Cultura salentina

L’Arte bella di Achille Cofano

di Dario Massimiliano Vincenti

Lecce, 1963: Accademia di Belle Arti, incontro con Oskar Kokoscka. In piedi a destra, con gli occhiali, Piero Cofano. Tra gli altri, a sinistra, Raffaele Spizzico, eccellente pittore, allora Direttore dell’Accademia

Sfoglio il mio Bairati-Finocchi dei primi studi d’arte e mi è facile leggere di botteghe e Maestri di bottega, e così mi capita pure di seguire le tracce distintive e caratterizzanti e i tratti di riconoscibilità di alcuni pittori e scultori in altri artisti coevi. Questo è avvenuto per secoli, e continua anche oggi ad avvenire. Di artista in artista, di bottega in bottega. Ed io in una bottega del centro storico di Maglie – proprio pochi giorni fa – ci sono stato. Una bottega che si apre alla bellezza della visitazione molto di rado, “protetta” nel suo nascondersi allo sguardo dei curiosi da percorsi per raggiungerla insoliti e poco conosciuti e persi tra stradine, piazzette e viuzze.

Poi, ecco affacciarsi sulla porticina scomoda da superarsi di questa bottega fuori dal tempo, come anni prima fuori dal suo tempo era stato lo studio d’arte di suo padre Piero, il Maestro Achille Cofano, e con lui l’epifania del talento e del bello di fattura e creatività, con rivelazione ai pochi fortunati visitatori di opere di scultura, disegno e pittura di maestria unica, aggiungerei quasi di irripetibile superbia d’arte. La scuola di Piero era tutta là! E così, schizzi a carboncino che, nero su nero, disegnano figure, abbozzano spazi di esistenza, definiscono nuovi chiaroscuri d’anima; sanguigne che propongono alla vista dell’osservatore riaffioramenti di identità dolenti e incoscienza di volti, evaporazioni di corpi e di realtà, rapimenti di sguardi, immaginazione di ricordi e di memoria; disegni a matita di visioni di avveramento, trasalimenti di eternità, svelamento di misteri e di segreti arcani. Insomma, fascinazioni d’arte ed estasi stendhaliane; storie visive che raccontano intimità emotive e suggestioni della mente; visionarietà di infinito.

Lazzaro

Tutto poi cambia – ancora e di continuo – e, in una reinventata aspettativa di forme e rinnovata prospettiva di esistenza, quello stesso universo d’arte si fa nella creta e su tela incompiuto di avvenire, tensione di assoluto, immanenza di vero, magia di possibilità. Ed io, spesso interrotto dal Maestro – schivo e riservato come pochi – con suoi improvvisi seppur prevedibili movimenti di mani rivolti a coprire l’obiettivo della mia reflex, riuscivo comunque nel mio proposito di documentazione del bello con furtive fotografie e veloci appunti sul mio taccuino di memorie e riflessioni.

Monumento del pescatore – Comune di Palmi – Lungomare della Tonnara

Ecco allora, in creta, lavorazioni sublimi e “ribelli” e dal tratteggio morbido ed essenziale: busti di personalità del luogo e volti anonimi, studi in scala di monumenti, nature morte inconsuete e nuove nella composizione e nella “apparecchiatura”… insomma, vortici di materia e di idee realizzati con sapienza del gesto artistico ed eccellenza creativa vere. Opere, direi quasi, di nudo emotivo. L’arte del Maestro è stata così “scoperta” (nel senso proprio di togliere il “velo” che la proteggeva alla vista degli altri) e mostrata in bellezza ai nostri occhi. Occhi che quella bellezza non perderanno più, né lasceranno mai andare via!

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