Racconti, Scrittori salentini

Bellezze, Fantasmi e Segreti

di Lorenzo De Donno

E. De Donno, Otranto, acquerello n. 1 (2007)

 

Sporgendoci dalla murata di pietre lucide dagli incastri perfetti, ci accorgemmo che, in realtà, alla base del bastione c’era una strada asfaltata che costeggiava i frangiflutti, dalla quale transitavano scooter e autovetture che andavano quasi a incastrarsi, alla fine della stessa, in una stradina strettissima del centro storico.

Da lì partiva un dedalo di vicoli che si raggomitolavano intorno a uno spuntone di roccia che faceva da solide fondamenta ai palazzotti austeri e alle piccole case dai muri rivestiti di calcare compatto, che sembravano costruite una sull’altra, con i davanzali e i balconcini ricchi di gerani ricadenti di colore rosso acceso. La cattedrale, con le sue due torri svettanti, si stagliava sullo sfondo, come quella famosa del romanzo di Falcones, con la sua facciata appuntita di sale bianchissimo. Sembrava essere appena emersa dal mare, come se conservasse ancora l’inerzia dello slancio, l’energia della spinta del sollevamento.

Il panorama che si godeva da quell’altezza era incantevole, la città antica a sinistra e il mare di fronte e a destra, liscio come l’olio. Solo le scie delle barche a motore creavano frange di onde regolari che arrivavano a terra in sequenza, facendo gorgogliare gli scogli, quasi disturbando la quiete fra gli anfratti. Da lassù seguivamo anche i passi felpati, a piedi nudi sui massi, di alcuni ragazzini che, armati di coppo, tendevano l’agguato ai grossi granchi che si affilavano le chele sulla linea di marea.
Ci rammaricammo per non aver pensato di pernottare in quella città così suggestiva e ricca di bellezza, che rappresentava solo una tappa del nostro tour, dedicato alle Cattedrali Romaniche della Puglia, e non la sede prescelta dove trascorrere la notte.

Il crespuscolo ci aveva sorpresi mentre passeggiavamo, quasi senza meta, sul camminamento di quell’ antico bastione aragonese che, non più spalto a difesa della città, era diventato una deliziosa stradina turistica dove si affacciavano negozietti e locali, non tutti ancora aperti per l’imminente stagione estiva.

I tramonti sull’Adriatico non sono chiassosi come quelli sullo Ionio. Bisogna rinunciare alle forti emozioni dei colori accesi e sensuali, al giallo e all’arancio, agli spruzzi di rosso e all’oro fuso di cui assume le sembianze il mare mentre il Sole vi si immerge e scompare. I tramonti sull’Adriatico, invece, sono sussurrati e, per forza di cose, anticipano la sera. Sono ricchi di azzurri trasparenti, di velature rosate e di sfumature d’indaco. Il mare si tappezza di lamelle d’argento e di bistro, non per nulla culla la Luna al suo sorgere. Donano un senso di pace e d’intimità che è impagabile, poichè spesso si rimane in pochi sulla spiaggia o sulle panchine dei lungomari a goderne, mentre gli altri già cenano o si preparano per la passeggiata serale.

La giornata era stata intensa, i luoghi visitati tutti estremamente interessanti e ricchi di storia millenaria. Gli assaggi gastronomici, poi, erano andati oltre ogni aspettativa. Era una Puglia straordinariamente bella e saporosa quella che stavamo scoprendo, guide alla mano, una parte della nostra regione che nei nostri viaggi avevamo colpevolmente sottovalutato. Un tratto di autostrada che avevamo sempre attraversato velocemente, mentre eravamo diretti al nord o in centro Italia, oppure quando, rientrando da un viaggio, non vedevamo l’ora di giungere a casa. Solo che il giro stabilito per la prima giornata era stato intenso e le cose viste così numerose e incalzanti che, nel parlarne a consuntivo – in quel momento di relax – si cominciava a fare un po’ di confusione e già si ricorreva alle scommesse a suon di foto scattate sui rispettivi cellulari. Affacciati da quel bastione ci rilassavamo e riprendevamo fiato, il pensiero di dover ritornare al parcheggio per poi recarci all’albergo prescelto, distante alcune decine di chilometri, non ci allettava per nulla. Ci accorgemmo che, proprio alle nostre spalle, c’era un bellissimo hotel, in quello che ci sembrò, a prima vista, un antico palazzo medievale. Il fascino di quel luogo aveva incantato tutta la comitiva e qualcuno azzardò che, considerato che borsoni e zaini erano custoditi nelle auto, forse si sarebbe potuto tentare di pernottare sul posto. L’albergo al quale eravamo diretti, contattato subito telefonicamente, cancellò di buon grado la prenotazione (avvenuta, invero, solo poche ore prima), senza pretendere penale, e ci sentimmo liberi di cercare una nuova sistemazione. Quella gentilezza gli ha garantito il prossimo soggiorno, quando ritorneremo.

