Cultura salentina, Saggio

Se l’amore può tutto… (sulla scrittura di Matteo Carecci)

di Rocco Aldo Corina

A volte, e non solo a volte, dico che la poesia può salvare il mondo, quella buona però. E Matteo è «davvero pronto a voler cambiare – come lui sostiene – qualcosa nella vita». Come? «Prima di tutto – dice – non odiare, perché odiare è il primo passo verso la morte». E qui mi ricorda Saffo, pronta a dire in ogni istante che solo l’amore può tutto nel senso buono, naturalmente. «Non odio nessuno io perché la mia anima è buona», è detto in un frammento dell’antica poetessa greca. «T’era caduto un fiore dai capelli, lo raccolsi io», è dunque nell’estro di Matteo Carecci, e «sopra un soffice letto il desiderio» e magari «molte corone intrecciate di fiori», come vuole Saffo, la cui «luna dalle dita di rosa vince tutte le stelle» mi riporta alla luna di Matteo «che illumina», però, «per quel che può» – per l’umiltà che ha in sé – i suoi passi nel «sapore di un nuovo azzurro» in una vita «al di là della notte». Dunque «azzurro» e «notte» e notte non come fine nella mente di Hikmet, per dire della gioia che può esser di tutti perché «lo splendore dalle acque nere del passato» apparve, dice Wilde.

«I giorni grigi – dice Matteo – mi hanno caratterizzato più di quelli soleggiati, e negli stessi ho saputo crescere meglio, sugli stessi son riuscito a riconoscermi e migliorarmi, capirmi e sfogarmi. La pioggia è stata fra le piccole cose che ha accompagnato le mie notti insonni, quella che ha riempito fogli bianchi quando non avevo idee… Sono una nuvola, sono leggero, anche se dentro porto l’impensabile. E cambio colore, cambio forma, cambio tutto come meglio posso, come meglio credo, come meglio vuole il mio amore».

In una metamorfosi dal sorriso velato, l’Autore esprime immagini chiare, semplici e nitide piene di dolce riso per chi è triste e solo, forse anche sofferente perché l’amore – chi non lo sa? – è sofferenza per molti.

Perché, a volte mi domando, perché tanta nebbia, tanta oscurità nella mente dell’uomo? Chi sa, chi lo sa? Per Ungaretti «dopo tanta nebbia a una a una si svelano le stelle» ed è vero. Immagina perciò, amico caro, un mondo d’infinite stelle «per non più soffrire – come dissi un dì – quando trovi la nebbia nel cielo; per non più piangere, di notte, quando il buio ti impedisce di vedere. Ricordati delle stelle che a “una a una” per te “si svelano” per riempirti sempre di nuova luce. Le stelle infatti “si svelano” per dare all’uomo calore anche quando la nebbia sembra sovrastare di fumo i suoi occhi». «Il viaggio è lungo, lo so. Molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori», e qui Tonino Bello riempie d’azzurro divino i miei pensieri, i tuoi pensieri, i pensieri di tutti perché sa di speranza – il suo dire – che realizza l’uomo, l’essere più bello, in una vita fatta di orizzonti luminosi.

«Avrai cercato – come dici tu, Matteo – un milione di volte d’andare incontro a ciò che visto da lontano sembrava luccicare», «ma arriverà – dici ancora –, arriva per tutti un po’ di tranquillità e quando la riconoscerai non riuscirai a pronunciare mezza parola che non sia, era ora».

Poesia fitta di filosofia, quella di Carecci, che nel suo «buio in persona», come dice, può provare a far luce: «Ho pensato di poterti salvare prima di potermi salvare… Ho pensato prima a te poi a me… Dimmi un po’, questo secondo te non è amore?». E qui s’affaccia un Rimbaud pronto a «dare la colpa al vino, e non alla voglia di te», dice Matteo anche se «era bello crollare fra le tue braccia». Sì, «ho pensato di poterti salvare prima di potermi salvare». Oggi non «dico a nessuno che da quando non ci sei ti vedo ovunque: per le stanze, per le strade, nei miei sogni e nel mio cuore. Non lo dico a nessuno ma vorrei dirlo solo a te». E, «se non parlo di me finisco col parlare di te», di noi che «abbiam fatto finta di nulla». Che altro mi resta se non d’affacciarmi alla finestra per «urlare al vento che [sono] ancora lì ancora vivo anche se pieno di cicatrici». Sappi, però, che «ti sto aspettando in cima ai rami, più in alto dei tetti delle case, ti sto aspettando in mezzo alla neve che mi gela il cuore, ti sto aspettando in mezzo ai fiori».

