Cultura salentina, Opinioni, Saggio

L’assurda presunzione

di Rocco Aldo Corina

Pompeo Batoni, Apollo istruisce le Muse Euterpe e Urania, ca. 1741, Varsavia, Museo Nazionale

Stupenda l’invocazione del filosofo alla Musa: «Ti desidero Musa dalle bianche braccia. Permetti ai mortali momenti di gloria, confortali col tuo dire tutto puro. Guidami verso la Santità. E voi, dèi, aiutatemi in questo cammino terreno, rendete caste le mie labbra, perché possa concedere al mondo fiumi di purezza» (fr.1). Vi è qui in Empedocle desiderio di purezza onde coinvolgere altri nella purezza? Sì e no se lo seguo nelle sue dichiarazioni non sempre nitide di troppo: «Io non son più – dice – nelle spoglie mortali, io, dio immortale onorato e venerato da tutti, cinto di bende e corone di fiori, seguito a migliaia dai più e dai più invocato per avere responsi e pur anche per ottenere guarigioni» (fr. 112).

Empedocle – come si vede – «ha voluto innalzarsi sulle vette della purezza credendo di essere Luce»[1], luce naturalmente acquisita dopo un percorso non certo chiaro, perciò non sostenuto da evidenti forme di convincimento. Perché mai allora, da beato che credeva di essere, si lasciò sedurre dall’idea di ricongiungersi con l’Origine di tutte le cose «celebrando la morte come rito di lacerazione dei limiti augusti»?[2]. Un essere già Luce su questa terra può mai pensare di andare in altra vita, quella – per intenderci – delle anime beate, per farne parte? Non si può dire, però, che non fosse attento ai problemi e alle necessità degli altri. È vero infatti che «salvò dalla furia omicida di un giovane»[3] con l’uso della lira armoniosa e distensiva, un certo Anchita.

Per il filosofo «tutti [un tempo] erano docili e benevoli agli umani, fiere e uccelli, e risplendeva l’amore»[4] (fr. 117) grazie alla dea regina, a Cipride odorosa, fa intendere il filosofo, l’Afrodite vittoriosa resa propizia dagli uomini con «immagini venerande e animali dipinti e unguenti raffinati e sacrifici di mirra pura»[5] (fr. 115) e profumato incenso. «Invasa era per suo volere la terra di miele dai biondi colori e di sangue animale la cui purezza non poteva macchiare di abominio l’altare se pur per gli umani lo era»[6] per «averne strappato via la vita»[7] (fr. 115) «che dona la vita»[8] (fr. 117).

Quel che mi sorprende però ancor di più in Empedocle è il pensiero che ha dell’uomo che giudica l’uomo all’infinito – ciò frutto di Amore e Contesa – pur convinto – il filosofo – che «amicizia» (fr. 35) è «amore che unisce» (fr. 36) nella «cieca solitaria notte» (fr. 82). Non vedete «che vi state divorando l’un l’altro per indifferenza al conoscere?» (fr. 120)[9], dice il filosofo. Ma chi è lui per dir questo nella certezza di ciò che afferma senza ragione? Se pensiamo al padre che, «sollevando in alto il figlio che ha mutato forma, lo sgozza levando invocazioni»[10], possiamo ritenere che vi sia saggezza nella mente del filosofo pur quando dice che «il figlio agguanta il padre, e i figli la madre, e ne strappano via la vita divorando la propria carne»? (fr. 121)[11]. Dov’è qui il messaggio positivo? Sì, è vero che ciò forse allora accadeva, che «Strage e Odio» (fr. 128), come dice il filosofo, rovinavano gli umani, ma è pur vero che per affermar questo c’è bisogno – direi anche – di abbondante umiltà per averne visione ragionevole e non propagare usanza di tal fatta senza motivo.

Ma Empedocle pensa di essere un dio, perciò accusa: «Non cesserete dalla strage che cupa rimbomba?»(fr. 120)[12]. E ancora accusa: «Ahimè, o stirpe infelice dei mortali, o due volte sventurata, da quali contese, da quali gemiti nasceste!» (fr. 131)[13].

E lui dov’è, non è tra questi? No, non è più se questo dice ritenendosi un dio. «Già una volta io fui fanciullo e fanciulla e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare» (fr. 142)[14] or non più, dice ancora. Ma, donde venne la sua purificazione, come fu che divenne divino? «Sole fulgido, Terra, Cielo, Mare sono una cosa sola con le loro parti che, disgiuntesi da essi, si sono generate negli esseri mortali. Così, fatte simili da Afrodite, le cose più adatte alla mescolanza si amano tra loro» (fr. 42)[15]. Ma «io con rinnovato slancio percorrerò la via dei canti» (fr. 43)[16], dice ancora il filosofo. Per questo si salvò?