Nel frattempo Anna, mia cognata, affascinata dall’architettura medievale, era entrata nell’hotel per curiosare e per chiedere informazioni sulla storia di quel castello. Aveva trovato una ragazza, alla reception, molto carina e disponibile e, un’informazione e una parola tira l’altra, arrivò a chiedere il prezzo di una camera, giusto per curiosità. La risposta ottenuta rappresentò una piccola delusione: il costo del pernottamento, nella tipologia più conveniente, era decisamente troppo caro per la nostra portata. Si trattava, in ogni caso, di un albergo adatto a un soggiorno di livello alto, che offriva confort e servizi compresi nel prezzo che non avremmo comunque potuto utilizzare. La ragazza della reception volle sapere, anche lei per curiosità, a quanto ammontasse il costo dell’albergo dove eravamo diretti e scambiò due parole, in privato, con una sua collega, pregando mia cognata di attenderla.
Dopo pochi minuti, Anna uscì dall’hotel e ci venne incontro, tutta contenta, dicendoci di avvicinare le macchine perchè saremmo rimasti a dormire là. La direttrice aveva telefonato al proprietario della struttura e si era fatta autorizzare ad ospitarci per una cifra analoga a quella concordata con il dignitoso albergo precedentemente prescelto.

Il personale si offrì di farci visitare la parte della struttura aperta al pubblico. In realtà, ci fu spiegato, non si trattava di un castello, come avevamo immaginato, ma di un antico convento di suore, risalente al 1600, edificato su un precedente palazzo di epoca romana del quale ci fecero notare alcune parti strutturali protette da cristalli, rimaste a vista e inglobate nella costruzione successiva. La particolarità di quest’albergo non era solo nella bellezza architettonica, oggetto fra l’altro di un’impegnativa opera di ristrutturazione e di adattamento all’attività ricettiva, ma nel fatto che era il vero e proprio scrigno di una facoltosa collezione di opere d’arte privata, rappresentata prevalentemente da sculture di varie epoche, che era stata inserita armonicamente nella ristruturazione già in fase di progetto.

Poteva andarci meglio? No, era stato un colpo di fortuna insperato. Le nostre camere erano nella parte più alta, posizione che annullava visivamente la già esigua distanza dal mare, e godevano di ampissime terrazze panoramiche e attrezzate, con una vista sulla città che, nella fatidica “ora blu”, apprezzata dai fotografi, era veramemte incantevole.
Come ogni convento che si rispetti, inoltre, la costruzione aveva, al centro, un ampio chiostro il cui perimetro era percorso da un portico vetrato retto da un colonnato elegante, intermezzato da sculture.
Nelle scale, nei corridoi, sui pianerottoli e nelle sale tutto esprimeva l’amore per arte e il buongusto del proprietario, il facoltoso architetto al quale dovevamo la grossa agevolazione riservataci. A ogni passo l’attenzione veniva rapita da un quadro a olio, da un’antica stampa, da una statua classica, o modernissima, oppure da un oggetto o un mobile d’epoca.

