Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Quello strano brusio -seconda parte-

di Franco Melissano

Pasquale Urso: Acquaforte

– Antonio, predisponi l’occorrente. Oggi voglio sperimentare la nuova tecnica messa a punto dagli americani per il rifacimento degli zigomi.
– Antonio, sarò assente per tre giorni. Non posso esimermi dal partecipare al congresso di Bologna, dove, come ben sai, dovrò tenere una relazione. Ti affido la clinica.– Antonio, la signora De Michelis è un po’ sofistica, ma è ricchissima e paga molto bene. Mi raccomando: guanti bianchi, come sai fare tu.
Mai una volta che si rivolgesse a lui, se non per incombenze di poco conto. Compiti che anche un semplice infermiere avrebbe potuto agevolmente sbrigare.
Quante umiliazioni aveva dovuto sopportare! Che frustrazione! Altro che carriera fulminea e brillante!
Ma i guai peggiori erano venuti da Patrizia. Passata l’infatuazione che l’aveva spinta a sposarlo, dopo pochi mesi aveva ripreso la solita vita vacua e dissipata. Festini, discoteche fino all’alba e flirt a non finire.
Le prime notti l’aveva attesa in piedi.
– Tesoro, ma che fai ancora sveglio?! Tra qualche ora dovrai andare in clinica!
Dai, fai il bravo: non mi aspettare. Lo sai che faccio sempre un pochino tardi.
Dopo due mesi dalle nozze aveva ripreso a dormire in camera sua.
– Sai, amore, è più comodo per entrambi. Così non ci daremo fastidio l’un l’altra e riposeremo meglio.
Quanto l’aveva odiata in quei momenti! Quando, invece di chiamarlo semplicemente per nome, gli si rivolgeva con quegli epiteti melensi e stereotipati che per lei – ne era ben certo – non avevano assolutamente alcun significato.
Durante i primi mesi di matrimonio aveva provato a stabilire un minimo di dialogo; ma Patrizia era incapace di sostenere un discorso serio per più di cinque minuti.
– Caro, lo sai che queste cose intellettuali mi fanno venire un fortissimo mal di testa. Tu non mi ami. Se mi volessi veramente bene, me li risparmieresti questi discorsi.
Quando le aveva chiesto di parlare con suo padre per convincerlo a dargli un po’ più di spazio in clinica, cosa gli aveva risposto?
– Gioia, ma lo sai che non ci capisco nulla di queste cose. E poi papà non permette nemmeno a mia madre di intromettersi nel suo lavoro: figurati se dà ascolto a me.
Alla fine si era rassegnato. Aveva finito per consolarsi con altre donne. Era pur sempre un bell’uomo e nell’ambiente dei Beccaris le donnine facili si sprecavano.
Ancora quel dolore all’addome! Stavolta era durato di più. E si sentiva di nuovo quel misterioso borboglio. Ma i ricordi si accavallavano nella mente con forza inarrestabile.
A Patrizia non importava nulla delle sue avventure. Poi, all’improvviso, il patatrac! Fu quando scoprì che da quasi un anno aveva un’amante fissa, molto più giovane di lei: la figlia della sua migliore amica, Beatrice Orsini. Eh, no. Questo non poteva sopportarlo. E non certo perché lo amasse. Non poteva tollerarlo perché quella relazione con una donna più giovane di lei, e per giunta figlia di Beatrice, la esponeva ai lazzi e alle frecciatine velenose delle sue amiche. Si era rivolta a maman, la quale, pur essendo perfettamente a conoscenza di tutto, finse di cadere dalle nuvole per dare alla vicenda un tocco scandalistico che le avrebbe consentito di intervenire in maniera drastica e definitiva.
-Povera piccola, chissà quanto soffri. Quel miserabile cialtrone! Che vergogna per il nostro casato! Ma tu non preoccuparti. Ci penserà maman a sistemare tutto, una volta per sempre.
L’ineffabile Maria Sofia Veronica aveva incaricato la migliore agenzia investigativa della città. Le prove dell’adulterio raccolte dai segugi erano numerose e schiaccianti.
