Cultura salentina, Personaggi

L’affascinante Matteo Tafuri tra Umanesimo e Rinascimento

di Rocco Aldo Corina

Di Matteo Tafuri, ritenuto il «Socrate di Soleto», posso dire poco o niente anche perché è la prima volta che cerco di entrare nelle sue tematiche esistenziali senza pretendere di dire la verità sui problemi che lo invasero al tempo in cui visse.

La sua personalità eclettica – e su questo non mi sbaglio – lo rese affascinante in ogni campo da lui esplorato per i risultati che a dismisura ne conseguirono. Fu un uomo del Rinascimento, questo è innegabile, e come tale ne risentì l’influsso affermando le capacità umane – le sue – pur nell’umiltà del suo essere inquieto per natura. Lo stemma[1] della famiglia ne è testimone soprattutto nell’implicita dichiarazione per la quale l’invulnerabilità che lo colse scaturisce da una visione della vita – la sua – assecondata da uno studio intenso diciamo protettivo di un essere voglioso del miglior sapere. E, per giustificare la sua eventuale ambivalenza, non posso non pensare all’uomo dei suoi tempi ritenuto al centro dell’universo dalla critica ancor oggi in voga.

Non posso però non far riferimento – a proposito dell’umiltà del nostro Autore che ben ha conosciuto il mondo antico – al Crizia di Platone in cui Atlantide – così è detto – governò su isole e città della Grecia antica addirittura superando la stessa Atene in tutti i campi, ma sol nei tempi in cui su quell’isola quei re detentori del potere politico agirono correttamente a favor del popolo da loro amministrato, al di là dell’orgoglio peccaminoso. E dico questo non certo per accusare Matteo di falsa umiltà, ma per meglio inserirlo nell’opera del filosofo delle Idee come studioso del grande maestro nell’ambito della conoscenza che per Platone dipendeva «dalla liberazione dell’anima dalle cose sensibili: le cose “si salvano” quando “perdono” la loro particolare esistenza»[2], dice infatti. «Se l’anima quindi toccherà l’invisibile, il divino, ciò che è immortale e sapiente, potrà dirsi veramente felice essendo fuori ormai da paure, contaminati amori, azioni non dettate da ragione e da qualsiasi altra cattiveria» (Platone, Fedone, 81b). È il motivo per cui – è sempre Platone che parla – bisogna dar peso «soltanto alla parola del sapiente che conosce quel che è giusto e quel che non è giusto, potendo solo lui parlare di verità» (Platone, Critone). E Matteo era su questa linea, non sottraendosi mai, alla maniera di Platone che tanto amò, al proprio dovere.

Atlantide non seppe però reggersi moralmente nel tempo e inevitabile fu la sua rovina. «Per molte generazioni quei re, anche perché di origine divina, obbedirono alle leggi e il loro governo fu saggio, perciò in armonia con la loro natura. Ma poiché prevalse l’umano, dopo il continuo mescolarsi della loro parte divina con la materia mortale, propria dell’uomo, il bene in quei re si estinse»[3].

Parlando di Tafuri, non si può – come si è potuto capire – non tener conto del fatto che in Terra d’Otranto c’era «la circolazione della dottrina di Platone e della filosofia neoplatonica, entrambe in perfetta sintonia con lo sviluppo della teologia cristiana»[4]. Non va escluso però l’interesse di Matteo per la filosofia di Aristotele. Si può ritenere, perciò, che il Tafuri, «pur trovando il punto di partenza delle proprie riflessioni nelle dottrine dello Stagirita, [abbia promosso] nell’ambito della cerchia degli intellettuali soletani la diffusione della filosofia platonica, giacché le dottrine di Platone [rivelavano] un carattere più congeniale ai contenuti della fede religiosa»[5] e al significato dell’amore. «Per mezzo di Eros – dice Platone – possiamo gustare i beni più grandi; possiamo addirittura morire per gli altri per amore. Eros è infatti aspirazione all’Uno, aspirazione a superare ogni divisione tra gli uomini per la felicità universale»[6] e di questo Tafuri non poteva non essere a conoscenza.

Sia ben chiaro perciò che parlando di Atlantide non intendo per niente screditare la figura di Matteo a proposito della sua umiltà legata a un carattere che lo porterebbe a reagire – guai a chi mi tocca, disse infatti – se contraddetto – credo io – da certa moda o cultura cinquecentesca se pur Socrate – è ciò che penso – col dialogo sconfisse l’umana alterigia, ma in altri tempi – chi non lo sa? – allora si era. In ogni caso non voglio – dicendo questo – menar fango sulla figura del nostro pensatore, non cadde mai infatti nella trappola di quel mito.

Non attribuisco perciò per nessun motivo a lui, ma al suo tempo, l’orgoglio dell’uomo che più di altri sapeva di sapere. Lo spessore culturale che lo contraddistinse fu grande, infatti.

«Con quella bella voce trascinò tutti nella gioia», ma qui è l’antico Eschilo che si fa sentire per parlarci di Orfeo, di colui che fondò la religione dei misteri, di colui che per Aristofane «ci disse delle iniziazioni» così allontanandoci da ogni possibile umana cattiveria. Ebbene Tafuri, il nostro eclettico filosofo, ragionò in tal senso nei suoi anni anche ricorrendo – come si disse – a occulte capacità divinatorie per cui dal popolo fu onorato e al tempo stesso temuto per quei poteri demonologici che spesso manifestava, cosa che mi fa pensare a un possibile allontanamento dell’uomo dall’umiltà come valore di riferimento nella vita. Non credo abbia conosciuto Telesio, Bruno e Campanella, naturalisti anch’essi, come Matteo, per i quali l’universo era messo in moto da un soffio vitale. Di sicuro ne subì l’influsso senza rimuovere dal suo estro divinatorio, alla maniera di Pico, il filosofo della Mirandola, la famosa magia ritenuta come espressione e compimento della filosofia naturale.

