembravano esplodere al contatto delle nostre montagne e del getto della polla che somigliavamo a cascata quando piegavamo la gola sotto il cespuglio di elci.
Uno di quei giorni stabilimmo di chiamare isola quel posto.
Per la prima volta non ci sentimmo più soli, ma finalmente uniti da un rapporto che nasceva e che sarebbe durato un tempo da non crederci. Nessuno allora poteva immaginare l’alternarsi di situazioni ora di amore ora di odio, a volte addirittura di indifferenza che pure ci sarebbero appartenute.
Le nostre menti erano intaccate dalla presenza di un corpo che eliminava ogni possibilità di creazione fantastica.
II mio sentimento sublime lo avevo consumato quando ancora non potevo capire di che cosa fosse fatto l’amore verso una donna.
Mi meravigliò semmai quell’attrazione totale verso la compagna delle medie, che esternavo con sguardi e parole mai dette, a volte ubriacato in un adocchiamento intenso che durava tutto l’orario delle lezioni, altre volte disteso in guardate che dovevano prolungare la presenza dell’amica anche dopo.
Durante la notte cominciavano per la prima volta tachicardie sconosciute che si placavano soltanto nell’immagine fotografata ed impressa nella mente della fanciulla bionda.
L’isola era Clara, fresca e stillante come l’avevo raccolta sulla spiaggia quando al largo aveva voluto abbandonare il canotto e gli amici per giungere sino a me che l’aspettavo sulla sabbia. Non era una prova che avevo richiesto, ma l’avevo pretesa in silenzio, quasi mi fosse dovuta per i mille e mille segni scambiati durante quei giorni acquatici che avevano abbrunito i nostri corpi.
Lei giunse a riva col fiato in gola, mi si aggrappò al collo e mi fece sentire la freschezza delle sue carni bagnate: la mia bocca si chinò sulla sua guancia a suggere le stille salate che scendevano dai capelli neri tagliati sopra le orecchie.
A volte mi invitava ad una gara di apnea.
Lei sapeva che le mie mani avrebbero cercato di stringere la sua esile vita e di salire lungo il seno non ancora toccato, per ridiscendere sul costume bagnato sino ai larghi fianchi, finalmente nascosti ad occhi indiscreti dalla galeotta massa di acqua salata.
Oppure ci sperdevamo tra i frutici delle dune dell’isola, che digradavano verso il mare. La rena frenava immancabilmente lo slancio di lei verso la cima non alta e la faceva rotolare sul mio corpo sudato arrancante verso la salita, ma soprattutto verso il suo costume bianco piegato su appigli inesistenti.
Anche quell’estate ebbe un ultimo giorno.
Un giorno carico di umori e silenzi che sperdevamo salendo le dune o rotolandoci dal fiume sino al mare.
Fummo incapaci d i un gesto o di una parola definitiva che avrebbe rotto l’incanto che qualche arcana magia aveva creato.

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