– Tocca a te scegliere. O una separazione consensuale senza alcuna richiesta da parte tua o la causa in cui, a malincuore, saremmo costretti a tirare fuori le foto della tua indegna tresca con quella giovane cocotte.
Ah, sì. La sua era una “indegna tresca”. Invece, la vita che menava Patrizia, i suoi innumerevoli flirt, le corna di cui lo aveva adornato pubblicamente tante volte, erano esempi di muliebre virtù! Ma tant’è. Si era dovuto piegare, ancora una volta.
Non avrebbe mai potuto dimenticare il perfido sorrisetto di sua suocera e lo sguardo di sufficienza che gli aveva gettato. Traspariva chiaramente la maligna soddisfazione della nobildonna che finalmente aveva avuto ragione di quel miserabile arrampicatore sociale.
Separazione e licenziamento furono tutt’uno.
Era sprofondato di colpo in un abisso. In città le porte erano tutte sbarrate. Ci aveva pensato l’onnipotente professor Beccaris a fargli terra bruciata intorno.
Ma gliela avrebbe fatta vedere lui! Non sapevano di cos’era capace. Avrebbe ripreso a studiare, avrebbe partecipato ad un concorso a cattedra, avrebbe… E invece, no.
Aveva dovuto cambiare regione. Ricominciare tutto daccapo in un piccolo ospedale di provincia, come un giovane neolaureato.
Era riuscito a malapena a restare a galla: vice primario in un ospedale di provincia. Non era certo quello che aveva sognato.
Di nuovo quel confuso borbottio che lo distraeva. Ma da dove veniva? Cos’era? Non aveva importanza. Ora doveva ricordare. Solo questo contava.
Patrizia. Ma cosa aveva raccolto con quella sua scelta? Ben poco, rispetto alle sfrenate ambizioni giovanili.
Certo, se non avesse lasciato Chiara, la sua vita sarebbe stata completamente diversa. Avrebbe potuto vivere con una donna meravigliosa che lo amava profondamente. Avere dei figli. Una famiglia.
Avrebbe potuto insegnare, forse anche all’università. E pubblicare dei libri. Conoscere la fama. Lasciare una traccia di sé ai posteri, forse. E invece no. Ma poteva almeno diventare primario. Era ancora relativamente giovane e con un po’ di fortuna e la raccomandazione giusta poteva ancora farcela. Almeno, se non la ricchezza, una vita agiata. E, soprattutto, la possibilità di tiranneggiare a suo piacimento i medici del reparto. Rifarsi di tutte le umiliazioni che aveva subito. Prendersi la rivincita. Riscattarsi. Comandare il reparto. Comandare. Comandare. Comandare.
Per un attimo aveva assaporato l’acre sapore della vendetta. Poi, di colpo, aveva sentito confusamente che non ce l’avrebbe fatta. Perché? Non lo sapeva; ma sentiva che era così. Era così per un qualche motivo che al momento gli sfuggiva, che non riusciva a ricordare. Ricordava le vicende lontane, ma non i fatti più recenti. Come se li avesse dimenticati o volutamente rimossi.
Quel maledetto mormorio era diventato ancora più forte, veramente intollerabile.
– Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore…
Ah, dannazione! Era troppo tardi. Ecco perché. Era troppo tardi. Glielo aveva detto chiaro il dottor Pelli.
– Metastasi. A stella, in tutto l’intestino. Ha aggredito anche il fegato. Inutile qualsiasi intervento.
Adesso ricordava tutto con estrema lucidità. I due mesi di chemioterapia, le dimissioni. Morire almeno nel proprio letto.
Già. Sai che bella soddisfazione! Morire con nelle orecchie quell’insopportabile brusio, circondato da parenti e colleghi che, del tutto indifferenti alla sua sorte, continuavano a chiacchierare amabilmente dei loro affari o degli ultimi pettegolezzi.

Fine

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