«Mai avrei pensato – dice Alda Merini – che queste pagine diventassero ali», calde come «le ali degli angeli», «ma tu mi parli su uno spazio che io non conosco». Perciò, dice ancora, «lasciatemi nella prigione del dolore».

«Ti prego, lasciami andare: il pensiero dell’alba è in me così alto che non occorrono boschi per poter camminare», anche perché «l’amore è una porta chiusa, la sanno aprire i fanciulli forse perché entrano in punta di piedi». L’amore come porta chiusa è nei versi di Carlo Giannetto, il caro amico che conobbi a Milano anni fa, un poeta il cui compito è quello di penetrare negli animi con l’abilità del sorriso nella voglia di attuare cambiamenti. L’anima ha bisogno di luce per praticare giustizia e i versi di Carlo, come quelli di Matteo, modellati dall’anima, sono per noi poesia penetrante, vera e sublime. È il motivo per cui la poesia ha il compito di insegnare, di educare per una vita sana e buona.

Dissi un dì che l’amabile bontà è dei fanciulli e degli adulti che hanno il cuore fanciullo, è dell’uomo che conserva purezza di bimbi negli ineluttabili giorni tristi e assurdi ma resi dolci, a volte, dal fantastico gesto d’amore. Ma questo – dissi ancora – non vuol dire che se siamo buoni non soffriamo più, perché sofferenza può anche essere detta amore se la nostra fede religiosa è salda. Accettare quindi sofferenza per amore è come vivere in un dolore non dolore che può essere cioè sopportato.

Per Seneca «il sommo bene non avrà più la sua purezza se accoglierà in sé qualcosa di diverso dal meglio. Si ponga dunque il sommo bene là dove nessuna forza possa strapparlo» per cui il filosofo conclude che «la virtù, solo la virtù saprà sopportare qualsiasi evento. Sopporterà le ferite come un soldato coraggioso che conta le sue cicatrici e che, trafitto dai dardi, amerà, morendo, il generale per cui cade, e avrà nel cuore l’antico precetto “segui il tuo Dio”».

La formula, quindi, del dovere umano è l’amore «scambievole», ed è ciò che nella poesia di Matteo appare nella consapevolezza che può nel tempo la vita avere un altro volto grazie all’amore che se nel cuor nostro giunge per magnificare il bene, «la nostra solitudine», di cui il nostro Autore dice, avrà la certezza del nuovo giorno. È il messaggio che Matteo lancia al mondo per amor del mondo. «Il mondo è piccolo – dice –, sta a te renderlo grande».

Per cambiare il mondo è perciò necessario che l’umanità vada incontro a ridenti oasi di gioia pura, ciò che Matteo fa intendere a chiare lettere. Nella sua poesia non c’è fiamma che possa devastare un cuore perché nei versi di Matteo oasi ridenti spesso s’affacciano pur nell’invadente inquietudine d’un cuore che sol gioia vuol dare alle meraviglie della vita. Ecco perché la bontà del verso, d’amor pieno, si colora a volte di fragilità che divien forza e pur speranza nei giorni in cui il buio scivola in un’enfasi che rifiuta la silente solitudine del cuore che ama.

Perciò «amo ascoltarti e sentirmi in un gradino inferiore – dice il poeta – perché mi insegni tutto ciò che vorrei imparare».

Nell’opera di Matteo, fatta non solo di poesia, ma di suadente prosa che produce il benefico effetto, vedi, a mo’ di favola, l’ibrida realtà d’un mondo che ci appartiene, vero nelle immagini che raggiungono il culmine della loro bellezza nei chiaroscuri spesso invadenti della vita, per cui Matteo a ragion veduta si domanda: «Ci sarai quando sembrerò una persona nuova? Quando penserai di non conoscermi più e quando non sarò nemmeno io in grado di capirmi?». In fondo, dice il poeta, «nessuno è perfetto», perciò, «se sei rimasta la stessa, se ti senti ancora bambina in un corpo da ragazza, se continui a nascondere segreti e scheletri sotto al letto perché credi che nessuno qui possa capire, se continui a valutare un libro in base all’ultima pagina, urlalo al mondo».

