Cultura salentina, Saggio

Anime dell’antica filosofia

di Rocco Aldo Corina

Quanti nomi negli anni mi sono passati sotto gli occhi, nomi di anime tristi, nomi di vati dal «variato canto»[1], come l’Orfeo divino che un tempo ci svelò i misteri. Ma «io, grazie alle Muse mi portai in alto», dice Euripide[2]. Perciò forse mi sfuggì Epimenide che innalzò, ahimè!, in Atene «altari alla Superbia» ed alla «Sfrontatezza»[3] con mancanza di ritegno purtroppo, ma nei confronti di chi, degli altri? Perciò forse mi sfuggì, perciò non mi piacque. Come poté allora – secondo Pausania – purificare varie città, fra cui Atene[4], dal sacrilegio di Cilone – per Suidas –, con che cosa?, con versi lodatori di enigmatici misteri, eleusini non di certo, per cui secondo alcuni due giovani morirono (per mano di chi?) per motivi di espiazione, se è vero che fu allontanata dalla città la terribile sventura?, la pestilenza – insomma – di cui si disse? Meglio Ferecide di Siro che per primo scrisse sulla natura e l’origine degli dèi. Sostenne anche che l’anima umana fosse immortale. Teopompo scrive che invitò i Lacedemoni a stare lontani dall’oro e dall’argento, dalla ricchezza, insomma, onde onorare la povertà figlia di amore. Ma ciò – secondo Pitagora, suo discepolo – gli era stato ordinato in sogno da Eracle.

E, a proposito di uomini forti, venne da Teagene notizia su Omero, il poeta che ci parlò di Achille, Ettore e Ulisse e degli dèi di antropomorfa natura, degli elementi poi che nell’universo trovano sfogo scontrandosi sempre (il secco che combatte l’umido, l’acqua che spegne il fuoco, il caldo che non piace al freddo), senza però insensati affanni. Fu così che per lui nacquero alcuni nomi: Apollo ed Elios, Efesto, Scamandro e Posidone, poi la luna che in Artemide trovò conforto. Alla saggezza dette il nome di Atena, all’amore quello di Afrodite e così via. E di ciò disse Teagene di Reggio.

Non certo adamantino il mio dire né il mio stile, il mio modo d’incontrar diatribe è però tale che nell’assurdo non si crogiola, almeno credo, né si tinge d’affannosi sensi oltre i sinuosi azzurri mattutini e confonder le menti non mi piace. Vedo però tra i rami della memoria l’argivo Acusilao. Sembra abbia supposto il Caos come principio dal quale sarebbero scaturiti il principio maschile detto Erebo, e Notte quello femminile. Nacquero dalla loro unione Etere, Eros e Metis e da questi – secondo Eudemo – molti dèi. Eros fu da più parti ritenuto come il più antico, e non credo che si siano sbagliati trattandosi di amore. Secondo Esiodo deve la sua nascita a Caos e a Gea, per Simonide viene da Ares e Afrodite, mentre per Acusilao è figlio di Etere e Notte. Come vedete, il mondo antico è bello e di più affascinante, pieno di ansimanti deliziosi affanni e strani sotterfugi stupendi per cui Platone, leggendo Orfeo, pensò all’anima come chiusa in un corpo – suo luogo di espiazione – al fine di pagare le tante furibonde azioni commesse in vita. Per il filosofo greco[5], le anime dei giusti sono condotte nell’Ade da Museo con il dolce canto concedendo loro interminabile ebbrezza quale ricompensa per la virtù esercitata al tempo della loro vita terrena. Sfaccettature dorate nelle opere degli antichi – vedi Coronide che preferisce per umiltà Ischi ad Apollo – e pur dettate da virtù insensate – chiedo scusa per l’ossimoro – per cui si disse di Acusilao quale messaggero degli dèi[6] e custode di amabili storie nelle quali compaiono Enea per opera di Afrodite che lo generò con Anchise per la dissoluzione della stirpe di Priamo per cui Alessandro (Paride) rapì Elena e altre storie ancora vedi, quella di Orizia magnifica nella sua bellezza, perciò rapita da Borea, il vento che la portò in terra Tracia per amarla. E ciò nelle mirabili fantasie degli antichi. Ma da qui nacquero i Sette Sapienti – di più per alcuni – ma – uomini solo esperti e legislatori per Dicearco – tutti dediti, per Anassimene, alla dolce poesia.

