Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Liselotte

di Lorenzo De Donno

Quel piccolo cimitero di campagna mi appare, ogni volta, dopo una serpentina di curve che, in quel tratto lievemente degradante, movimenta la monotonia della provinciale. Da quel momento in poi la carreggiata si restringe, perdendo le banchine transitabili, con l’asfalto che diventa sottile come una lamina e poi si separa in placche, sconfinando quasi nell’erba alta. Per alcune centinaia di metri la strada si allunga in un rettilineo che, se affrontato in accelerazione già dall’uscita dell’ultima della curva, è sufficiente per disimpegnarsi da un motocarro, da un trattore o da un’auto particolarmente lenta che precede. Subito dopo, però, una curva stretta a destra costringe a una pronta frenata e toglie ogni possibilità di scorgere in tempo i veicoli che sopraggiungono in senso contrario. E’ frequente, pertanto, di dover concludere il sorpasso con un rientro repentino, avendo già di fronte un veicolo che risale dalla marina.

Passando spesso da lì, più di una volta avevo pensato di fermarmi; quel luogo mi attirava per il suo apparente abbandono, fra gli ulivi secolari, e per la sensazione di pace e di luce che sembrava emanare. Quella volta, invece di uscire dalla curva con il piede pigiato sull’acceleratore, frenai di colpo e lasciai che il trattore che avevo intenzione di superare continuasse il suo percorso con il suo rimorchio carico di ortaggi. C’era un motivo in più, quella volta, perché mi fermassi. Distogliendo, per un attimo, gli occhi dalla strada, avevo visto la figura di una bambina con la carnagione chiara e i capelli color rame. Aveva appoggiato le guance fra due tondini di ferro battuto del cancello e anche le mani sembravano serrarsi alle volute antiche, come se si reggesse o stesse facendo un gioco. La ragazzina mi aveva distratto solo per qualche secondo dalla guida, e me ne capacitai, ma non avevo corso alcun pericolo visto che l’auto già si stava arrestando sul ciglio della strada. Ebbi anche il tempo di cogliere il gesto di stizza del trattorista, che si era premurato di accostare per darmi via libera. Ritornai con lo sguardo sull’ingresso del cimitero, la piccola non c’era più. Vittima della mia stessa deformazione di narratore, mi piacque pensare a un’apparizione ma poi la razionalità mi riportò su motivazioni più plausibili, fra le quali la più scontata, e probabile, era che si trattasse di una bambina in visita, con i propri genitori, alla tomba di un parente defunto.

Parcheggiai l’auto in un piccolo spiazzo sterrato, prelevai dal bagagliaio la macchina fotografica e percorsi il breve viale contando i passi che affondavano nella ghiaia. Un forte vento di scirocco, che s’alzava dal mare, risaliva il canalone che, serpeggiando fra le alture, costeggiava il camposanto. I piccoli cipressi che crescevano lungo il terrapieno quel vento lo avevano subito da sempre e avevano la chioma e i tronchi irrimediabilmente riversi a tramontana. Il cancello del cimitero era accostato e ci volle solo una minima spinta perché uno dei due battenti si aprisse senza alcun rumore, ruotando lentamente sulle cerniere antiche ma ben oliate. Lungo il muro di sinistra c’era una costruzione di pietra, annerita dai licheni, che riprendeva lo stile austero del portale ed era evidentemente destinata ai servizi: la camera mortuaria, riconoscibile dalla croce scolpita nell’architrave, e la stanzetta del custode. Mi diressi verso quest’ultima e bussai ripetutamente, visto che non c’era un battente, nè un campanello elettrico. Il vetro, colpito dalle mie nocche, vibrò vistosamente fra le esili guarnizioni di stucco consumate dal tempo, e il rumore, simile a quello di un vecchio tamburo rotto, rimbalzò fra le tombe e si disperse nei vialetti. Nessuno venne ad aprire e mi sentii autorizzato a sbirciare all’interno. L’ambiente era spoglio, c’era solo un tavolo di ferro con il piano di formica verde, libero da suppellettili, e delle assi di legno fissate al muro dove erano appese le chiavi delle tombe. Pensai che il custode fosse in giro e mi dispiacque di non averlo incontrato perché avrei voluto chiedere subito il permesso di scattare qualche foto, con il rispetto dovuto al luogo sacro. Essere eventualmente ripreso successivamente mi avrebbe dato molto fastidio.