Dissi pure un dì che molti sono i sussurri dell’anima legati all’ombra delle fragili lune. Questo pensai convinto d’essere nel vero mirando l’accattivante bellezza che è nei campi di rose scarlatte e pur silenti come gocce di fuoco. I dolci affetti mancati, perciò non sempre poggiano il capo sui gradini struggenti delle notti di fumo perché «troverai una via d’uscita proprio nel sentiero di cui hai tanta paura, e sarà bellissimo asciugarsi le lacrime e capire d’aver vinto», dice il poeta. Infatti, vidi «le stelle cadere con accanto il mare, il mondo mi sembrava meno grande e tu meno distante, l’altra sera». Potrebbe dunque «capitare che un giorno finirà tutto questo imbroglio di vita», ma lei non c’è ancora, «lei non c’è comunque, lei non c’è e basta». «Margherita, lo sai che scrivere è difficile», eppur lo faccio «perché è bello farlo e le cose belle vengono sempre facili» quando dico di te, eppur «mi manca la primavera col suo sapore», eppur mi manca, mi manca «l’amore, quello che sboccia sotto un tramonto in riva al mare quando tutto sembra non andare». No, non ditemi «che ama di più chi rimane, che ama di più chi non se ne va. L’amore è sempre diverso, proprio come le persone, proprio come le storie».

«Quant’era bello perderti e ritrovarti, pensare d’odiarti e scoprire invece d’amarti, spogliarti e poi rimanere a guardarti».

Qui si tratta di vera poesia dell’anima, per cui dico che tutto diventa poesia nella mente del nostro poeta, anche la prosa che spesso compare nell’opera come fiore intenso di brina, colorato di sensazioni che son nel mondo e che nel mondo trovano la ragione del loro essere che non ha vesti «ornatissime… che hanno lingua di solo silenzio» ed è qui il mondo di cui Alda Merini dice.

Dell’anima come categoria dell’infinito più volte ho creduto di dire nel bisogno di essere compreso, in fondo per parlar del bello in quanto essenza senza essere quel saggio che non «perde mai nulla di cui dovrà sentire la mancanza, in quanto pieno di virtù», secondo Seneca, quel saggio che possiede il bello in grado di gustare il sorriso delle stelle nei suoi momenti più cupi. Ma scusatemi se ancor dico di poesia come forza in grado di cambiare il mondo, realtà anche da imitare perché molto vicina al vero per cui sostengo che poesia è verità. Essa può dire quel che l’anima le suggerisce, perciò dice il vero, che in fondo è spirito come frutto di anima pura, che è sempre verità anche quando cerca di imitare altra poesia per esprimere una verità anch’essa col sorriso dell’anima pura. Può infatti l’anima riproporre lo stile di un altro, ma sempre nell’originalità che è in grado di realizzare come bellezza interiore oggettivata. Non è il caso di Matteo che nel suo discorso poetico va avanti senza il bisogno di far leva su qualcuno, su alcun verso cioè che non sia suo, nella necessità di dire anche della luna nella maniera più consona alla realtà che lo circonda, che non sempre brilla su cuori di pianto e scrive sperando di essere compreso, convinto com’è che la vita non è solo gelo, illusione e fors’anche sogno irrealizzabile, meglio silenzio.

Ma anche «la luna, come un fiore nell’alto pergolato del cielo, con silenziosa gioia siede e sorride alla notte». In fondo Blake è tutto qui, nel sorriso che dà a chi soffre.

Ecco perché, quando «vedo i tuoi occhi languidi morire a poco a poco come un treno che entra in stazione» (Apollinaire), provo lo spasimo, ma anche l’ebbrezza, quella della sera che promette – nonostante tutto – il risveglio dell’amore, perché il treno che entra in stazione è pronto a ripartire.

La luna, quindi, è silenzio, in fondo anche il treno è silenzio se suscita l’ebbrezza, il risveglio di un’anima triste. Sì, anche in Matteo è silenzio, silenzio che dice di sé in un mondo che conduce a sera, come il silenzio di Alda, silenzio che parla e grida nella sola voglia di rivedere la luce.

-pagina a cura dell’Osservatorio Poetico Salentino-

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