Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Quello strano brusio -prima parte-

di Franco Melissano

Edward Hopper: Compartment C Car, 1938

Fu un attimo di debolezza quel suo abbandonarsi all’onda dei ricordi.
Di colpo il sapore dolcemente triste della nostalgia impregnò di sé quel suadente sciabordio di vicende sepolte da anni nei recessi più oscuri della sua mente. All’improvviso, quasi a tradimento.
Poi una fitta dolorosa al ventre, come il morso di un cane rabbioso che si ostinasse a non mollare la presa. Il dolore durò soltanto pochi minuti.
Ecco, adesso riandava agli anni della sua giovinezza. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria. Chi l’aveva detto? Ah, sì. Dante Alighieri. Francesca da Rimini. Quanto le piaceva quel canto a Chiara! E quante volte glielo aveva recitato lui, con la sua calda voce baritonale, nelle sere d’estate, quando si appartavano negli angoli più bui dei giardini pubblici, per restare un po’ soli a sbaciucchiarsi, sussurrandosi le solite frasi d’amore che si dicono tutti gli innamorati del mondo.
Chiara. Bella, intelligente, semplice, solare. Nomina sunt consequentia rerum. Maledetta cultura classica! Che tormento! Tornava sempre a galla, inesorabile, con il cipiglio severo degli antichi eroi… Socrate, gli stoici, Catone l’Uticense… per ricordargli quello che avrebbe potuto fare e non aveva fatto. Anzi, peggio ancora, quello che avrebbe potuto essere e non era stato.
Anche con Chiara era andata a finire così. Le piaceva molto, ne era innamorato, ma l’aveva lasciata.
Un lontano brusio, quasi impercettibile, ma che lui avvertiva con stizzoso fastidio, interruppe il corso dei suoi pensieri. Non doveva distrarsi! Dov’era rimasto? Ah sì, Chiara. L’aveva conosciuta a scuola. Dopo le ginnasiali di soli maschi, finalmente in prima liceo erano arrivate le classi miste. Gli anni del liceo erano stati i più belli. Avevano filato d’amore e d’accordo. Insieme in classe, negli scioperi, nelle manifestazioni, nel giornalino della scuola. Praticamente inseparabili.
Chiara era molto brava in tutto. Le riuscivano benissimo soprattutto le interviste e gli articoli che trattavano le vicende politiche del momento. Lui, invece, era più portato per la letteratura.
– Complimenti, Polimeno! – gli aveva detto il vecchio professore di italiano – L’ultima tua poesia sul giornalino del liceo è veramente bella.
Quel complimento da parte del professor De Minutoli, uomo severo e non certo incline agli apprezzamenti positivi, valeva davvero molto.
D’altra parte, lui aveva già pubblicato un pugno di poesie che erano state salutate entusiasticamente da diversi docenti e persino da un noto critico letterario. Scriveva anche dei bei racconti. Insomma, era quel che si suol dire una giovane promessa.
Chiara, saputo del giudizio del professor De Minutoli, non stava più nella pelle per la gioia.
– Matteo, non ti fermare mai. Continua a scrivere. Il tuo è un dono del Signore: non lo devi sciupare.
Era profondamente convinta che lui potesse diventare un poeta o uno scrittore di fama. E non perché ne era innamorata né per quanto aveva detto il professor De Minutoli. No. La sicurezza che in Matteo ci fosse dell’ottima stoffa le veniva dalle emozioni intense che le suscitava immancabilmente la lettura dei suoi versi e dei suoi racconti. Per lei era quella la prova del nove.
Dopo l’esame di stato, il prof. De Minutoli gli aveva consigliato di iscriversi a lettere. Un suggerimento che senza dubbio rispondeva alle sue inclinazioni. Ma che poteva offrirgli quella strada? L’insegnamento in qualche liceo, con uno stipendio da impiegatuccio. Qualche libro di poesie. Capirai! Carmina non dant panem. L’aveva già detto,venti secoli prima, Orazio.
Così aveva buttato alle ortiche la misera tunica del poeta e si era iscritto a medicina. Chiara, invece, aveva scelto scienze politiche.
Anche durante gli anni dell’università avevano continuato a stare insieme. Tutti gli amici e i parenti erano pronti a scommettere sul loro matrimonio. E invece non ci fu nessun matrimonio.
Lui l’aveva lasciata di colpo, in maniera indegna, senza neanche uno straccio di spiegazione, quando aveva conosciuto Patrizia Beccaris. Eppure l’aveva amata davvero. Ma lui era fatto così.
– Matteo, ti presento Patrizia Beccaris.
Rodolfo Fortis Anguillara, nobile rampollo fuori corso, conosceva mezzo mondo.
– Fortunatissimo. Matteo Polimeno. Posso offrirle qualcosa da bere?
Era stata la svolta della sua vita. L’occasione che aspettava da tanto tempo.
