cultura meridionale, Saggio

Francesco Saverio Dòdaro

di Francesco Aprile

-postfazione a: Aprile F., Già così tenera di folla (per F. S. Dòdaro), Oèdipus, 2019 (raccolta poetica che ripercorre l’opera di Dòdaro)-

 

Francesco Saverio Dòdaro (Bari 01/08/1930 – Lecce 09/02/2018), a cui il libro è dedicato – ripercorrendone, in parte, vita e opere –, è stato poeta, poeta verbo-visivo, teorico dell’arte e della letteratura, narratore, operatore culturale, studioso del libro e delle sue forme. L’infanzia e l’adolescenza sono trascorse a Bari e scompaginate dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale con annessa fuga a Turi, oltre che vissute nel pieno di relazioni amicali con altri futuri assaltatori dei linguaggi (Mimmo Castellano, Milvia Maglione, Gennaro Piccinni). Sempre a Bari, Dòdaro incontra il poeta armeno Hrand Nazariantz dal quale sarà introdotto agli incontri, dibattiti e mostre del “Sottano”, caffè-pasticceria aperto a Bari da Armando Scaturchio e frequentato in quegli anni da Aldo Moro, Albertazzi, Vittorio Bodini, Aldo Calò, Rocco Scotellaro ecc. Proprio al “Sottano” si legherà ai poeti Vittorio Bodini e Rocco Scotellaro e allo scultore Aldo Calò. Negli stessi anni inizia a dipingere, assieme allo zio paterno Silvio Dòdaro (col quale si recava a Mola di Bari, presso il porto, per dipingere), e partecipa al premio “Il Maggio di Bari” dove riceve la segnalazione critica per il quadro Svergognato incantesimo di barca (dipinto nel 1954), opera in cui alla tenuta informale e materica applica le combustioni.

Prima del “Sottano” e del “Maggio di Bari”, a segnarlo in maniera decisiva è Nazariantz con il quale legge in francese la Poesia ininterrotta di Eluard, ancora inedita in Italia, e decide di interrompere gli studi, abbandonando il liceo scientifico, per tentare una prima fugace fuga a Parigi. Proprio la Francia sarà per Dòdaro luogo del cuore al quale tornare altre due volte per vivere l’epopea delle caves, del jazz, di Louis Armstrong, dell’esistenzialismo di Sartre. Altre tappe, prima del ritorno a Bari, Milano, i navigli, e, soprattutto, Bologna, dove frequenta da esterno i corsi di Giorgio Morandi all’Accademia di Belle Arti e dal quale veniva notato e accolto in casa; la calligrafia del maestro citata in “Già così tenera di folla” è proprio quella di Morandi, “inclinata, verso destra, come un bambino”. Morandi, infatti, intratteneva in quel periodo un carteggio col padre di Dòdaro. A Bari, prima del definitivo trasferimento a Lecce fra il ’53 e il ’54, lavora presso l’ufficio stampa della Fiera del Levante, a stretto contatto col poeta Vittore Fiore, figlio dell’antifascista e meridionalista Tommaso, venendo influenzato dall’impegno politico dei Fiore. Nel clima della Fiera del Levante stringeva un ottimo rapporto con l’artista Amerigo Tot.

