Racconti, Scrittori salentini

La potatura

di Lorenzo De Donno

Francesco Capuano: Paesaggio con alberi, olio su tela

Poi decisero di alleggerire, con una potatura chirurgica, gli alberi che seguivano il muro di cinta del nostro cortile: un enorme abete e un’altra splendida conifera, forse un cedro del Libano, che sembrava – con i suoi rami protesi a raggiera – abbracciare il mondo dal basso e assorbire l’energia dell’universo con le cime più alte. Erano cresciuti tanto che ormai avevano superato i terzi piani, erano diventati invasivi rispetto ai fabbricati e un fortunale avrebbe potuto sradicarli, o rompere i rami più grossi, e creare danni alle cose e alle persone. Era un sacrificio necessario. Fu così che, dopo una mattinata di fragore di motoseghe e di versamento di lacrime e bile a ogni tonfo di ramo che precipitava nel cassone del camion, riapparvero le palazzine verdi di fronte, quelle che, per almeno vent’anni, erano state nascoste da quella barriera impenetrabile verde argento. Come dice la leggenda, gli alberi sono gli unici organismi viventi che spargono profumi mentre l’uomo li ferisce o li uccide e quella mattina il profumo balsamico e pungente delle resine e quello aromatico di legni tagliati saturò l’aria a lungo. Riapparvero, con i palazzi, anche i balconi dei nostri dirimpettai. Iniziammo a salutare di nuovo i vicini dalle finestre, giacché non avevamo mai smesso di farlo incontrandoci per strada, ma rivedersi da quella prospettiva, dopo tanti anni, era diverso, era un percorso forzato, indietro nel tempo. Dover rinunciare alla privacy dei nostri affacci, in un primo momento, ci infastidì ma ci costò di meno quando realizzammo che, in realtà, avevamo ben poco da nascondere (che già non si conoscesse, gli uni degli altri) e che potevamo condividere di nuovo i piccoli sprazzi di quotidianità che ci avevano accomunato quando eravamo giovani coppie appena trasferite nel nuovo quartiere. È una forma di confidenza rassicurante, discreta e leggera, quella che si acquisisce con le persone che ci abitano di fronte, a prescindere dalla reale conoscenza. Anche le auto erano cambiate, nei rispettivi cortili. Bisognava ricominciare ad attribuire le macchine alle famiglie proprietarie, ammettendo che, sia da una parte che dall’altra del muro di cinta, le auto erano molte di più e i bambini a giocare molti di meno, quasi nessuno. E’ vero che i luoghi e i quartieri invecchiano con le persone che li abitano, a prescindere dal benessere raggiunto. Fortunatamente, del parco macchine degli anni 80, resisteva ancora una Cinquecento color avorio, già anziana a quei tempi, ora avvolta con cura dal proprietario in un grande telo di cellophane. L’aveva conservata per sé, ma anche per noi.Affacciati ai balconi ci riscoprimmo invecchiati. Era come guardarsi allo specchio e qualcuno, già, non c’era più.

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