Recensioni

Mario Soldati – I racconti del Maresciallo

di Elena Tamborrino

mario soldati

Come spesso mi accade, ogni tanto ho bisogno di leggere storie un po’ datate, che mi diano il gusto di uno stile narrativo ormai perduto e di un mondo altrettanto tramontato. In realtà, se è vero che un certo mondo, una certa società, i suoi luoghi comuni, i riti collettivi, le relazioni tra i ruoli sono oggi decisamente superati (e sarebbe bizzarro se non fosse così), dall’altra parte la lettura di autori che hanno pubblicato le loro opere nella seconda metà del secolo scorso, raccontando già un mondo ‘moderno’, restituisce al lettore una visione linguistica e lessicale della narrazione che è un vero piacere assaporare. Per puro caso, giorni fa ho pescato da uno scaffale della mia libreria che ospita i titoli Sellerio, questa raccolta di Mario Soldati, “I racconti del Maresciallo”, pubblicati per Mondadori nel 1967 e restituiti al pubblico nel 2004 dalla casa editrice palermitana. Spesso si acquistano libri pensando che abbiano un valore, a prescindere dal fatto che poi si andranno a leggere o meno, e avere un altro Soldati accanto ai libri letti da ragazza (“La sposa americana” e “Le lettere da Capri”, Premio Strega nel 1954) mi ha spinto a comprare questo volumetto usato, scovato ancora per caso a un Salone del Libro di Milano, non ricordo più quando. Insomma, una serie di casualità ha voluto che in questi giorni mi dedicassi a questa lettura verso la quale avevo aspettative diverse: pensavo di avere a che fare con dei racconti polizieschi canonici, con tutti gli ingredienti caratteristici, come le indagini su un delitto, le ipotesi investigative, le tecniche di indagine, le dinamiche psicologiche tra assassino e investigatore e così via. Nulla di tutto questo: si tratta invece di brevi racconti che il Maresciallo Gigi Arnaudi (nei primi racconti pubblicati sul quotidiano “Il Giorno” nel 1963 e ancora nei manoscritti inviati a Mondadori il cognome era Reynaud) fa all’amico Soldati, spesso a tavola, in osteria al Leon d’Oro o alle Tre Ganasce, davanti a un piatto di rape sott’aceto (i “burdugn”), di fegatelli sott’olio e a un bel bicchiere di barbaresco. Sono episodi che raccontano la provincia piemontese, con qualche incursione verso la pianura padana e verso la Liguria, popolata da personaggi che, come ben sottolinea Ermanno Paccagnini nella nota finale, poco hanno a che fare con la società figlia del boom economico, se non in qualche figura di industriale truffaldino. Le donne che narra Soldati sono belle in quanto alte e formose, molto formose, fatali al punto giusto, a volte spietate: le magre sono quelle destinate a ruoli di secondo piano, sono personaggi scialbi, pallidi, apparentemente insignificanti. I ladruncoli sono beoni un po’ disgraziati, che ci provano (e gli va male). Il lato umano del Maresciallo emerge sempre nel ricordo di un epilogo, nel commento di un esito, nel confronto con l’amico scrittore che poi si fa carico di scriverne. Questa modalità di racconto poliziesco, che non è più così poliziesco, non mi ha delusa, piuttosto mi ha sorpresa e mi ha anche fatto tenerezza. I racconti del Maresciallo sono un viaggio enogastronomico nella provincia italiana di sessant’anni fa, tra varia umanità, vizi e vezzi un po’ ingenui, timorosi dallo scandalo e attenti alle apparenze. Lettura gradevolissima, che scorre via in un paio di giorni.

Mario Soldati, “I racconti del Maresciallo”, Sellerio 2004, €12,00

-già apparso sul blog Io e Pepe-

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