Sono anni concitati, quelli del periodo giovanile, anni in cui, nonostante tutto, l’ansia creativa sarà collocata nelle combustioni pittoriche (1954, come Burri) e nella scrittura teatrale. Di queste due pratiche la pittura verrà abbandonata dopo una manciata di anni giovanili, il teatro resterà vivo in tutta la successiva produzione, in un percorso di ibridazione volto all’abbattimento delle barriere fra poesia, narrativa e teatro. All’arrivo a Lecce riallaccerà i contatti con Vittorio Bodini e Aldo Calò (il “Porto” citato nel testo, bevuto a Lecce nei pomeriggi con Bodini e Calò). Seguirà un lungo periodo di isolamento, durato circa vent’anni, dedicato allo studio e al successivo ritorno alla realizzazione di opere nel 1976, anno in cui fondava il Movimento di Arte Genetica rintracciando l’origine dei linguaggi umani nel battito materno ascoltato in età fetale, teorizzando il linguaggio come una congiunzione volta a rifondare la dualità dell’essere umano – non un regressus ad uterum, bensì la “coppia”, la dualità, ovvero la dimensione originaria del linguaggio, la comunione con l’altro – e l’arte come linguaggio del lutto, annodandola alla mancanza lacaniana; il movimento si doterà di due riviste: “Ghen”, giornale modulare ideato da Dòdaro con sede a Lecce, e “Ghen Res Extensa Ligu” con sede a Genova e diretta da Rolando Mignani. L’idea di Dòdaro del “modulo come unità di misura del pensiero” sarà alla base della struttura modulare di “Ghen” oltre che della concezione dello spazio, mutuata sempre dagli studi sulla dimensione prenatale, fino a sfocia- re nel manifesto Incliniamo l’orizzonte firmato nel 1978 con Fernando Miglietta (concezione, quella dello spazio, della lingua-sonora-fetale mutuate dalla prenatalità che oggi ritroviamo nelle Inclinazioni di Adriana Cavarero, nella fase mediale-sanguigna e amniotico-placentare di Thomas Macho, nelle “relazioni” come costruzione di uno “spazio placentare” di Sloterdijk). Il linguaggio, per Dòdaro, diventava una congiunzione, una dichiarazione onomatopeica in cui, con l’abbandono della pittura, si alimentava il trionfo della poesia e dell’analisi letteraria. L’orizzonte letterario, poetico, diventava orizzonte media- le: poesie per i treni, per gli altoparlanti e più in là romanzi in tre cartelle, romanzi su cartolina, collane spaginate, poesie e poesie visive da proiettare per le strade, poesie per internet, narrazioni su leaflet, romanzi da muro – narrativa concreta, romanzi di cento parole da pubblicare in store, nelle vetrine dei negozi. Al Movimento di Arte Genetica aderirono, o ruotarono attorno alle sue riviste e attività, un numero considerevole di autori, italiani e non, provenienti dalle sperimentazioni poetiche e poetico-visive, performative, sonore, plastiche: Eugenio Miccini, Amerigo Marras, Rolando Mignani, Giovanni Fontana, Bruno Munari, Vittore Fiore, Aldo Dramis, Michele Perfetti, Vittorio Pagano, Franco Gelli, Aldo Dramis, Guido Le Noci, Sandro Greco, Corrado Lorenzo, Armando Marocco, Antonio Massari, Enzo Miglietta, Center of Art and Communication (Toronto), CAYC Group (Rio De Janeiro), Giorgio Barberi Squarotti, Toshiaki Mi- nemura, William Xerra, Tonino Sicoli, Ernesto de Souza, Alternativa Zero, Experimental Art Foundation (South Australia), Block Cor (Amsterdam), Nicole Genetet-Morel, Jaques Lepage, Stelio M. Martini, Giovanni Valentini, Pierre Restany, Amelia Etlinger, Luciano Caruso, Antonio Verri ecc.

Un legame particolarmente forte, sia affettivo che poetico, fu quello con il poeta napoletano Luciano Caruso; proprio l’autore napoletano definì questo legame come “il sodalizio Caruso-Dòdaro”. Franco Gelli, invece, poeta, poeta visivo, artista concettuale, fu il primo ad aderire al movimento, firmando le sue opere con apposito timbro “Genetico n. 2” e concentrando la sua ricerca in particolare sui reperti paleo e neolitici (“le veneri della storia”). Altre figure molto care a Dòdaro: il poeta e editore Antonio Leonardo Verri (che da Dòdaro fu molto influenzato), il pittore Edoardo De Candia con il quale Dòdaro, giunto a Lecce, bruciò tutti i suoi quadri e che dipingeva splendide marine con acqua salata (“le marine mangiate dal sale”), il poeta Salvatore Toma, il verbovisivo Enzo Miglietta e le sue microscritture, il calabrese Aldo Dramis.

