Pensiero meridionale, Saggio

Stati d’animo in un giorno di pioggia

Analisi sulle riflessioni di E.M. Cioran in tema di “malinconia e tristezza

di Pierluigi Camboa

Pittura - Fausto Nazer Art.Line
Fausto Nazer

In un giorno di pioggia come quello odierno la greve pressione sulla psiche del grigiore diffuso del cielo mi spinge a fare un’analisi profonda sulle differenze e sulle analogie tra la malinconia e la tristezza, partendo dalle stupende riflessioni di Emil Cioran su questi due diffusi stati d’animo: “Se la melanconia è uno stato di trasognamento diffuso che non giunge mai a una grande profondità né a un’intensa concentrazione, la tristezza presenta, al contrario, una sorta di serietà ripiegata su se stessa e un’interiorizzazione dolorosa. Si può essere tristi da qualsiasi parte; ma mentre gli spazi aperti acuiscono la melanconia, quelli chiusi fanno aumentare la tristezza. Nella tristezza la concentrazione deriva dal fatto che essa ha quasi sempre una ragione precisa, mentre per la melanconia la coscienza non saprebbe individuare nessuna causa esterna. So perché sono triste, ma non saprei dire perché sono melanconico. Prolungandosi nel tempo senza mai raggiungere un’intensità particolare, gli stati melanconici cancellano dalla coscienza ogni motivo iniziale, presente invece nella tristezza”.

Ebbene, in sede di premessa è opportuno sottolineare che i due stati d’animo hanno una base comune: la tendenza a proiettare in modo esclusivo il proprio interesse su qualcuno o su qualcosa; in altri termini, nella malinconia esiste una forte polarizzazione degli interessi sulla propria persona (con scarsa attenzione verso gli altri, sia nel dare che nel ricevere), mentre nella tristezza c’è una forte base di tipo “altruistico”, che porta a proiettare i propri interessi esclusivamente all’esterno di sé, con instaurazione di meccanismi di dipendenza dagli altri, che possono esasperarsi fino a raggiungere i rapporti patologici della Sindrome di Stoccolma, gravissima patologia che si riscontra con particolare frequenza nei casi di innamoramento repentino (situazione epidermica e superficiale, checché se ne pensi, profondamente differente dall’amore, che penetra e si diffonde nell’animo tanto lentamente, quanto in profondità).

Inoltre, è necessario chiarire che Cioran dissertava sulla malinconia e sulla tristezza in modo del tutto indipendente dalle condizioni meteorologiche; anzi, credo sia essenziale sottolineare che di frequente la tristezza paradossalmente si manifesta in modo molto più intenso nelle giornate di sole, al contrario della malinconia, che ci pervade nelle giornate grigie e piovose; ma, forse, al contrario di questa dicotomia quasi manichea sulle due entità, proposta da Cioran, esistono alcune analogie, anzi, quasi uno stretto rapporto di causalità e/o di consecutività tra di esse: in altri termini, a mio modesto avviso, la tristezza è uno stato d’animo che riconosce una causa nota e perciò può essere concettualmente accostata alle situazioni di stress di origine “esogena” (in senso lato); essa può raggiungere livelli di sofferenza inauditi, ma non ci fa mai perdere la forza di reagire. La malinconia è – direi quasi – una fase molto più evoluta della tristezza, in quanto provocata da episodi ripetuti di sofferenza psicologica, che alla fine ci fanno perdere qualsiasi capacità di reazione: una sorta di annichilimento della mente, che portava Cioran a scrivere: “Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso e sempre di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla mattina alla sera”. Ma, senza dover sperare di diventare un pazzo, esiste una concreta possibilità di “cura” per questi terribili stati d’animo? Ebbene sì: l’amore! Cioran lo visse in età avanzata, a 70 anni suonati (era nato l’8 aprile – come me – ma del 1911), quando, nella primavera del 1981, si innamorò, a Parigi, di Friedgard Thoma, una giovane e bella insegnante di filosofia, che aveva la metà dei suoi anni. La bella e intraprendente Friedgard era rimasta letteralmente estasiata dalla lettura de “L’inconveniente di essere nato” del grande pensatore e, decisa a farlo innamorare di sé, gli aveva scritto un’allettante lettera in cui gli chiedeva di poterlo incontrare; e così, in quella mite primavera, lungo i viali della Senna, il vecchio Cioran, da sempre scettico sull’amore, fu folgorato dalla “tentazione di esistere”, al punto da scrivere: “Lei è diventata il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e sventura che mi sia capitata. Dopo che per lunghi anni ho parlato con sarcasmo di tali cose, come l’amore, dovrei essere punito in qualche modo, e lo sono, ma non importa. Il fallimento è il punto capitale del mio programma”. Ma era, quello, un sentimento meramente “filosofico”, basato solo sull’affinità intellettuale tra i due? No, assolutamente no: sebbene prevalentemente platonico, quell’amore portò Cioran a scrivere alla sua amata, pochi giorni dopo il primo incontro, per gli auguri di Pasqua: “Ho compreso in maniera chiara di sentirmi legato sensualmente a Lei solo dopo averle confessato al telefono che avrei voluto sprofondare per sempre la mia testa sotto la sua gonna. Come possono essere letali certe cose!”. Un amore tardivo, nato nella poetica primavera di Parigi, che fu celebrato non solo per telefono, ma anche a letto…

Un amore assai tardivo, ma, proprio per questo, ancor più magico e bello…

Ma queste belle cose accadono solo ai grandi spiriti? Anche in questo caso la risposta è no, assolutamente no! Questi sono importanti episodi, frammenti di vita quotidiana della gente cosiddetta comune e, a tal fine, vi voglio riportare una storia realmente accaduta tra un vecchio docente di latino e greco in pensione e una giovane e bella docente di coaching per studi professionali. Il primo era una persona resa ormai quasi del tutto abulica da una malinconia cronica, figlia di un lungo vissuto, ricco di frugali passioni, tanto intense quanto formali e prive di sentimento; la seconda, una dolcissima donna pervasa da una tristezza cosmica per la fine di una lunga relazione con un importante avvocato; mentre il primo si era come disteso nella bara dell’anima, aspettando la fine dei suoi giorni terreni, la giovane donna aveva tentato in tutti i modi di riportare in vita la sua storia d’amore, esponendosi persino al ridicolo, ignorando la logica, che ci invita sempre a non forzare mai gli eventi e le circostanze. Un giorno, il malinconico docente e la triste imprenditrice si incontrarono sul molo di Senigallia, in un tardo pomeriggio d’inverno, plumbeo e piovoso. E allo stesso modo in cui il vecchio Emil Cioran, incontrando la giovane Friedgard, riuscì a trovare la forza per schiodarsi dal suo nichilismo, anche il vecchio professore fu folgorato dalla dolce tristezza della bella dama e si pose l’obiettivo, alla fine coronato da successo, di farle tornare il sorriso…

Una seconda magia, nata stavolta non nella seducente atmosfera della primavera parigina, ma in una plumbea giornata d’inverno, sulle rive del Mar Adriatico…

Morale della favola: dalla malinconia, mesta figlia dell’introversione e dell’incapacità di guardare all’esterno, si guarisce prestando le proprie attenzioni al bello del Creato; dalla tristezza, invece, si può guarire solo prendendosi cura di se stessi e scacciando via gli idoli malefici di subalternità o di vera e propria schiavitù psicologica costruiti dal proprio subconscio.

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