Patrizia era la figlia unica del celebre professor Fulvio Beccaris, titolare di una delle più famose cliniche di chirurgia estetica d’Italia, un’autentica miniera d’oro. Palazzo del Quattrocento in pieno centro storico, ville in campagna e al mare, tenute, tomba di famiglia e palco al teatro lirico di città.
Non era bella come Chiara, non amava le poesie d’amore di Neruda o di Prévert, aveva alle spalle un passato burrascoso che non ne faceva certo un esempio di virtù; ma che importava? Era ricchissima! Era la figlia del prof. Beccaris. L’occasione, più unica che rara, per entrare nel grande giro, nei salotti buoni. Il trampolino di lancio ideale per la sua scalata al successo. Non ci aveva pensato su due volte.
Quella sera non l’aveva mollata un attimo. Alto, aitante, lineamenti regolari, sorriso da simpatica canaglia, aveva nello sguardo magnetico una strana malia, un fascino particolare che in altri tempi si sarebbe detto slavo.
Fare innamorare Patrizia non era stato difficile. Poi il fidanzamento e finalmente l’agognata presentazione ai suoi.
– Ho saputo che studia medicina, giovanotto. Bravo. A quando la laurea?
– Mi mancano solo due esami, professore. E con la tesi sono quasi alla fine.
– Bene, bene. Vedremo il da farsi.
Non era uomo di molte parole, il professor Beccaris.
Patrizia aveva perduto completamente la testa per Matteo. Volle sposarlo ancor prima della laurea. I suoi, dopo una breve quanto disperata resistenza, finirono col cedere. Imposero, però, la scelta della separazione dei beni.
Il matrimonio fu ovviamente pari alla condizione sociale di Patrizia. Abito bianco preziosissimo, fasto principesco e la presenza di tutto il bel mondo.
La luce pioveva dalle ampie finestre della cattedrale sulle statuine dell’altare, sui banchi degli invitati pavesati di gardenie e rose, sugli sposi inginocchiati davanti alla balaustra, avvolgendoli in un’atmosfera trasognata che dava al rito un tocco di favola antica.
La laurea arrivò con una sessione di anticipo e, subito dopo la specialità, anche l’assunzione nella clinica del suocero.
Ancora quell’irritante mormorio che tornava a farsi sentire! Non riusciva a capire da dove venisse. Ma non si poteva distrarre: voleva, doveva ricordare. Ricordare tutto.
Chiara. Non l’aveva più rivista. Sapeva che scriveva per diversi giornali e aveva al suo attivo numerosi saggi storico-politici.
Alcuni mesi prima aveva incontrato per caso un vecchio amico di liceo.
– Matteo. Matteo Polimeno, sei proprio tu? Non ti ricordi di me? Sono Gianni Panico. Quello del primo banco.
Aveva faticato molto a ricordare quel vecchio compagno di scuola che non aveva mai brillato né per intelligenza né per preparazione.
– Eh, che bei tempi quelli del liceo! Io faccio l’agente immobiliare e sono rimasto in paese. Tu sei medico, non è vero?
– Sì, chirurgo plastico.
– Ti ricordi Antonio Campano, quello che parlava sempre in tutte le assemblee? Adesso è sindaco. In paese siamo rimasti solo noi due e Chiara Bellini. Eravate fidanzati allora voi due, no?
Chiara. Un tuffo al cuore.
– Ah, sì, Chiara. Che fa?
– È giornalista, sai? Vive con la vecchia zia. È single.
E così non si era mai sposata!
Lui invece, sposato e divorziato. Ma quello era un altro discorso.
Le cose non erano andate affatto come pensava lui. I Beccaris si erano acconciati a quel matrimonio per l’irremovibile ostinazione di Patrizia, ma non lo avevano mai accettato veramente.
Fredda ed altezzosa, Maria Sofia Veronica Filomarini Torralta, ostentava le sue nobili origini con la stessa superba alterigia con la quale sfoggiava abiti di alta moda e gioielli costosissimi. Con il genero non perdeva occasione per rimarcare le differenze sociali e tenerlo a distanza, come fosse un domestico.
Quando lui si azzardò a chiamarla mamma, lo interruppe immediatamente con il suo stridulo insopportabile tono di voce: – Puoi chiamarmi contessa.
Né mancava mai di metterlo a disagio con gli ospiti. Fingendo con falsa bonomia di scusarne le gaffe, le metteva in evidenza con un piacere perfido e sottile che, almeno momentaneamente, seppure in misura minima, appagava il suo desiderio di vendetta nei confronti di quel genero così orribilmente ordinario e inadeguato.
Con il suocero non era andata meglio. Il professore lo aveva sì assunto nella sua clinica, ma lo trattava sempre come l’ultimo dei suoi dipendenti.
Non solo non gli aveva mai affidato alcun incarico di responsabilità, ma continuava ad ignorarlo completamente. Sempre, in ogni circostanza, come se fosse invisibile. Si rivolgeva immancabilmente a qualcun altro e soprattutto al suo fidato braccio destro, il dottor Antonio De Robertis.

-fine prima parte-

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