Nel «Conosci te stesso»[7], scritta apparsa sulla porta dell’oracolo di Delfi, Platone intende vedere saggezza in chi la disse – i filosofi laconizzanti per i quali lo stile riguardava la concisione detta appunto laconica, dico di Talete, Pittaco, Biante, Solone, Cleobulo, Misone e Chilone, a questa scritta si attennero – per cui trovò sapienza o meglio saggezza, nel significato di «sii saggio», a Pittaco che per primo – per lui – la pronunciò[8]. E nella saggezza i sette sapienti si portarono per dir cose su cose per cui dissero, soprattutto dissero cose giuste e giuste soprattutto: «Coltiva la pietà, l’educazione, la saggezza, la sapienza, la verità, la fiducia, l’esperienza, l’abilità, l’amicizia, la sollecitudine, la cura per la casa, l’arte»[9]. Così parlò Pittaco di Lesbo. Ma altri pur parlarono e dissero, dissero tanto. Suidas ritiene che Talete abbia fatto alcune dichiarazioni sui fenomeni celesti, le eclissi, gli equinozi e che abbia sostenuto per primo l’immortalità dell’anima.

Il piacere genera afflizione, disse Solone. Meglio sapere che non sapere, disse Cleobulo. Rispetta il più vecchio e domina l’impulso, disse Chilone. È tu sii bello in ciò che fai, disse Talete. E Biante: ama la Sapienza, disse. E Misone non so. E non so neanche che disse Periandro, ma forse qualcosa so, disse che «la tranquillità è cosa bella», ma Parmenisco pitagorico non trovò mai il riso che sperava. Epicarmo, invece, per la commedia che inventò, forse per un po’ rise per aver promulgato in maniera giocosa, quel che Pitagora pensava. Per Diogene Laerzio fu il più sapiente e Siracusa godette di ciò per gran tempo. Disse che «gli dèi ci danno ogni bene grazie alle nostre fatiche». Per il bene che siamo in grado di fare?

Leggo da qualche parte il nome del pitagorico Cercope, l’autore del Discorso sacro e del carme Discesa nell’Ade, questo secondo Epigene. Apprendo da Plutarco che Petrone ebbe a dire dell’esistenza dei diversi mondi disposti a guisa di triangolo con 60 per lato. Inoltre, che Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso – ma questo secondo Simplicio – dissero che il principio delle cose è da attribuire al fuoco per condensazione e rarefazione.

Quanto poi a Senofane, dissi di lui altrove[10] ma tornerò più avanti per dire qualcosa sul suo monismo-panteismo ovvero sull’unicità del mondo da lui sostenuta.

E ci fu uno che prima degli altri disse che «la terra si muove in maniera circolare» e questi – secondo Diogene Laerzio – fu Filolao, il pitagorico che credette nella sostanza delle cose limitate e in quella delle cose illimitate quali princìpi del tutto. Perciò disse che l’anima è armonia grazie alla mescolanza dei contrari anche perché di contrari è fatto il corpo come pure il Cosmo nei suoi elementi limitati e illimitati ordinati anch’essi dall’armonia della quale – precisa Filolao – non avrebbero bisogno se tali elementi fossero simili e di ugual specie. Se ne deduce che l’armonia nasce dai contrari, dall’esistenza cioè di elementi discordanti che per i pitagorici trovano accordo grazie alla musica, per essi armonia. Il Cosmo? Fu sempre e sempre sarà. Si deve perciò dire che «è attività eterna di Dio e della Genesi, la natura mutevole seguendo [il Dio]. E l’uno rimane eternamente nella stessa condizione e resta com’è; il resto è molteplicità che nasce e muore. Le cose che son soggette a corruzione serbano tuttavia la loro natura e le loro forme, e restituiscono alla generazione la stessa forma del padre e demiurgo che le ha generate»[11].

