Poesie, Scrittori salentini

(per Adùnia, ma per Totò e Paola)

di Antonio L. Verri

Comincia col dire quello che avresti voluto

fare dire capire i palchi la nuova casa

che io mi sento ormai morto anche

se a quest’ora in piazza a Martano

l’Emporio è quello che più mi attrae

i Coloniali queste scritte che conservano

la fragranza dei tuoi padri di pasticcio

le sciocche cortesie di vecchine di velluto

per me distratto al tramonto

vinto da maliose scoperte gli occhi nel vuoto

come sempre…come sempre hai saputo

 

faccio qualcosa qualcos’altro come assorto

sbatto il tacco la scarpa la svuoto

accendo prodigo una mezza sigaretta passo di nuovo

con baldanza la fiamma sul retro che va in bocca

la ombro

 

(la poesia odora è poesia da tutte le parti

ed io mi fingo lo specchio in cui trafugo

quei sogni accorti che ti racconto – Totò e Paola

in luminoso silenzio girano in questa valle d’incanto

allegri delusi come briganti scaltriti

ironici fumosi a Maglie a Lecce nello spazio

che la morte regola con colpi all’aria vuota bruciacchiata

nello spazio poetico dove stasera

brancola con noi anche Edoardo)

tu l’Adùnia sospettosa sognatrice vinta appena

consumata quasi nella dolcezza del riserbo…

quali immagini ti ridaranno –incantata la vita-

le occasioni perdute

il passo lungo leggero di gazzella

la porta specchio che abitavamo (c’è una foto per questo

anche per questo

per rodere il tempo che ha saputo fermare

forse silenzio vanità pensosa

il riflesso di una femminilità preoccupata

il ghigno inesploso in un mattino d’argento!)

le risa fragorose diventate oggi buffi tentativi

con la mano sulla bocca (la ombro la ombro)

ed è un po’ tardi forse per ritessere qualcosa

tu con le tue ancora buffe matite

il cortinaggio di ragnatele

io coi miei guai di scrittura

bambolo disposto ad una segnatura in più

ad osannare un candore che non riesco a far mio

con le mie fughe scoperte lì a Sciaffusa le nostalgie

di Piazza Maggiore il poco conto della vita…

 

son qua adesso ma sono dappertutto

col piede dondolante su questo nero ferrato a Galatina

in questa calma (Cristo, ma come faccio?) gonfia di allori

rotta dal grido corto di mio padre

…ma grida a me o saluta il treno come sempre?

 

-da  STEFAN (1981/1982) in Il pane sotto la neve, Kurumuny, Calimera, 2003-

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