Dòdaro, negli anni, ha ideato e diretto una mole notevole di collane editoriali volte al rinnovamento dell’oggetto-libro, fra queste: «Scritture» (Parabita, 1989), «Spagine. Scritture infinite» (Caprarica di Lecce, 1989) scritture di ricerca formato poster, spaginate, «Compact Type. Nuova narrativa» (Caprarica di Lecce, 1990) ovvero romanzi in tre cartelle, «Diapoesitive. Scritture per gli schermi» (Caprarica di Lecce, 1990) scritture di ricerca da proiettare, «Mail Fiction» (Caprarica di Lecce, 1991) romanzi su cartolina, «Wall Word» (Lecce, 1992) – tradotta in giapponese ed esposta all’Hokkaido Museum of Literature di Sapporo – romanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, «International Mail Stories» (Lecce, 1993), «Internet Poetry» (Lecce, 1995) una delle primissime esperienze italiane di net poetry, «Walkman Fiction. Romanzi da ascolta- re» (Lecce, 1996), «E 800 European Literature», in 5 lingue (Lecce, 2000), «Pieghe narrative» (Lecce, 2001), «Pieghe poetiche» (Lecce, 2001), «Pieghe della memoria» (Lecce, 2001), «Foglie nude» (Do- ria di Cassano Jonio, 2003), «Locandine letterarie» (Lecce, 2005), «Romanzi nudi» (Lecce, 2006-07) in unico esemplare, «Carte letterarie» (Lecce, 2009), «792 Mail Theatre» (Lecce, 2009), «New Page. Nar- rativa in store», (Lecce, 2009) narrativa breve, poi anche poesia e teatro, in cento parole, collana che guarda alla comunicazione pubblicitaria con i testi applicati su crowner, pannelli cartonati in uso nella comunicazione pubblicitaria, ed esposti in store, nelle vetrine dei negozi.

Ho conosciuto Saverio Dòdaro nel febbraio 2010. Mi contattò in seguito alla lettura di una mia recensione al suo manifesto “New Page – Narrativa in store” pubblicato a fine 2009 e all’ora esposto nelle vetrine di alcuni negozi del centro di Lecce. A quell’incontro ne seguirono altri, con lezioni universitarie saltate per organizzare l’attività del movimento “New Page” al quale, nel frattempo, avevo aderito nel segno di un ancora acerbo sentimento di ricerca di altre modalità del dire, oltre che modalità fruitive della parola, ma che intuivo come grandi nell’esperienza di Dòdaro. Divenuto negli anni maestro e, prima di tutto, amico, ha saputo indicarmi, come prima aveva fatto per intere generazioni nel solco della sua idea “i giovani sono una miniera […] vanno sostenuti all’inizio”, una via fatta di rigore e passione, un mix di coscienza e utopia che nella sua pratica è sempre stato rivolto alla messa in discussione delle forme e dei modi prima di tutto del mondo, non solo della scrittura, lavorando sempre per gli altri, dissipandosi, spendendosi, lanciando poesia nell’ottica di un investimento attivo del mondo, per un reincantamento dell’esistenza.

F. S. Dòdaro, antologia minima:

Estratto da: DÒDARO F. S., Dichiarazione d’innocenza, in Locandine Letterarie, Lec- ce, Il Raggio Verde, 2005.

Pronto? Pronto, sì. L’infanzia, l’innocenza: la guerra di dipendenza (non di indipendenza). La naca. La Madonna. / Pronto? Pronto, sì. Ma il pianto del settenario iacoponico è il dolore del figlio! Capisci, del figlio, per la perdita del complemento lacaniano, sembiante, anche, della carne tragicamente perduta. Del figlio, non della madre!

