Saggio

Il tempo e il divenire solo illusione

di Rocco Aldo Corina

Ebbi a dire un dì che il tempo non esiste, infatti, vivendo come eternità, «non cambia», rimane «sempre identico a se stesso», non può essere «percepito dai sensi»[1]. L’evoluzione della materia «non avviene nel tempo che non è, ma nella vita che chiamiamo immortale che nel tempo non è»[2]. In realtà «il giorno e la notte non rappresentano il tempo, ma la vita nell’eternità. Esiste quindi la vita nell’eternità, l’evolversi delle cose che non sono eternità, per cui divengono»[3]. Se perciò «la Terra non girasse intorno al sole, avremmo solo il giorno o solo la notte e la cognizione del tempo non sarebbe»[4].

Quanto poi allo spirito, dico che è «sempre lui a decidere sulla vita dell’essere possedendo mente e pensiero attivi nel suo mondo senza confini, per questo non soggetto a cambiamento»[5]. Quindi il panta rei non è esatto se lo si va a cercare anche nell’essere come realtà spirituale e non perciò materiale?

Questo è risaputo, ma se l’ansia a volte mi strugge, non è l’anima che ne soffre anche adeguandosi alle varie fasi di assoggettamento a quel che per convenzione chiamiamo male spirituale, cioè all’ansia che dimostra in tutti i modi di essere parte dello spirito creativo, o – se vogliamo – facoltà di anima soggetta alle sollecitazioni dell’essere in quanto materia? Se così è, sarebbe anche lo spirito soggetto al divenire? No, assolutamente no, ciò non può essere come non può essere che anche la materia possa subire cambiamenti. Ma che dico, ciò è possibile?

«Una forza nascosta distrugge/ le cose umane/ e sembra compiacersi/ nel calpestare i bei fasci splendenti/ e le scuri crudeli/ per farsene gioco». E qui è Lucrezio che parla per farci intendere che il male su noi agisce con determinazione, per cui questa forza oscura bisogna che sia da noi sconfitta onde uscirne con altrettanta determinazione.

L’irreparabile processo evolutivo in fondo così non sarebbe se in noi regnasse desiderio di vita sublime. «In tenera età amavo le cose del cielo», dice Ovidio, e per quel che mi riguarda credo di aver detto tutto. Perciò, quella forza che distrugge, forza nascosta per Lucrezio, per questo subdola, che calpesta quel che splende e al tempo stesso quel che non splende, non può dirsi che sia bene perché sol male da lei esce per coinvolgere anche lei nel male – il male che odia se stesso, il male in quanto male che altro non può fare – senza forse avvedersene. Il divenire è dunque risultanza di azione immonda che nell’eternità del suo tempo, immondo naturalmente, non diviene. E, se così è, anche la materia è fuori del divenire, dubbi non ce ne sono.

Lo spirito luciferino, che ha permesso il cambiamento, è rimasto spirito per cui non si è evoluto nel tempo che non è, non si è infatti per niente rifugiato in altro mondo se non nel suo, perciò nella forza inizialmente ricevuta è rimasto senza cambiare aspetto tranne che nell’irrequietezza del suo essere, direi necessaria in quanto dovuta a ribellione non giustificata nei confronti del Dio della vita. Ha perciò solo cambiato per sua volontà aspetto non certo per effetto d’un divenire che in lui non c’è stato, non potendo esistere per lui il divenire. Si tratterebbe perciò in lui di nuova nascita alla vita del male da lui stesso creata, che nel diabolico aspetto da lui voluto per l’eternità, non diviene.

La materia, dunque, subisce apparente cambiamento in ciò che chiamiamo tempo per effetto del male che su di lei agisce, che agisce – voglio dire – nella vita del suo spirito che non diviene. Le manifestazioni esteriori dell’essere come materia sarebbero dunque effetto di volontà spirituale non certo producenti divenire ma cambiamento soggetto a riavere a volte l’aspetto di prima. E, se così è, di divenire non si può parlare. Se perciò «la materia vive, vuol dire che è spirito che a sua volta è anima, spirito che crea la materia»[6] che – in quanto spirito e come creatura dello spirito – se pur con «caratteristiche diverse rispetto allo spirito puro»[7], non diviene.

È questo il motivo per cui dico che Eraclito spesso si contraddice non potendo, il suo divenire, esistere come realtà. Il flusso perenne di cui dice il filosofo è vero, ma è proprio in questo flusso che nell’impossibilità di «discendere due volte nello stesso fiume né toccare due volte una sostanza mortale nello stesso stato» in quanto «per la velocità del movimento, tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va» (fr. 91), vedo una certa contraddizione del filosofo di Efeso. «Questo mondo – dice ancora – che è lo stesso per tutti, nessuno degli dèi o degli uomini l’ha creato, ma fu sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo che con ordine regolare si accende e con ordine regolare si spegne» (fr.30). Ma, di che fuoco si tratta, di fuoco spirituale? Se così non fosse il discorso del filosofo non si reggerebbe.