Il suo dire non mi è del tutto chiaro, perciò dico, continuamente dico che non mi convincono affatto le sue conclamate dichiarazioni sulla vita e il mondo che san di favola e non di realtà nella luce di Afrodite. È vero però che Amicizia, come lui sostiene, «è nel mezzo del turbine» e che «Contesa è nell’abisso più profondo del vortice» (fr. 43), purtroppo ancora.

E così è, soprattutto se penso a poesia non ancora considerata in ogni dove come bontà e generosità. «Per questo dico che l’anima non è solo poesia, amore e bellezza, ma anche amicizia, che è amore e bellezza»[17]. Certo non è, l’Amicizia di cui parla il filosofo, quella di cui dico, ma un mondo privo di amore – Empedocle è del mio stesso avviso – non permette una vita leale, né generosa, né buona. «È il motivo per cui lealtà, generosità e bontà son figlie anch’esse d’amore che è anima poesia»[18]. Per questo anche dico che amicizia è «poesia come poesia è bontà e generosità. Poesia è insomma tutto quel che cambia il mondo e la vita… quando è alito di Dio, perciò provvidenza, alimento, nutrimento, sostentamento… »[19].

«È ragionevole – dice Leopardi, traducendo un passo di Epitteto sull’amicizia – che ciò che si è preso a cuore si ami. Può forse darsi la possibilità che si prenda a cuore il male? Niente affatto. Chi dunque sa distinguere il bene è un uomo capace di amare». Sicuramente il nostro Empedocle avrà a ciò dato ragione se pur nei tempi in cui Epitteto ancora non c’era, ma – come si può arguire – amore non ha età per cui può sempre giovare all’uomo in grado di intenderlo come bene. Deve però scontrarsi con il male che pure esiste ed è ciò che Empedocle mette sotto i nostri occhi per darcene ragione.

Lotta del bene col male, dunque, nel cui scontro – il filosofo parla di mescolanza – verrebbero a crearsi «le innumerevoli stirpi» dei mortali «condensate, compatte, adatte nelle più varie immagini, meraviglia a vedersi»[20].

Ciò mi riporta al mondo di Caino e Abele da cui venne la vita, ma non credo che Empedocle abbia pensato a questo. Una cosa però è certa, che considerò l’armonia come meta da raggiungere nella bellezza di Amore. Ma, «permanendo le due divinità, il Bene e il Male, si ammetterebbe, almeno momentaneamente, pluralità in Empedocle, pur intravedendo in lui propensione al monismo per il fatto che il fine dell’anima consista nel raggiungimento del Bene. Così si direbbe che Empedocle non ponesse tutta la sua fede al seguito della credenza orfica della metempsicosi, ritenendo per l’anima una possibile salvezza anche con il concorso di Amore. E il che, nonostante tutto, dimostrerebbe un Empedocle forse attento a possibilità di salvezza determinata più da Dio che dall’uomo con la metempsicosi, nel senso che con questa la salvezza sarebbe obbligata»[21].

Ma per sconfiggere il terribile male, la Contesa spesso amata dagli uomini, è necessaria per il filosofo una svolta decisa ed efficace convinto del fatto che si può parlare di purificazione solo se si è nelle condizioni di poterla ottenere mediante liberazione progressiva dal male da parte degli uomini, al di là di violenze e divieti che non permetterebbero «reincarnazioni privilegiate, come veggenti, poeti, medici, capi, e infine come dèi»[22], di cui però dice il filosofo.

«Tale, l’aspirazione di Empedocle: vivere in un mondo in cui non vi sia spazio per Contesa, e quindi per il dolore e la violenza, e ricongiungersi con la natura mistica originaria, di cui è Simbolo lo Sfero»[23].

[1] R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 21.

[2] Empedocle, Frammenti e testimonianze, a cura di A. Tonelli, Bompiani, Milano 2002, p. 13.

[3] Ivi, p. 109.

[4] Ivi, p. 91.

[5] Ibidem.

[6] Trad. Corina.

[7] Empedocle, Frammenti e testimonianze, cit., p. 91.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, p. 95.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 99.

[14] Ivi, p. 103.

[15] Ivi, p. 47.

[16] Ibidem.

[17] R.A. Corina, Sulla Bellezza. Breviario di estetica, cit., p. 28.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, pp. 28-29.

[20] La trad. it. è di A. Tonelli e J. Ramelli.

[21] R.A. Corina, La filosofia Antica, Bastogi, Foggia 2013, pp. 94-95.

[22] A. Tonelli, in Empedocle, Frammenti e testimonianze, cit., p. 12.

[23] Ibidem.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...