Ma «quello che risulta dalle due parti, la divina che sempre corre e la generata che sempre muta, è il cosmo»[12]. Ciò che muove insomma «compie il suo corso dall’eternità nell’eternità, e ciò che è mosso si dispone secondo che lo spinge ciò che lo muove, l’uno muoverà sempre e l’altro sarà sempre mosso»[13]. E tutto dipenderebbe dalla musica, non solo per Archita. Se volgiamo lo sguardo altrove, incontriamo filosofi che lascian pensare ancor di più all’irreale fantastico per le loro asserzioni spesso campate in aria.

È perciò possibile dire che «il vuoto non esiste»?, sì è possibile, ma pensare che sia proprio l’inventore della dialettica –  della retorica fu Empedocle – a dir questo, mi riferisco a Zenone, discepolo di Parmenide, interessato anch’egli come il maestro allo studio della natura, un po’ mi sorprende se penso al suo Essere che comprende il tutto pur nella sua indivisibile immobilità. Fuori cioè dal vuoto che per il filosofo non c’è? Come è possibile?, dov’è per lui il mondo, l’universo, dov’è l’uomo se il vuoto non è? Per Zenone, quindi, l’Essere è uno e indivisibile, ma anche immobile. Il filosofo, dunque, nega il movimento. Ogni commento per me è inutile. Meglio Melisso quando dice che dal nulla non nasce nulla per cui ogni cosa è da ritenersi eterna ed eterna soltanto. E questo disse il discepolo di Parmenide.

Per quel che riguarda la nascita delle cose, che non si può negare né apparenza si può dire che sia come vuole il filosofo, non posso che affermare la necessità della loro eternità se ogni cosa – secondo Melisso – non nasce dal nulla. Ma ciò può essere? Il ragionamento di Melisso – sostiene Aristotele – sull’infinità del tutto, «assume che il tutto sia ingenerato (infatti nulla può essere nato dal non essere) e che d’altra parte ciò che è nato è nato da un principio. Se dunque non è nato, il tutto non ha un principio, dunque è infinito»[14]. Ragionamento neanche utile per la comprensione della filosofia di Melisso, ma necessario per non arrampicarsi sugli specchi.

Alcmeone, poi, mi fa credere che molte cose son dette senza senso. Secondo Teofrasto, il pitagorico avrebbe sostenuto che l’occhio contiene fuoco perché manda scintille quando è colpito. E disse ancora e ancora cose senza fondamento. Un esempio? «Le capre respirano con le orecchie, l’anima si muove come il sole».

Icco, invece, grazie alla sua vita vissuta in temperanza, conseguì una delle corone olimpiche, era del resto il miglior maestro di ginnastica, ma filosofo non fu mai. Parone – pitagorico anche lui – riteneva che il tempo fosse del tutto ignorante perché pensava che l’oblio dipendesse da lui. Ma, che senso ha questo suo dire? Sapientissimo invece il tempo per Simonide poiché in esso si apprende e si ricorda, ma è anche vero che nel tempo – disse – dimentichiamo qualcuno. Di Aminia pitagorico si sa che fu povero, ma di animo buono se si pensa – così è ricordato – che si mosse a favor degli altri.

Pitagorico fu anche Brontino che ritenne supersostanziale «l’uno e il bene», alla cui concezione aderì poi Platone. Questo secondo Siriano per il quale Brontino disse che la «causa una», che per Archeneto è «causa prima della causa», per Filolao causa di tutte le cose, è anteriore e superiore a tutto quel che chiamiamo «mente e sostanza».