Camminai, pertanto, per qualche minuto fra le tombe di pietra, alla ricerca del custode. Il posto era apparentemente deserto. E la bambina che avevo visto? Che fine aveva fatto? Il cimitero, in realtà, non era così piccolo e non potevo escludere che altre persone fossero in giro, nascoste alla mia vista da siepi, cappelle e alberi. Poi mi resi conto che quella sorta di ansia mi stava guastando la visita e la curiosità. Feci un bel respiro e cominciai a concentrarmi sui particolari, a leggere i nomi sulle lapidi, a guardare i volti stampati sulla ceramica o sulle foto scolorite. Individuai subito la parte più antica, dove le tombe erano singole e quelle familiari erano quasi tutte sotterranee, con la sola edicola esterna che nascondeva, sul retro , una ripidissima scala. C’erano anche cappelle più recenti, databili intorno alla prima metà del novecento, quasi tutte avevano belle colonne tornite, piccole balaustre, cornici decorate da greche e foglie d’acanto. Alcune avevano statue di putti, croci, angeli e Vergini addolorate, ma anche figure spettrali e minacciose, bassorilievi dove la morte in persona, brandendo la falce, poneva fine a scene di vita vissuta scolpite nella pietra.

Ritornai nella parte più antica e cercai, con l’occhio concentrato nel mirino, la migliore inquadratura per fare una foto d’insieme. Ma qualcosa si mosse sullo sfondo in dissolvenza. Regolai la messa e fuoco e la rividi, in lontananza: era la bambina con i capelli rossi. Scattai tutte le foto in sequenza che mi era possibile, incurante che qualcuno potesse ascoltare il ronzio metallico della fotocamera.

– Non è consentito scattare foto qui… – disse una persona, alle mie spalle. Mi voltai e non ebbi neanche il tempo di giustificarmi che l’uomo che era sopraggiunto – senza che ne sentissi i passi – continuò: – Ma se mi assicura che non inquadrerà i nomi e le foto dei defunti, nè i visitatori, posso fare un’eccezione…-.
-Grazie – gli risposi io – Ci può contare. Mi interessa solo l’architettura e l’arte e ho grande rispetto per i morti. Ho anche bussato all’ingresso, appena arrivato, ma non ho avuto risposta… – aggiunsi.
– Sì, mi scusi lei – riprese lui – mi hanno chiamato in municipio per la firma di alcune “scartoffie” e i vigili sapevano benissimo che avrei dovuto lasciare il cimitero incustodito. Anzi, mi avevano assicurato che sarebbe passato uno di loro a presidiare. A proposito, ha visto un vigile qui in giro? Anche se sembra isolato, il cimitero è a pochi metri dal paese se lo si raggiunge dalla strada sul lato opposto…-.
Veramente no… – gli risposi – non ho visto nessuno. Anzi sì, ho visto qualcuno ma non ho un’idea precisa, è un’immagine sfocata, una bambina…- Non sapevo da dove cominciare.
L’uomo si fece serio. Nel notare il suo cambiamento d’espressione lo osservai bene. Aveva l’aspetto di un pescatore, o di un conduttore di mezzi agricoli, come quello che mi aveva benedetto poco prima. Era una persona dall’età indefinita, forse più vicino ai sessant’anni che ai cinquanta, in parte dissimulata dai jeans, dalla felpa e dal fisico ancora piuttosto giovanile. La sua pelle bruciata dal sole tradiva una vita passata prevalentemente all’aperto e poneva in risalto il bianco dei capelli brizzolati, portati piuttosto lunghi. Era una persona dall’aspetto rude ma con modi gentili, perfettamente urbani.