Durante la visita qualcuno del gruppo, però, inciampò e rischiò di farsi male in alcuni passaggi dove sarebbe stato alquanto improbabile che accadesse, come se fosse rimasto vittima di uno sgambetto. Così, anche un po’ per scherzare, chiedemmo alla direttrice se il posto fosse infestato da fantasmi, sperando che ci raccontasse qualche storia da brivido che ci movimentasse la serata. L’interessata ci confermò, invece, che il posto era tranquillissimo e che potevamo dormire sonni sereni.

Dopo la cena, consumata in un’osteria tipica del borgo, rientrammo e ci attardammo un po’ sulle terrazze dell’hotel che, ormai deserte e prive di luci artificiali accese, restituivano tutto il mistero di un antico monastero proteso su un mare di velluto nerissimo. Il brivido che provammo, che ci costrinse a indossare i golfini, non fu solo per il fresco della notte…
In realtà i sonni non furono tranquillissimi per tutti, pur tenendo conto che eravamo davvero tanto stanchi. Le stanze, peraltro, erano abbastanza distanziate le une dalle altre e, in un primo momento il silenzio fu totale. C’è chi, del gruppo, dormì profondamente e chi, come me e mia moglie, particolarmente sensibili su diversi piani, da un certo punto della notte iniziò e continuò ad ascoltare strani rumori, passi attutiti come di persone scalze che si trascinassero fuori dalla porta. Altri passi cadenzati li udimmo sulle terrazze, anche se non potemmo escludere che altri insonni avessero passeggiato a lungo, in attesa del sonno ristoratore. La testiera del nostro letto era costituita da un’antica porta rinascimentale dipinta con motivi floreali, soluzione originale ma, in qualche modo, inquietante. Mi addormentai, infine, pensando alle vicende e ai segreti che erano stati celati, nei secoli, da quella porta, ora fissata al muro e incombente sulla mia testa.

La mattina successiva ci ritrovammo nella bellissima saletta riservata alle colazioni. Oltre al nostro gruppo c’era solo una coppia di persone di mezza età. Con loro eravano gli unici ad aver dormito li. Appena la direttrice ci raggiunse, per sincerarsi che avessimo dormito bene, nel ringraziarla nuovamente per l’accoglienza le chiedemmo, ora che avevamo pernottato e non c’era più la possibilità di suggestionarci, se potesse svelarci se davvero in quell’hotel non ci fossero mai stati fenomeni paranormali. Fu allora che l’interessata, insieme a una sua collaboratrice che si era avvicinata nel frattempo, abbandonò per un attimo il suo aplomb professionale e ci confidò che, in quel luogo, un fantasma esisteva realmente (se mai fosse possibile l’ossimoro). Non escludo che il suo racconto fosse una narrazione fantastica, dedicata a clienti in cerca di quel genere di fatti, ma tutti interrompemmo la colazione per ascoltarlo, scettici e non. Ci disse che lo spettro era quello di una suora e che era apparso spesso, anche al personale in servizio, limitandosi a spaventare le persone. Ci indicò anche il punto, vicino a un pianoforte a coda, in cui si manifestava di solito e ci raccontò che la Madre Badessa era anche selettiva e, di norma, prendeva di mira una persona (era da poco accaduto a una cameriera addetta alle stanze, che aveva lasciato l’occupazione prima della fine del contratto). Ci informò, inoltre, che proprio nei recenti lavori effettuati nel vespaio della saletta delle colazioni, dove eravamo noi in quel momento, era stato scoperto un piccolo cimitero di neonati e di feti. Non era stato possibile stabilire la finalità di quelle sepolture anonime: se fosse un vero cimitero di piccoli, morti per cause naturali, oppure – considerato che non si trattava di un pavimento di una chiesa o di una cappella, di aborti o di figli nati vivi, uccisi e occultati, delle stesse suore rimaste incinte o di figlie, o mogli, di notabili della città che dovessero evitare uno scandalo. Dall’epoca romana in poi ne aveva viste tante, di vicende umane, quel luogo…

I vecchi immobili, è vero, nascondono secoli di storia, forse addirittura anche i fantasmi ma, più spesso, celano segreti, a volte indicibili.

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