Saggio, Storia

Il viaggio della “Memoria”

di Mimì Mastria

27 gennaio, Giornata della Memoria: capire cosa sono stati la Shoah e  l'Olocausto - Focus Junior

 

   Ho fatto diversi viaggi e ciascuno mi ha lasciato in genere bei ricordi. Ne ricordo uno in particolare, quello attraverso le città dell’Austria, che hanno lasciato in me un segno indelebile che mi rimarrà dentro fino all’ultimo giorno della mia esistenza.

   Avevo appena trent’anni, con un gruppo di amici avevamo progettato un percorso che ci avrebbe portato nella bella e aristocratica Vienna. Eravamo in cinque, tre ragazze e due ragazzi, una sola auto, con pernottamenti a Salisburgo, Linz e Vienna.

   Partimmo alle 7 del mattino e nel giro di due ore arrivammo a Innsbruck, nota oggi soprattutto per le sue piste da sci e i relativi campionati nonché per i mercatini di Natale che attirano turisti anche dall’Italia. Raggiungemmo il castello di Ambras (o Schloss Ambras) unico nel suo stile rinascimentale, e subito dopo riprendemmo la via per Salisburgo dove avremmo pernottato. Man mano che ci inoltravamo in Austria non potevo fare a meno di ammirare il paesaggio verde di questo Paese, in gran parte montuoso.

   Arrivammo a Salisburgo. La cittadina di Mozart, con la sua architettura barocca era un gioiello di eleganza. Le strade del centro storico erano curate fino all’inverosimile e piena di caffè e ristoranti in uno dei quali mangiai il mio primo gulash. Nella passeggiata non potemmo fare a meno di ammirare il castello in cima alla collina in cui fu girato nel 1964 il film “Tutti insieme appassionatamente”.

   Dopo una sostanziosa colazione con panini dolci e marmellate ripartimmo per Linz. Anche qui, dopo una visita al suo centro storico, pranzo con dolce finale, la Linzer torte, trascorremmo una piacevole serata in un locale dove la birra scorreva a fiumi, dentro bicchieri alti da almeno un litro, serviti da ragazze vestite con i tipici costumi locali. La mattina dopo dovevamo ripartire per Vienna dove ci saremmo fermati per tre giorni. Al ritorno saremmo ripassati da Linz diretti al lager di Mauthausen.

  Vienna era bellissima, la primavera inoltrata ci permetteva di passeggiare per le sue piazze e le sue strade con tanta piacevolezza che a nessuno pesavano i chilometri che di fatto percorrevamo. Non potevamo non entrare nella cattedrale di Santo Stefano, la chiesa gotica con le guglie più alte d’Europa, e la sera un giro sulla grande ruota del Prater. La serata si concludeva sempre in un ristorante e malgrado le mie vertigini, entrai nel veloce ascensore che ci portò in cima alla Donauturm, nel ristorantino girevole da cui si poteva ammirare tutta la città e il corso del Danubio.   

   Il giorno dopo la visita a Schönbrunn, nel palazzo imperiale, e poi ancora ai boschi viennesi, nella periferia della città a Mayerling nel Castello dove Rodolfo d’Asburgo si tolse la vita. Nella tetra cappella con le grosse inferriate avvertii un senso di spaesamento e inquietitudine che mi accompagnò per tutto il viaggio di ritorno.