-Venga con me – mi disse, e si avviò lungo il vialetto centrale, senza sincerarsi che lo seguissi. Anche lui doveva essere un conoscitore delle persone se dava per scontata la mia curiosità. In fondo non ci conoscevamo e non avevo neanch’io la matematica certezza che lui fosse proprio il custode, nonostante la sua presentazione fosse stata più che plausibile. Arrivati davanti a una cappellina, fra quelle più antiche, si fermò di scatto e mi chiese a bruciapelo:
-Allora… l’ha vista?
-Visto chi? – risposi, senza scoprirmi.
-Ha visto la piccola tedesca. Si chiama Liselotte. Ogni tanto si fa vedere, ma solo da chi vuole lei. Io non l’ho mai vista ma chi l’ha incontrata ha dato sempre la stessa descrizione: pelle bianca, capelli rossi e aspetto sognante…
-E’ vero – risposi – è proprio lei…
Poi allungò il dito indice verso un’immagine impressa nella ceramica. – Le corrisponde? – mi chiese, guardandomi fisso negli occhi.
Lessi il nome e cognome , nata nel 1945 morta nel 1954. Vissuta solo nove anni. – Il padre era italiano, la madre tedesca… – mi disse l’uomo. Di fianco solo la lapide recente del padre, morto nel 1975, e tanti altri defunti risalenti ai primi del novecento.
Un brivido mi percorse la schiena –E’ lei – risposi io – nonostante non si vedano i colori, che l’immagine sulla ceramica sia pesantemente ritoccata e il tempo l’abbia scolorita penso non possa essere che lei. Potrebbe essere diversamente?
-Penso di no -disse il custode – ma, mi creda, non è un privilegio che la bambina abbia scelto lei. Se cederà all’idea che Lise esista, lei le renderà la vita impossibile. C’è solo un modo per tirarsene fuori: dimenticare, cancellare, non venire qui mai più… E’ già successo un’altra volta, da quando ci sono io. Quella volta fu una giovane turista danese. L’unica della sua compagnia che si ostinava a cercare di convincere gli altri che c’era una povera bambina che aveva bisogno d’aiuto.
– E come finì? – chiesi io.
– Finì malissimo, uscì di senno e impazzì!
– Uno spettro di una bambina che vaga in pieno giorno, sceglie, attira e poi perseguita ignari passanti. E’ una trama da film del terrore scadente – dissi allora io – per quanto abbia visto qualcosa di strano e somigliante, per quanto oggi siano accadute delle situazioni singolari, compreso questo nostro colloquio, questa storia non mi convince.
-E chi ha detto che è la bambina a perseguitare? Sono le persone che l’approcciano, loro stesse, a perseguitarla, ad affezionarsi a lei e a rimanere soggiogati e a non poterne fare più a meno. E, poiché non riescono a risolvere il suo enigma e a darle pace, ne rimangono travolte. E’ già successo, con esiti drammatici. Se vuole consiglio davvero disinteressato, si rimetta in macchina, faccia prendere luce al suo rullino e, per quanto le sarà difficile, perché Liselotte l’ha scelta, non le dia spazio nella sua vita. Forse non ha neanche un mistero da rendere pubblico, un fatto che, se scoperto, le farebbe trovare la pace. Forse ha bisogno di meno, di molto meno, di appropriarsi di una vita, ad esempio, visto che non ne ha più una sua… Chissà, forse si alimenta delle vite altrui. Non è un angelo, Liselotte…
– Non sarà un angelo – gli risposi – ma neanche lei sembra essere il custode di un cimitero, forse è il custode d’altro, proprio del mistero della piccola …
– Si sbaglia – mi interruppe lui bruscamente – non ho alcun ruolo se non l’essere stato testimone di un fatto pregresso e di aver raccolto le confidenze di chi mi ha preceduto in questo brutto mestiere. Con i morti convivo da molto ma non mi sono mai fatto coinvolgere dalle loro vicende. Ma lei faccia come crede, più che averla avvertita non posso… E, si ricordi, non sviluppi il rullino, lo distrugga…-.
Detto questo il custode abbassò lo sguardo, mi rivolse le spalle e si avviò verso la stanzetta di servizio, al lato della camera mortuaria.
Rimasi per qualche istante senza saper cosa fare. Poi sbloccai lo sportellino della fotocamera, estrassi il rullino e srotolai la pellicola, esponendola al sole. Questo mi suggerì di fare quell’ora della tarda mattinata. Presto sarebbe arrivata la notte e non volevo anticipare, nè favorire, quelli che sarebbero stati i miei pensieri al buio. Ritornai sulla provinciale, salii in macchina e misi in moto. Abbassai il finestrino, per risentire ancora per un attimo l’odore del vento che risaliva dal mare e ripartii, senza voltarmi.

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