Cultura salentina, Recensioni

Una poesia per la vita: Rosaria Rita Pasca

di Rocco Aldo Corina

Parlo di Rosaria e dico di lei pensando alle favole dei poeti antichi, fitte di speranza – quelle – per i popoli desiderosi di luce nelle notti insonni, seducenti a volte nelle lunghe ore fatte di spasimi e non solo di amarezze. Sì, a volte  coi suoi gridi l’alba diventa per lo spirito linfa vitale per cui vive di lucenti meraviglie nella solitudine che cancella ombre. Faville dunque di sole nei versi che conducono lontano dal sogno, colori di azzurre lune splendenti appaiono nel rifugio d’una speme controllata dagli ardori che come uva dolce fluiscono nel cuore di Rosaria, l’amica che mi piace vedere nella palpabile sua meditata funzione di poeta negli intenti della sua indicibile vaghezza.

Bontà è in lei che giunge nelle giornate di fuoco, tenerezza spiegata al sole sulle rive delle nebbie mattutine ov’è sorriso che scorre senza tregua nei giorni che a volte non sanno di pace.

«Avrei voluto – dice Rosaria – carpire il segreto/ di questa luce accecante vivida/ – assolutamente luce –/ che elabora enigmi nell’anima/ senza darti il tempo di riflettere/… discutere il mistero del suo essere». Di quale luce parla Rosaria? Credo della luce del Cielo che è in noi, ma non completamente in noi in quanto divina, che ti chiede qualcosa non certo in maniera chiara. Rosaria parla di enigmi nell’anima per significare un’apprensione possibile da capire e da risolvere nel tempo. Per questo il suo sorriso ci giunge volando all’alba come primavera su dorate stelle. E il sapore dell’uva diventa fiume su sabbie abbaglianti e lampi d’acque tremanti, dove un linguaggio che nasconde momenti di gioia vera apre un varco silenzioso e azzurro. Dopo la provata tristezza, come albero seducente appare di grigio vestito, veliero di rose amico delle onde di brina desolata.

Entrare nell’anima è dunque il modo giusto per gustare il «mistero» di quella luce onde capirlo per intendere meglio la vita degli esseri, la nostra vita, quella di tutti i giorni permeata di incredibile «evoluzione» che «preme sembianze al volo»[1]. Bello il verso!, seducente «al volo», come lei dice. È la poesia salvifica che fa di Rosaria una promessa di fiamma ardente, accattivante desiderio svanito come grappoli d’uva sui cesti, neve leggera che fuma nella nebbia. Parlo così perché anche lei, Rosaria, nonostante la sua esuberante voglia di esplodere nella gioia dei versi come felicità da nascondere nei ghirigori di faville silenziose, assenti nelle notti di luna, avverte anche lei momenti di rabbrividito fulgore.

«Dove sei dove sei solitudine… sorgi… splendi, spiegami dov’è l’enigma – la voce – il canto», dimmi «dove vivo»[2]. Ma tu «anima affacciati», affacciati «anima» «per ascoltare/ nella notte quieta/ il canto dei secoli», anche perché «il cielo è qui, nei fili d’erba» «quando la luce ti abbraccia e il corallo diventa brivido di passione». Perciò «incontrami/ senza nude parole né spazi,/ là dove la linea d’ombra/ s’interrompe/ e nasce la trasparenza/ per il tuo volto, per il tuo cuore»[3]. Mia primavera, come ti vedo tra le cose invisibile nella tua ombra che nasconde segni di gioia profonda animatrice di gelida tristezza! Questo fai intendere quando parli di un «mare» «capovolto».