   L’ultima tappa del nostro viaggio doveva essere il lager di Mauthausen-Gusen, una fortezza in pietra eretta dai nazisti nel 1938 e situata ad appena venticinque chilometri la Linz, «il solo campo di concentramento classificato di “classe 3″ (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro)». Il campo di concentramento era in cima ad una collina e sotto un bel paese, come tanti in Austria, con belle case in pietra e legno, e gli immancabili vasi di gerani sui davanzali delle finestre. Apparentemente un luogo fiabesco. Una giovane guida ci diede le informazioni e ci guidò all’interno del campo. Dal marzo 1940 Il comandante Franz Ziereis venne affiancato da Georg Bachmayer che godeva nell’infliggere personalmente torture e morte; aveva due mastini napoletani addestrati a sbranare i prigionieri al suo comando (“il bacio del cane”). Come gli altri campi di concentramento gestiti dalle SS, Mauthausen veniva utilizzato anch’esso come campo di sterminio, da attuarsi soprattutto attraverso il lavoro forzato e la denutrizione. Il comandante del lager accoglieva i deportati con questo agghiacciante discorso: ” Siete venuti qui per morire… qui non esiste l’uscita ma solo l’entrata; l’unica uscita è dal camino del forno crematorio…” E indicava i camini del crematorio. Lo stesso comandante del campo, nel 1942, al diciottesimo compleanno del figlio maggiore, lo armò di un revolver con il quale uccidere quaranta prigionieri. Il medico del campo, Kiesewetter usava eliminare i prigionieri inabili con iniezioni al cuore, a base di benzina, fenolo o altri derivati. La guida ci fece visitare le stanze dove erano ammucchiate tantissime paia di occhiali e capelli. Ben 42 chili di denti d’oro vennero inviati in Germania. Poi un’altra stanza dove attraverso fotografie appese al muro si potevano vedere gli esperimenti che i medici (come faceva Mendel ad Auschuitz) facevano sulle persone. Orripilante era una serie di foto in cui appariva un uomo, un ebreo ortodosso vestito di nero e con un cappello a tuba in testa, sottoposto a torture e sevizie, che nella foto successiva veniva presentato nudo. Poi in un’altra con l’amputazione di una gamba al posto della quale gli era stata attaccata la zampa di un animale. Poi l’uomo ucciso, seduto ad una sedia, la calotta cranica asportata e il cervello in vista. Avevo voglia di uscire, non riuscivo a sopportare quelle immagini, allo stesso modo i miei amici girarono il volto con attacchi di vomito. Mentre eravamo lì scioccati, un gruppo di studenti olandesi con i loro professori, entrarono nella stanza. Ragazzoni alti intorno al metro e novanta, capelli lisci e biondi, occhi azzurri, ognuno con un grande panino con le classiche salsicce, grossi wrustel che addentavano con voracità. Mi rivolsi in inglese ad un loro docente. Come fanno a mangiare in questo posto?  Alzò le spalle e mi sorrise – Sono giovani –  disse. La loro vista mi disturbava. Visitammo le camere a gas e infine i forni crematori. All’uscita da quel luogo orrendo la guida ci informò che sul piazzale i nazisti in pieno inverno erano soliti fare le “statue di ghiaccio”. Ci raccontò dell’uccisione di un generale russo, legato ad un palo e colpito continuamente da secchiate d’acqua, lasciato tutta la notte al gelo a meno 15 gradi, la mattina dopo era diventato una “statua di ghiaccio”.

  Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale più di 20 000 prigionieri provenienti dagli altri lager evacuati vennero trasferiti nel complesso di Mauthausen. Nel mese di aprile del 1945 le SS cominciarono la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Il 5 maggio 1945 il campo fu raggiunto dalle avanguardie della 3ª Armata americana che liberarono gli ultimi internati. Brutta sorte ebbero diverse guardie SS che, dopo essere fuggite, furono ricatturate dai prigionieri; furono riaccesi i forni crematori e per rappresaglia gettate anch’esse, alcune ancora vive, come “il Negro”, che uccideva i prigionieri fischiettando. ll comandante del campo Ziereis morì a Gusen il 25 maggio 1945, in conseguenza delle ferite riportate durante la cattura, dagli alleati. Rilasciò una deposizione con la quale tentava di scagionarsi dalle sue responsabilità dicendo di aver ubbidito a ordini superiori. Le sue ultime parole furono “Non sono un uomo malvagio!”.

Il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico, si tenne sul piazzale una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu approvato il testo di questo appello, noto come il “Giuramento di Mauthausen”, di cui riporto la parte finale:

……..

Dopo aver conseguito l’agognata nostra libertà e dopo che i nostri paesi sono riusciti a liberarsi con la lotta, vogliamo:

-conservare nella nostra memoria la solidarietà internazionale del campo e trarne i dovuti insegnamenti;

-percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti;

-ricorderemo sempre quanti cruenti sacrifici la conquista di questo nuovo mondo è costata a tutte le nazioni.

-Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!

-Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera!

-Evviva la solidarietà internazionale!

-Evviva la libertà!»

   La guida ci disse infine, che la comunità che abitava nel paese sotto la collina, “naturalmente” non sapeva niente di quello che succedeva in quella fortezza. Non sentiva neanche l’odore dei fumi che uscivano dai camini ininterrottamente!

   Non avevano visto nulla e non avevano sentito nulla, per cinque anni. Tutti incolpevoli!

   Durante il viaggio di ritorno cinque giovani adulti avevano finito di ridere e scherzare, di apprezzare la bellezza del paesaggio e la storia di quel Paese.

   Di quel viaggio ricordo solo a tratti i luoghi visitati nelle diverse città, se non li rivedo ogni tanto in qualche documentario, ma nella mia memoria è stampato il ricordo di un luogo che l’aberrazione umana è stata capace di creare.

   Ho avuto modo di conoscere persone, anche nella mia città, a Maglie, che portavano tatuato sul braccio il numero da internato.

   La “mia” testimonianza vuole fare appello all’intelligenza di tutti coloro, soprattutto giovani, come quegli studenti olandesi (l’Olanda è un paese in cui i neonazisti sono una nuova forza politica) che negano la “Shoah” e l’esistenza dei campi di sterminio, ma nello stesso tempo inneggiano al nazismo. Solo l’uomo è l’unico animale che tortura, sevizia e uccide non per mangiare ma per odio, un odio frutto dell’ignoranza e della stupidità.

Suggerisco di leggere il libro di Elio Vittorini: “Uomini e no” e di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

   E se qualcuno non la conosce, lo invito a leggere la poesia:

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

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