In parte sibillino, il concetto riporta al pitagorico Ippaso per il quale la trasmutazione del Cosmo è nel tempo limitata. Il che vuol dire che tutto dipende dalla «causa prima» o «una» che dir si voglia, superiore alle cose che sono al mondo. Ma, qual è il Principio per Ippaso, dal quale nascono tutte le cose? Il fuoco, secondo Simplicio, e in questo la pensava come Eraclito. Ma ciò che mi dà sospetto di contraddizione in Ippaso, è la credenza per la quale il tutto è «Uno» in continuo movimento e trasformazione per la sua limitatezza. Se pur ciò per condensazione e rarefazione, che dal fuoco non può essere che avvenga. Come può il tutto che è uno, nascere dal fuoco? Ma nel fuoco – per il filosofo – le cose anche si dissolvono e la Natura che fa loro da sostrato, che cioè regge quel che si forma e si distrugge oltretutto nello stesso fuoco come «Principio», permette questo processo di trasformazione per volontà del Principio che è il Fuoco. In ciò vedo contraddizione o, se vogliamo, paradosso in Ippaso per il fatto che il Principio, causa delle cose emanate, distrugga poi «in sé» – per volontà anche di Natura – le cose. Non può essere come non può essere che il fuoco dia inizio alla vita, alla nascita d’un mondo che dal fuoco non può venire se pur si pensa alle varie sue possibili sfaccettature dovute comunque a un sistema che non regge per logicità anzitutto. Anche per questo scrissi «nella quiete del vecchio crepuscolo»[15], vedendomi in una vita «senza fiato, come foglie al vento nel gelo della notte, nel rimorso per le cose non fatte e per quelle fatte male quando navigavo nel torpore degli aridi castelli, nel miraggio dei sogni deliranti»[16]. Per questo forse mi avviai verso un cammino non facile e di recupero delle attività culturali a volte smarrite nella loro non considerazione dell’anima come amore nella vita dello spirito. «Nella mappa», quindi, come Pellegrino dice «dell’attuale turbine degli indirizzi filosofici», una decisiva svolta nella «rivendicazione di una filosofia che punti all’esaltazione onnivora dello Spirito, in una prospettiva pervasiva che vede anche “la materia come spirito oggettivato” contro l’irrazionalismo e l’assurdo logico in filosofia»[17] che è anche in Ippone quando sostiene che «l’anima è acqua» e «non sangue», come altri dicono.

Quante supposizioni, quante dichiarazioni a volte prive di senso, quanti giri di parole nei filosofi antichi e non solo antichi, aggiungo io, quante prese di posizione assurde, non consone alla realtà! Eppur erano di moda, allora, giustificate dal desiderio di dire la verità sulle cose e il mondo. Ma come? Parlando a vanvera? Il sistema usato era questo, quasi sempre privo di senso. E non sto a dire nei minimi particolari sulle inutili affermazioni delle menti antiche, dei filosofi non filosofi, dico questo senza intenzione d’offendere alcuno, e col solo scopo di ricostruire – per quanto possibile in positivo – momenti che con la realtà dei fatti non han nulla a che fare per la non concretezza dei racconti campati in aria che purtroppo ci sono, se pur qualcosa di positivo – bisogna ammetterlo – è nei momenti meditativi degli anni che furono, ciò che insomma spinge l’uomo a chiedersi sulla vita, la natura che ci sostiene e l’universo che ci ospita nella sobrietà o meno dei giorni che a volte conducono a festa. La domanda che mi pongo è allora questa: Serve a qualcosa la filosofia? Forse sì, se non altro a mettere in funzione la macchina del pensiero che non sempre sbaglia nel dire sulle cose ed è ciò che mi conforta alquanto.

Se mi volgo perciò a Senofane per il quale, «tutto è uno», a dir di Cicerone, per anche dire che mai credette agli dèi, secondo Aristotele «in alcun tempo non sono», disse infatti. Per Teodoreto disse poi che il tutto pur essendo uno, è «sferico è limitato, non generato ma eterno, e del tutto immobile. Ma poi, viceversa, dimenticatosi di queste affermazioni, ha detto che tutto nasce dalla terra». Vi è comunque evidente contraddizione in Senofane quando afferma che il tutto rimane eterno nella sua limitatezza. Però, «se si tiene conto delle dichiarazioni di Damasceno e Cicerone, Senofane avrebbe attribuito alla divinità indeterminatezza, per cui avrebbe dato limitatezza a uomini e cose senza compromettere le sue asserzioni sulla divinità che per Teodoreto dimostrerebbero nel filosofo chiare dimenticanze. Il presunto monismo-panteismo ne uscirebbe allora indenne anche di fronte al tutto immobile e divino, pur possedendo gli uomini la divinità solo parzialmente, cioè in maniera del tutto relativa. Per questo principio anche la terra nella sua estensione illimitata, che per me non significa infinità divina, è soggetta al divenire»[18].

L’essere superiore di cui parla Senofane viene definito da Aristotele in maniera diversa e forse più convincente. Per lo stagirita Senofane avrebbe infatti parlato di un Dio uno, tra tutte le cose la Suprema perché, se così non fosse, cesserebbe di essere il Supremo.