Perché mai in te che nei mattini d’oblio sorridi alle stelle che ancora brillano nell’aria? «Tutto è vuoto – dici – anche la terra/ il cielo le nuvole» e se corri non hai «meta né favole né figure per amare». Sì, questa è l’altra Rosaria, quella che non conosco ed è ciò che mi rende un po’ triste, che mi porta a cercare l’infinito per reggerlo nelle mani che la pioggia bagna nei giorni di sole. Ma no, troveresti un «cuore addormentato/ non cercare – dici – ancora troveresti il nulla/ troveresti cenere rovi tormenti/ troveresti lacrime». Ho capito, anche Rosaria piange e non me lo so spiegare. Lei, piena di entusiasmo inimmaginabile, di una gioia che nei versi esplode «come fuoco acceso» – come lei dice – «nell’anima», lei, Rosaria, soffre anche talvolta «come la nuvola/ che passò ieri». Ma se leggo: «Ho prestato il cuore/ a chi può leggerlo», capisco tutto, «silenziosa» luna, «mistero chiuso di luce», «parola opaca/ stella caduca!».

È che «dietro le cose ci sei tu, Primavera, che incominci a scrivere nell’umidità, con dita da bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna». Sì «ti parlerò col mio linguaggio che nasconde segni della mia profonda gioia, dopo l’intima tristezza», dice Neruda che vedo volto a te, Rosaria, «sopra corolle illuminate». Parole stupende come le tue, in queste ore pungenti come spighe sciolte sopra il pallore dei ricordi. Ancora ingialliscono i loro sentimenti mentre l’alba solleva, piangendo, occhi stanchi dai rami che schiudono stelle. Quella di Rosaria è visione dai caratteri spirituali esprimenti meraviglie nel verso che si fa gioia anche nel buio della notte.

Poesia meditativa, quindi, aperta alla vita per rigenerarsi nella solitudine che esplode a volte nei suoi tratti infuocati, brividi nel gelo delle notti d’inverno in un’atmosfera variegata di esuberanti passioni non chiuse negli astratti desideri del tempo né fatte di illusioni proprie, di inutili pensieri. Suggestioni di aneliti leggeri nel bisogno di inseguire spazi interminabili per dare dolci frutti all’anima che crea, per la vita, atmosfere di purezza con l’aiuto di poesia.

Infatti «non c’inganna/ la bellezza,/ la luce impetuosa a fiotti/ di questo incorrotto cielo libero/ e grande»[4]. «Sorse» perciò «nuova luna/ a incantarmi,/ sorse nuovo cielo d’astri/ per il mistero del tuo cuore/ e sogno/ gli spazi aperti dei tuoi occhi»[5]. Ma c’è anche «una veste di seta» che fa «luce» nel cuore del poeta, e a volte anche il «vuoto», anche la «lacrima», ma «solo l’Eterno/ basta», dice ancora.

Ecco perché accettare la «sofferenza per amore è come vivere in un dolore non dolore»[6] perché «sofferenza può anche essere detta amore se la nostra fede religiosa è salda»[7] ed è la fede di Rosaria intensa nell’amore che manifesta come luce perché piena di bontà è la sua anima, «viva e azzurra come il cielo»[8].

Dove sorge la luna

Tutto ciò che penso

è un addio,

è come la nuvola

che passò ieri.

All’incedere del giorno

sbiadiscono i campanili,

i vertici azzurri dei desideri.

Canta il pettirosso

e cancella le astrazioni.

Dammi un cuore di amaranto,

una veste di seta

che faccia luce.

E’ tornato il meriggio

sulla strada obliqua

e ha lasciato la sua impronta ovale,

pallida ebbrezza.

Nel viottolo s’affaccia

l’inganno che non giova,

non trafigge.

Volano farfalle colorate

portandosi via le mie fughe.

All’angelo del pensiero

non interessano i miei contorni.

Se versassi i miei glicini                                                                  

all’angolo dove sorge la luna!


[1] R.R. Pasca, Caleidoscopio, Aletti Editore, Villanova di Guidonia (Roma) 2015, p. 37.

[2] R.R. Pasca, in Nel volo, un grido.

[3] R.R. Pasca, Caleidoscopio, cit., p. 110.

[4] R.R. Pasca, Caleidoscopio, cit., p. 67.

[5] Ivi, p. 68.

[6] R.A. Corina, in Argomenti di letteratura italiana, Bastogi, Foggia 2012, p. 256.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 253.

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