La formazione culturale dei tempi in cui visse, quasi impediva all’uomo a volte di riscoprire certa realtà spirituale nonostante «la ricerca interiore realizzata sulla base degli insegnamenti antichi forse perché una “barbara mano aveva travolto nella nera notte il retore, il poeta, il filosofo, il dotto agricoltore”»[7] e mi riferisco al pensiero umanistico e rinascimentale che in quei tempi riguardò l’intero territorio nazionale citando a ragion veduta Landino per il quale Poggio Bracciolini, colui che riscoprì i classici valorizzandoli, non riuscì a darli a nuova vita nella giusta maniera se pur si guarda ai risultati ottenuti e ancor si pensa al mondo d’oggi.

Vuol dir questo che nei secoli – ma è solo il mio parere – non si è mai con vero interesse pensato alla caducità della vita onde potersi dedicare agli altri nella solidarietà, necessaria per il bene dei popoli.

Non si può però non pensare, nel periodo del Rinascimento, a un «Tafuri platonico, credente e cristiano che – come G. Papuli dice – ritrova i suoi ideali filosofico-religiosi espressi esemplarmente già nel mondo della Grecia classica: precisamente nel corpus degli Inni Orfici al commento dei quali egli si dedica». Fatto sta che «le critiche a lui mosse metteranno in discussione la sua ortodossia cattolica e convalideranno a suo carico il sospetto d’eresia»[8]. Avrebbe il Tafuri addirittura negato l’autorità del Pontefice, la validità della Messa e della comunione. Questo a parte – è chiaro che molto si dice intorno a un uomo quand’egli si espone al giudizio dei più e poco di quel che si dice riguarda il vero. Il Tafuri, da platonico qual era, non poteva non manifestare certezze nei riguardi del mondo dello spirito e dell’idealismo in particolare per cui ne tenne conto anche fidandosi dei poteri dell’anima che nella razionalità del suo essere era portata a mettere freno alle sollecitazioni della parte irascibile e ancora concupiscibile dell’uomo. Ciò che disse Platone è ancor oggi attuale per cui il messaggio di Tafuri è anche da intravedere nella bellezza che l’anima umana possiede e nella capacità che essa ha di renderla al mondo visibile per il cambiamento in positivo delle sorti dell’uomo.

Il fatto è, però, che molto si è detto in quei tempi sugli oracoli, Zoroastro, l’orfismo, le arti magiche e altro per cui la fede religiosa del Tafuri potrebbe essere stata da ciò condizionata, ma la riscoperta di un «presunto lato oscuro del filosofo soletano non va – come Gianluca Conte dice – ad intaccare le qualità del nostro, ma tende a completarne la figura: questo a prezzo di eventuali equivoci, nei quali sono incorsi anche altri illustri pensatori e uomini di scienza». Gli Inni Orfici addirittura trovarono posto nel Rinascimento come preghiera e furono utilizzati, vedi Ficino, per avere l’aiuto delle stelle.

«Nell’antichità si credeva dunque nel messaggio di Orfeo quale successore di Ermete Trismegisto, tant’è che Pitagora apprezzò molto il mitico personaggio. E Platone – si sa – non disdegnò il messaggio di Ermete né quello di Orfeo per cui non vagamente disse, nelle sue opere, della loro dottrina. Credenze spesso mal sovrapposte negli anni anche per far prevalere l’una sull’altra, il più delle volte divergenti, che indussero purtroppo alla non sempre vera conoscenza delle cose, soprattutto nel mondo dello spirito, per cui si disse liberamente in una miriade di interventi spesso dispersivi slegati e inconcludenti. Menti confuse, quindi perché lontane – è ancora il parer mio – dalla vera poesia salvifica che Petrarca con grazia d’ingegno propagò, rievocando – come disse Leonardo Bruni – “l’antica leggiadria dello stile perduto e spento”. Francesco fece intendere che la vera via per la salvezza sta nel conoscere se stessi, nel comunicare con la propria anima. “Che io sia sempre immerso nell’azione, teso verso il fine supremo – dice l’umanista Coluccio Salutati –, che io possa [perciò] vivere in modo da giovare all’umana società con l’esempio e con le opere”»[9], sempre.

 


[1] Albero di quercia con due fulmini che invano cercano di colpirlo.

[2] R.A. Corina, Il mondo di Platone, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2016, p. 41.

[3] Platone, Crizia, 120e – 121b, trad. it. di R.A. Corina.

[4] L. Rizzo, Umanesimo e Rinascimento in Terra d’Otranto: Il Platonismo di Matteo Tafuri, Besa Editrice, Nardò (Lecce) 2000, p. 127.

[5] Ivi, p. 128.

[6] R.A. Corina, Il mondo di Platone, cit., p. 77.

[7] C. Landino sull’opera dei Classici, in G. Reale – D. Antiseri, Storia della filosofia, Edizione Speciale per il Corriere della sera, Milano 2008, v. 4°, p. 30.

[8] L. Rizzo, Umanesimo e Rinascimento in Terra d’Otranto: Il Platonismo di Matteo Tafuri, cit., 118.

[9] R.A. Corina, Storia della filosofia Moderna e Contemporanea, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce, pp. 70-71.

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