Cultura salentina, Saggio

Conoscenza è saggezza

di Rocco Aldo Corina
Anassagora
Non si può ritenere che la materia, possa – come dice Anassagora – dividersi all’infinito per essere considerata anch’essa infinito e neanche attribuire alla divisibilità all’infinito «l’esistenza di parti prevalentemente invisibili» che, unendosi, permetterebbero di essere percepite. Disperdendosi le quali – nel possibile loro processo di separazione – scomparirebbero pur nella considerazione del filosofo, del tutto nel tutto, dell’invisibile cioè nel visibile, invisibile – badiamo bene – percettibile mediante l’unione di parti invisibili, impercettibili dunque, cosa che non può essere. Ma il filosofo insiste: «Ciò che appare – dice – è una visione dell’invisibile (fr. 21a) da noi non percettibile per «la debolezza dei nostri sensi». Se allora così è, come possiamo affermare che quel che appare è, altro non è che l’invisibile nella realtà del suo essere? Sarebbe insomma nell’invisibile la vita delle cose? Ma, come può essere? Si tratterebbe di una materialità quale prodotto di piccole tantissime (invisibili?) forme sparse nell’etere – Anassagora chiama impropriamente semi queste forme – la cui unione produrrebbe visibilità e perciò tangibile concretezza. E, se così è, non è l’invisibile che a noi appare, ma, dubbi non ve ne sono, quel visibile da noi raggiungibile con i sensi, anch’essi, dunque, agglomerato di parti invisibili, stando alle dichiarazioni del filosofo? Assolutamente no, ciò non può essere come non può essere che il tutto, il cosmo nelle sue infinite parti, sia stato dal Nous messo in movimento per essere poi lasciato – secondo il Curi – al suo spontaneo processo formativo, alla deriva dunque. Anche per Aristotele il filosofo avrebbe detto che non si può credere che gli dèi aiutino gli uomini, essendo le cose umane guidate dal caso[1]. Ma, come discepolo di Anassimene, Anassagora non poteva non dire della vita spirituale alla quale molto credeva per cui ci parlò dell’Intelletto che d’un tratto mise in ordine tutte le cose – che in completa confusione aveva trovato – non credo per poi mandarle alla deriva – lo spontaneo processo formativo a questo allude –, ma per farle ben funzionare e ciò non poteva nella mente del filosofo non essere se è vero che sempre nel suo dire manifestava interesse per una patria celeste, sede del Nous, che mai avrebbe permesso il disfacimento di quel mondo dopo averlo ordinato nella maniera in cui credette. Secondo Teofrasto, infatti, Anassagora avrebbe inteso il divenire come opera dell’Intelletto, ordinatore e causa delle cose (Platone, Fedro 97 b), che – in quanto tale – «comanda su tutti e ha su tutti potere»[2]. E più chiaro di così per me non può essere.

Ciò che mi confonde però la mente è la credenza in Anassagora di un altro principio, la natura cioè dell’Infinito che non potrebbe non avere a che fare con l’Intelletto ordinatore stando al fatto che «la mistione di tutte le cose appartiene ad una sola natura indefinita sia per forma che per grandezza», ed è Teofrasto che ce lo dice.

Due principi – è il mio parere – non possono però sussistere perché la loro presenza ammetterebbe ab aeterno un’ambivalenza inconcepibile nel processo formativo delle cose, una lotta cioè tra i due direi incomprensibile non potendo noi pensare che a un solo principio dal quale prenderebbero vita altre possibili entità, in questo caso l’Infinito – da non intendere come principio – in continua collaborazione o in contrasto con l’Intelletto attivo.

E, a proposito di Infinito, utile una dichiarazione di Aristotele sulla sua immobilità dichiarata da Anassagora, assurda per lo stagirita. Per Anassagora, infatti, l’Infinito è fermo in  se stesso essendo il tutto in se stesso poiché niente lo circonda, per cui ogni cosa è simile – cosa assurda – a sé in quanto è fatto il tutto di parti simili essendo tutto acqua e tutto terra (ogni cosa è mescolata in ogni cosa per cui la nascita si ha per separazione) per la proprietà dei semi, omeomerie o materia che dir si voglia, che costituiscono il tutto grazie a una causa efficiente che il filosofo intravede nell’Intelletto.

