Recensioni

Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori”

di Elena Tamborrino

Capita di rado, ma capita. Capita di leggere 480 pagine in quattro giorni nei quali vorresti dimenticare di avere una vita, la tua, immaginandoti in quella di un altro. In quattro giorni si fanno tante cose, io le ho anche fatte: ho cucinato, lavato piatti e caricato lavatrici, ho steso e raccolto e piegato biancheria, ho rifatto letti e sono anche uscita per sbrigare commissioni, sono andata un paio di volte al mare, ho visto persone, ma ho soprattutto letto questo romanzo bellissimo in ogni momento che ho potuto sottrarre alle incombenze quotidiane, in questa estate di vacanze strane.

Dicevo che capita di rado, ma quando succede che una storia, e soprattutto il modo in cui questa storia viene raccontata, ti prende in maniera così assoluta, senti che il tempo si sospende e si dilata. Difficile da spiegare come sensazione.

Non voglio raccontarla, non voglio anticiparla, anche perché il rischio è quello di semplificare la storia di Violette, nel tentativo di riassumerla, perciò andrò a brevi flash. All’inizio il libro sembra quasi un’antologia di Spoon River in prosa: Violette fa la guardiana in un piccolo cimitero di provincia, in Francia. Ha preso il posto di Sasha, il vecchio guardiano che l’ha iniziata ai segreti dell’orto, dei fiori e dei defunti che abitano quel camposanto. La vita e la morte si intrecciano continuamente, tra passato e presente, tra ricordi e frammenti di esistenza, tra amore e rancore, tra vivi che non hanno vissuto e morti presenti e vivi, come in un ossimoro. Dal suo presente di guardiana di cimitero, affiancata da tre necrofori, dai titolari dell’agenzia funebre, dal parroco del paese, Violette racconta la sua vita, i suoi trascorsi, e insieme la vita delle persone che in qualche modo hanno condiviso con lei un pezzo di strada.

C’è un dolore sordo e continuo che attraversa queste storie, tutte quelle che come un mosaico si organizzano in un disegno finemente cesellato da Valérie Perrin, fotografa di scena e moglie di Claude Lelouch (tutto ha una spiegazione), ma questo dolore che, come un filo di ferro, tiene in piedi Violette è mitigato dal profumo di rose, dalle bevande calde che offre ai visitatori del cimitero che si fermano a parlare con lei, nella sua casa. Questo dolore è attenuato dalla delicatezza dei ricordi, dai colori dei fiori che Violette coltiva, dalle parole con le quali tiene memoria di ogni sepoltura nel registro del cimitero.

Ognuno dei brevi capitoli di questo romanzo, anticipato da una didascalia, rivela un tassello dei tanti tasselli del mosaico che dicevo prima: ogni tessera serve ad aggiungere un particolare, a dare un indizio di quel che sarà, a definire un carattere, un gesto, un momento.

Ho letto questo romanzo con il fiato sospeso, non avrei mai voluto abbandonare Violette, anche se alla fine la lascio in buone mani: quelle di qualcuno che la merita, nella finzione; quelle dei lettori che si lasceranno prendere dalla sua storia, come è successo a me.

Non poche cose mi resteranno di questo libro, soprattutto la gratitudine per aver fatto riaffiorare nella mia memoria alcuni nomi e alcune immagini, oltre a farmi venire il desiderio di leggere “Le regole della casa del sidro” di John Irving e di annusare il profumo “Eau du ciel” di Annick Goutal.

Mi fermo qui, non altre parole sui personaggi e sulle vicende che animano la storia. A voi il piacere di scoprirli e di sorprendervi di tanta bellezza.

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