Figlio, pur m’hai lassato!
                           Figlio, a chi m’appiglio?

Capovolgimento della follia, della scissione, della melanconia: la freudiana Verkehrung – formazione reattiva –. Meccanismo di difesa, per Anna Freud: Abwehrmechanismen.

Mate, pur m’hai lassato!
mate, a chi m’appiglio?

Mortal me dai feruta,

Allô, oui. L’homme, ce rêvuer définitif. Oui.

                          Mamma, ove si venuta?
Voglio che tu remagni,
voglio teco morire (nelle acque del mare Yam, nell’umida Tefnut,

                                                   in Tum, in Osiride, nel Christus – Khristós

                                                                     ‘unto’ –, nel Messia – Mashiah
‘unto’ –: nel tuo
                                                                            Ventre, oh mia coscienza!)

Estratto da: DÒDARO F. S., Dichiarazione Onomatopeica, Lecce, Ghen, 1979.

Il linguaggio è una congiunzione, il linguaggio è una «e» // Una «e» che suona il «violin» // Il linguaggio è il mio immaginario, che balla davanti al «miroir», // Il linguaggio è il mio gemello. La mia yem che canta in nome del padre, del figliuolo e di «mater dulcissima» L’esistenza è oltre il filo del telefono pronto, il mio compleanno? Io il desiderio // Pronto l’antropiano? La punta del dito segna il ritmo del churinga // in nome del padre, del figliuolo e del ritmo dolcissimo pipistrellus // – pipistrellus non ostacolare l’oscillar dell’infelice // cot-deaths, cot-deaths // L’onde sull’albero. E fu fatto l’albero // L’onde su lithos. E fu fatto lithos // L’onde sull’es. E fu fatto l’es. E parlò – in nome del padre, del figliuolo e della Lingua Dulcissima // La notte alla stazione, binario 7°, binario morto, il freddo ed i cani, per il serrone, fra le bitte e le traudie, 15 maggio… // No. Non so dove esisto – // Diciamo Parigi, 15 maggio 1979 // Ed è l’eco …Dulcissima.

Estratto da: Dòdaro F. S., Navigli, in Mail Fiction, Lecce, Edizioni Pensionante de’ Saraceni, 1991.

Le lontananze accarezzavano i suoi gesti. Lungo i Navigli la sera scivolava sulle cose. Tutto era lento, afono. La rosa nascosta di Missoni profumava delicatamente la nebbia. L’ora era ferma sull’oblio. Addio, pagine, parole amate, gesti ammassati nei depositi, sguardi, primi piani di pelle solcata dal rimmel, di pallore, pallore di cipria. Primi piani di polvere, di rughe, rughe della memoria, dell’anima. Primi piani di pizzi, di sete, di neri, d’incanti. Primi piani di rose dischiuse, di petali, di grazia, d’infinita dolcezza, di mari, d’oceani. […] Notte delle lune d’acciaio, delle partenze, delle fughe, dell’aquilone smarrito. Notte dei latrati, delle paure. Notte della solitaria solitudine. Notte delle stelle, del Carro, dell’Orsa. Notte dei treni, delle stazioni, della sete. Notte dell’antica pietra, della soglia. Notte della notte.

Estratto da: DÒDARO F. S., Sconcetti di luna, in Compact Type. Nuova narrativa, Caprarica di Lecce, Edizioni Pensionante de’ Saraceni, 1990.