Per questo motivo le omeomerie, essendo principi delle cose – ognuna di esse ha quantità piccola o grande rispetto all’altra, cosa che ci fa pensare che tutto è simile rispetto a sé – darebbero vita all’Infinito ritenuto immobile dal filosofo. L’Intelletto, quindi, nel predisporre l’ordine delle cose, realizzerebbe ciò che in fondo non può essere realizzato. Se pensiamo infatti all’Infinito quale entità che per il filosofo esiste ab aeterno, non potrebbe su di essa l’Intelletto agire indisturbato. Perché in tal caso lo scontro tra entità diverse sarebbe inevitabile anche per il fatto che la forza dell’una non permetterebbe all’altra il sopravvento. Verrebbe così a cadere parte essenziale della filosofia di Anassagora se anche si tien conto di quel che dice in proposito Aristotele per il quale non è possibile sostenere che tutte le cose all’inizio erano mescolate tra loro, non essendo naturale che una qualunque cosa si mescoli con altra qualunque cosa[3]. Anche Aristotele – quindi – talvolta ha avuto da dire sulla filosofia di Anassagora non accettandone alcuni punti di vista. Invito perciò a farne utile ricerca.

Questo a parte, come si può pensare o sostenere che l’etere sia infuocato e che per effetto della sua violenta rotazione porti in alto tutte le pietre della terra per poi bruciarle e convertirle in astri? Ci fa questo capire Aëtius, uno dei dossografi di Anassagora, ma ne abbiamo oggi anche sentite di peggio. Può essere che qualche studioso moderno sia ricorso a questa teoria per dirci delle origini dell’universo? Così forse è stato, ma se così è stato nessuno può vietarmi di pensare che l’assurdo abbia preso cognizione – ma in maniera sbagliata – prima di tutto di sé per poi sfociare nell’intellettualismo di maniera, voglio dire nella credenza non troppo ragguardevole che si aveva e forse si ha ancora sulle cose. Ma questo è solo il mio parere ed è ciò che mi porta a dire che nulla può essere messo in opera se non da qualcuno che muove e in tal senso Anassagora è stato molto esplicito parlandoci dell’Intelletto se pur – come abbiamo visto – nei limiti della sua ragione, se pur disse che «niente nasce dal niente»[4]. Nei limiti della ragione disse, anche disse che il fuoco e il sole hanno la stessa natura.

Ignorava però che «gli uomini guardano senza difficoltà il fuoco mentre non possono volgere lo sguardo al sole, e che, bruciata dal sole, si annerisce la pelle, dal fuoco no: ignorava pure che nessun prodotto della terra può crescere bene senza i raggi del sole, mentre il calore del fuoco li distrugge tutti. Inoltre, quando affermava che il sole è una pietra infuocata, ignorava pure questo, che una pietra nel fuoco non risplende né resiste a lungo, il sole invece, brilla sempre di uno splendore incomparabile»[5].

Quanto altro si disse su ciò che Anassagora avrebbe detto, perciò non posso non esprimere il mio compiacimento su affermazioni dettate da spirito – mi piace dire – propenso al vero. La filosofia antica m’affascina per questo se anche mi induce a domandarmi sulle varie asserzioni dettate o no da esigenza critica voluttuosa di verità. M’accorgo, infatti, e spesso lo dico, delle tante incongruenze visibili nella loro fattezza contraddistinta da certezze inverosimili nel campo cognitivo, voglio dire della conoscenza non conoscenza per cui purtroppo più volte si cade nell’assurdo logico. Ma ciò è possibile quando nella ricerca si pone la volontà di non conoscere appieno le cose per la presunzione che a volte si ha di ammettere ciò che è fuori da ciò che è reale per cui dico che sia proprio la dialettica, e mi riferisco a quella sostenuta da Socrate, quasi sempre a tirar fuori la verità.

[1] Cfr. Aristotele, Fisica, B4.195 b36.

[2] Cfr. Philodemus, De pietate, c4a p. 66.

[3] Cfr. Aristotele, La Metafisica, A8.989 a 30 sgg.

[4] Senofonte, Mem., IV 7,6 sgg., in I Presocratici. Testimonianze e frammenti, v. 2°, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 605.

[5] I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., p. 586.

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