Il «mutamento è quindi un’uscita dal fuoco o un ritorno al fuoco»[8], anche se «lo scambio incessante tra le cose e il fuoco – suggerisce Abbagnano – implica che non tutto si riduca al fuoco»[9].

Ed è qui, proprio qui un’evidente contraddizione se pensiamo al fuoco eternamente vivo di cui dice il filosofo, che non può in quanto eterno permettere il divenire. L’uscita poi dal fuoco e il ritorno al fuoco esclude di per sé il divenire, trattandosi di cambiamento non diverso nel tempo che per me non è, e che perciò non diviene, ma di ritorno a quel che prima era che, per quanto tale, è altra cosa rispetto al panta rei, essendo fuori cioè del divenire di cui parla Eraclito. Non si tratta infatti di un ritorno diverso da quello di prima – anche se fosse non cambierebbe la validità del discorso sostenuto – ma, per quel che si evince, di un ritorno identico a come prima era.

E altri casi potrebbero indurre a tale ragionamento. Si legga, infatti, il frammento per il quale «negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo»[10], per averne ragione.

Secondo Tonelli «la fissa identità degli oggetti è apparenza ingannevole,

in realtà essi sono-e-non-sono i medesimi». E dice ciò in riferimento al fr.31 tenuto conto del fatto che «nel flusso ogni sostanza è provvisoria e a sua volta mutante, pur avendo una apparente persistenza (cfr. fr. 33, “mutando riposa”) noi possiamo-e-non-possiamo attingere una cosa come medesima: siamo sostanza-non-sostanza che entra a sua volta in contatto con sostanze-non-sostanze. Ciò che è, anche non è, nel mondo visibile»[11]. È un ragionamento, questo, che – nel rifiuto del suo dire – mi porta a meditare, se pur per un istante, sul frammento «mutando riposa», di cui dice Eraclito, per cui ritengo che si possa anche entrare nello stesso fiume. Posso pur vedere nel discorso del filosofo la contemporaneità di due avvenimenti, la simultaneità insomma che vuol significare coincidenza nel tempo.

Se infatti entriamo come possiamo non entrare, se siamo come possiamo non essere? Chi, noi?, sì, a dire di Eraclito. Essere e al tempo stesso non essere è impossibile se anche pensiamo a quel «mutare che cessa» di cui al fr.33, che esclude il movimento.

Entrare poi e al tempo stesso non entrare è anche impossibile. E allora? Enigmatico non direi, il filosofo, ma solo abile nel confondere fors’anche sé stesso. E quel Zeus che rifulge del fr. 26, che cioè brilla, non brilla sempre? Dov’è qui quel divenire che si vuol tanto attribuire al filosofo? E ancora per Eraclito: «Helios non andrà oltre la sua misura» (fr.25)[12]. Vuol dir forse che un giorno o in un momento cesserà di divenire?

Non mi va d’andare avanti sull’argomento né di polemizzare ancora su tutto, ma se Helios «non fosse sole, sarebbe notte», nell’interpretazione di Tonelli riguarderebbe «“il Principio” che, nel momento stesso in cui si manifesta in una forma (sole), è, in potenza, il suo opposto (notte).

Gli opposti, dunque, – è ancora detto – si implicano reciprocamente, e trovano identità nel Principio»[13]. Può essere? Se il sole è ciò che illumina, non può essere in potenza ciò che non illumina, questo io capisco e poi en greco non può avere in Eraclito valore esistenziale in quanto l’allusione del filosofo al sole, come forma fatta di materia che nel caso non sembra essere soggetta al cambiamento, è chiara.

Se poi, vedi il fr. 13, «tutte le cose sono l’Uno e l’Uno è tutte le cose», mi domando come possa questo panteismo subire cambiamenti nel tempo se riferito a «congiungimenti» di «intero e non intero», di «convergente e divergente, consonante e dissonante»[14]. Opposizioni tra categorie, secondo il Colli, «nell’ordine, quantità, qualità, modalità» nell’unità dei termini opposti, categorie che riguardano l’Essere nella sua unità che, per quel che mi sovviene, escludono il divenire di cui si dice a proposito della filosofia eraclitea che non può riguardare il panta rei se si tien conto del significato di reo come scorrere, fluire e anche stillare. Ebbene, può la materia scorrere e magari fluire?, no, non può neanche stillare.

Ma è solo il mio parere.

                                                                               Rocco Aldo Corina


[1] Cfr. R.A. Corina, Il romanzo come vita. L’anima e le forme, Bastogi, Foggia 2011, p. 65.

[2] Ivi, p. 66.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 65.

[6] Cfr. R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 44.

[7] Ibidem.

[8] N. Abbagnano, Storia della Filosofia, v. 1°, Utet, Torino 1963, p. 20.

[9] Ibidem.

[10] Eraclito, Dell’Origine, trad. it. di A. Tonelli, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2005, p.79.

[11] Ivi, pp.78-79.

[12] Ivi, p. 70.

[13] Ivi, p. 62.

[14] Ivi, 56.

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