Vendita promozionale. Le cento pecore di Nunzio. Le cento fiche. Le cento lune della paura. Nella zona di San Pio da ieri è sorto un Comitato di protesta. Max Mara, Rocco Barocco, Ferré e Missoni. Ancora Missoni. Missoni. M. la “m” è la lettera più grande: 18 unità. […] Quest’estate le rose sono nere. Il bosco è dis vetro. Caro Andrè, la voce di Lili Marleen, tutte le sere, sotto quel fanal. È passato il natale. È sempre freddo a natale. Fuggiasco a natale. Fuggiasco tutto l’anno. Fuggiasco. Fichi e freddo. Pastore. Vastar. Vastra. Vasto. Vastità. Il re della Murgia. […] Domani, a sera, bombarderemo la città. Vendita promozionale. Un camion di soldati morti. Qualcuno è vivo. Tutti neri. Lo Zio Tom in un bagno di sangue. L’occhiello è difficile. Lo Spoon River si tinge di rosso. Oppure: Pollock dipinge di rosso la strada, e le mani. Dal porto echeggia Saint James Infirmary. Domani, a sera, bombarderemo la città. Ventuno navi centrate. Ventuno esplosioni. Ventuno paure. Ventuno lune. Ventuno morti. Ventuno nascite. Ventuno rabbie. Ventuno pianti. Ventuno gioie. Ventuno singhiozzi. Ventuno abbracci. Ventuno mani. Mani fredde, mani calde. Mani. Ventuno occhi. Ventuno solitudini. Ventuno certificati. Ventuno proteste. Ventuno fantasmi. Ventuno storie. Ventuno invalidi. Ventuno smarriti. Ventuno accuse. Ventuno accordi. Ventuno voci. Ventuno urli. Ventuno incubi. Ventuno catene. Ventuno rose per te, Lili Marleen. […] Vendita promozionale. I gelsomini della Murgia. Le mimose del Serrone. Le stelle della notte di natale. Dal 15 al 30 gennaio. Comunicazione al Sindaco del 20 dicembre. Domani, 20 dicembre, bombarderemo la città. L’Adriatico s’incendia. Le rose dell’Adriatico. Dalle macerie una mano parla. Un cumulo di pietre. Sette piani di pietre. Una mano che sfiora e poi parla. L’indice: a. il medio e l’anulare: i-u. Ancora indice: t. Manca la o. Un cumulo di pietre. Sette piani di pietre. Una mano che parla: A, I-U, T. da cinquant’anni alla ricerca della o.

Estratto da: DÒDARO F. S., Reparto «P», in Pieghe Narrative, Lecce, Conte Editore, 2001.

Anni sessanta-settanta, gli anni di piombo. E della contro- cultura: chi pubblicava con editori era un reazionario. La poesia, manoscritta o ciclostilata, si veicolava o per posta, alla californiana, o per strada: nelle piazze, all’ingresso delle università, dei licei. A volte nelle aule, interrompendo la lezione. Volantinaggio poetico, incursioni semiologiche, per la sinistra; provocazioni, per la destra. Gli scontri erano frequenti. Con i fascisti. E con la polizia. Le mazze, le manganellate lasciavano segni. Al sangue. All’osso. I miei sono stati devastanti. Trent’anni di sofferenze. E di interrogativi. Chi sono? Passo lunghi periodi senza memoria, sen- za passato: senz’anima. Mi guardo allo specchio: a sinistra il cranio, lucido, con una lunga cicatrice, mal cucita; a destra, ciuffi di capelli, qua e là. Mi faccio schifo. Ma chi sei? “Un poeta che ha amato, che ama la poesia”, dice la psichiatra. Ed io ripeto: un poeta che ha amato, che ama la poesia. Nei momenti di lucidità penso che essere stato sempre in prima linea per affermare la priorità dell’afflato, che aver dato il mio cranio alla poesia sia stato bello, magico. Come dare a un bambino, sul prato, il vento, e una girandola. O una carezza. Come respirare il profumo del grano, quando è verde. Come vedere sulle Murge gli alberi in fiore. Come ricordare il tempo materno. Riascoltare i silenzi. E la voce. Il canto.

Estratto da: DÒDARO F. S., Joe Cooker, in Pieghe Narrative, Lecce, Conte Editore, 2001. Ho bruciato il dizionario.
Duemila pagine
Ottantamila voci.
Una sola parola, tutto il resto una metafora

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