Cultura salentina

Lamento in morte degli Ulivi

di Alessio Stefano

Senza immaginare che le sue parole si sarebbero un giorno malauguratamente avverate, il pittore Vincenzo Ciardo scriveva sulla rivista “L’Albero” diretta da Girolamo Comi: “Senza l’ulivo il paesaggio salentino non avrebbe senso, sarebbe una pietraia desolata, irta di pali telegrafici, perché è l’ulivo che gli dà un volto particolare, inserendosi nelle totalità del grigio dei sassi, del rosso del terreno, del bianco calcinato delle case” .
Oggi, assistiamo tristi e impotenti al consolidarsi di uno scenario desolato; assistiamo allucinati a uno svuotamento totale di senso che investe il nostro territorio che ha smarrito completamente la sua natura e la sua identità.
Non si finirà mai di fare un bilancio (economico, sociale, ambientale) della catastrofe che ha sfigurato il volto del paesaggio salentino. È stata una metastasi lenta ma fulminante che in meno di un decennio (ricordiamo che nel 2013 è stato riscontrato il primo caso ufficiale di xylella fastidiosa) ha comportato una modificazione irreversibile e insanabile della morfologia del territorio leccese e non solo. Se già ora le nostre campagne sono disseminate da ulivi ischeletriti, monchi, amputati, smembrati, decapitati, immaginiamo soltanto quale sarà l’infelice paesaggio futuro di quando gli ulivi saranno completamente sradicati. Rimarrà solo la pietraia desolata, la terra russa. Rina Durante ha scritto, alcuni anni fa, delle parole che risuonano attuali e vere: “Abbandonata a se stessa, la campagna langue ovunque” . Ma non soltanto la campagna è stata abbandonata a se stessa; essa è stata sfruttata, vilipesa, e infine deturpata.
Bisogna riflettere profondamente su ciò che sta accadendo sul nostro territorio; bisogna riconsiderare il rapporto che unisce l’individuo con l’ambiente, perché è ormai evidente a tutti (anche se lo sappiamo da sempre): il nostro stile di vita, i nostri comportamenti (sociali, culturali, economici, politici), le nostre attività produttive, incidono ineluttabilmente sulla forma e sulla salute della terra.
Da sempre, fin dall’età messapica, l’ulivo è stato parte integrante del sistema produttivo ed economico, tanto che il suo prodotto, l’olio, è stato ribattezzato “l’oro del Salento”, e dunque simbolo di ricchezza . Ma il suo valore non è confinato esclusivamente in quello economico. L’ulivo è un albero che si trascina con sé il passato, è il segno pulsante di quella sinergia primordiale e reciproca che si instaura tra uomo e natura e che oggi manca. Attraverso la sua evoluzione possiamo comprendere la storia di tutta la nostra civiltà. Grazie alla sua vita più longeva rispetto a quella umana, grazie alla sua importanza nelle tradizioni culturali dei pugliesi, l’ulivo è diventato nel corso del tempo un monumento estetico, culturale, un testimone materiale della storia. È questo l’argomento su cui ruota L’oro del Salento di Rina Durante. Gli ulivi hanno partecipato attivamente a tutti gli episodi storici del popolo salentino (guerre, crisi, lotte sociali) e non solo, hanno accompagnato gli individui durante il loro sviluppo antropologico. Rileggere questo libro oggi, con gli occhi puntati al nostro presente impoverito, produce un effetto straniante: consente di comprendere come oggi, con solo colpo di spugna, siano stati cancellati secoli di storia e di cultura.
Basta solo guardare gli splendidi ulivi dipinti da Vincenzo Ciardo per accorgersi di come il paesaggio salentino e l’arte si siano incrociati e fusi in immagini liriche ed estetiche di straordinaria bellezza naturalistica. Per Ciardo gli ulivi hanno delle sembianze antropomorfe: “l’irregolarità”, “l’anti-schematismo”, le linee contorte degli ulivi rimandano a qualcosa di umano, come se ci fosse un parallelismo misterioso tra la forma dell’ulivo e il corpo.
Pertanto, l’ulivo è un’immagine poetica e gli oliveti hanno rappresentato un luogo dell’anima ricco di suggestioni. Dunque, il significato antropologico dell’ulivo scavalca quello latamente moderno, economico e commerciale per assurgere a valori simbolici, sacri, farmaceutici. Nessun albero, almeno nel mediterraneo, ha avuto una così immensa e fortunata tradizione.
In Salento, sono tanti gli artisti, i poeti, gli scrittori, che hanno parlato del fascino estetico e simbolico dell’ulivo. Girolamo Comi, che pure si era dedicato con scarsi risultati alla produzione dell’olio, aveva scelto l’albero d’ulivo come copertina de “L’Albero”, rivista letteraria salentina di taglio internazionale. Per il critico Donato Valli l’ulivo, pianta nutrita dalla “millenaria aridità” della terra, incarna un modello di poesia di resistenza, vale a dire “di una poesia che resiste nonostante tutto, oltre la storia di sofferenze e di paura che l’alimenta” . Da sempre gli ulivi hanno combattuto contro le intemperie, le crisi, le guerre. Primi alleati degli uomini, con essi hanno condiviso gli incubi e le illusioni della Storia. Pensiamo soltanto che una delle armi utilizzate dagli otrantini contro i turchi durante l’assedio di Otranto (1480) era proprio l’olio bollente o infiammato. Oppure durante la Seconda guerra mondiale era la legna degli ulivi a riscaldare le case del popolo povero e disgraziato.
Tuttavia, nell’epoca in cui l’industrializzazione incontrollata e lo sfruttamento delle risorse naturali hanno colonizzato tutto, gli ulivi della Terra d’Otranto sono morti. Vittime della superficialità umana. Non n’è rimasto nemmeno uno, sano, rigoglioso, verde. Solo tronchi e rami senza linfa, semmai buoni per la legna. Alcuni sembrano conservare ancora il loro movimento sinuoso, le loro torsioni atletiche, ma non fanno altre che urlare per il dolore. Prima di essere abbattuti.

 

[1] VINCENZO CIARDO, L’olivo, deità casalinga del Salento, in “L’Albero”, (fasc. VIII), sett. 1954, n.19-22, pp. 29-32.

[2] , L’oro del Salento, Besa, Nardò 2015, p. 28.

[3] A ben vedere, in alcuni periodi storici l’olio era così prezioso da superare perfino l’oro stesso. Scrive Oronzina Malecore: “In periodi di particolare difficoltà, durante le guerre, le carestie, le siccità, l’olio aveva più valore dell’oro stesso: le popolazioni infatti si nutrivano esclusivamente di pane e olio” (cfr. RINA DURANTE, op. cit., p. 23).

[4] DONATO VALLI, L’olio della poesia, in: RINA DURANTE, op. cit., pp. 92-93.

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