Infatti, per essere detto Dio dovrebbe avere gli stessi attributi dell’Essere definito supremo, dovrebbe cioè dominare senza essere dominato. E, se così è, se Dio è uno, non può che essere uguale in ogni sua parte, anche i sensi apparterrebbero, anzi appartengono a qualsiasi parte di sè per cui vede e ode, ascolta alla stessa maniera in ogni sua parte.

Senofane così lo intese, perciò lo disse sferico. S’affacciò poi Epicarmo nelle cose divine per dire alla maniera di Platone – credo – che il bene è la cosa in sé per cui chi lo ha conosciuto è diventato buono. È il motivo per cui tutto lascia credere che il filosofo abbia pensato alle idee eterne e immutabili, idee come memoria, insomma, e anima, anticipando in tal modo, o meglio, aprendo così la strada alla filosofia di Platone. Anche Alcmeone sosteneva l’immortalità dell’anima. «È immortale – diceva – perché è sempre in movimento alla maniera delle cose divine come la luna e il sole e gli astri, anch’essi divini». Sull’esistenza di due Princìpi, Parmenide pur ci disse riscoprendoli nel fuoco e nella terra, l’uno con le funzioni di Demiurgo, l’altro come materia sferica. Assurdo per me tutto questo, ma concordo con lui quando dice che anima e intelletto sono la stessa cosa, non certo quando sostiene che le sensazioni non sono veritiere. Fu poeta, gran poeta, questo sì. Scrisse versi sulla Natura asserendo che l’Essere – è Simplico che ce lo dice – è uno «simile alla massa di ben rotonda sfera». E il divenire? Per Parmenide è un’illusione, appartiene alle cose che sembrano esistere, ma non sono. Dice poi che se vi è qualcosa oltre l’essere, non può dirsi che sia l’essere anche perché il non essere non è. Per tal motivo l’Essere per il filosofo è ingenerato. Come può allora parlare di due Principi? Come può dire che uno dei due, il Cosmo, è soggetto a distruzione? Stando così le cose, come può essere che il tutto – per il filosofo – è eterno, perciò non generato, sferico e omogeneo, immobile e limitato?[19]. Contraddizioni, quindi, in Parmenide, che si susseguono a dismisura, come in altri filosofi antichi, ma pur stando per me così le cose, non posso dire che tale filosofia, quella antica per essere più chiaro, non m’affascini, anzi è quella che m’affascina di più e un motivo ci deve essere.

In fondo tratta sempre di amore, anche di amore come principio e in ciò è anche Parmenide, ce lo dice Aristotele[20].

Non ci resta che aspettare «l’astro mattutino che attraversa l’aere e con l’ala bianca precorre il sole»[21].

 

[1] Timotheus Milesius, Persae, Ed. Wilamowitz 234.

[2] Alcesti, 962.

[3] Cfr. Clemente Alessandrino, Protrepticus, 2, 26.

[4] Cfr. Pausania, I 14,4.

[5] Platone, Cratilo, 400 b-c.

[6] Philodemus, De pietate, 92,12.

[7] Il detto fu attribuito a Talete, ma per Antistene era di Femonoe. Successivamente fu fatto suo da Chilone.

[8] Platone, Protagora, 343a.

[9] I Presocratici. Testimonianze e frammenti, v.1°, Editori Laterza, Roma-Bari 1993, p. 75.

[10] Cf. R.A. Corina, La Filosofia Antica, Bastogi, Foggia 2013, p. 81.

[11] I Presocratici. Testimonianze e frammenti, cit., p. 474.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, 315.

[15] R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Bastogi, Foggia 2014, p. 21.

[16] Ibidem.

[17] P. Pellegrino, in R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, cit., p. 17.

[18] R.A. Corina, La Filosofia Antica, cit., pp. 81-82.

[19] Ippolito, Refutatio contra omnes haereses, I 11. Per una più ampia trattazione sul filosofo Parmenide, rimando al mio testo di filosofia antica già citato.

[20] Cfr. Aristotele, La Metafisica, A4. 984 b23.

[21] Ione di Chio, in I Presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di H. Diels e W. Kranz, cit., p. 427.

 

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