cultura meridionale, Saggio

Fascino poetico salentino

di Rocco Aldo Corina

Convergence
ackson Pollock, Convergence (1952)

La non poesia di cui disse il Croce mi giunse al petto con affanno strepitoso nel volger dei giorni fitti di pensieri all’ombra delle lucenti rive silenziose. Mi disse di Dante non poeta, per questo sconvolgendomi lo spirito nella tristezza che mi fu amica nell’udir tali parole per lo più vaganti nel trambusto del mio cuore afflitto.

«Ancor ne ’l verso mio, povero e incolto,/ alita un soffio de l’amor tuo grande» «e tutto era sì dolce, era sì blando/ per l’anima fanciulla» quando «fuor, ne’ campi risonanti in coro,/ l’estate ampia e tranquilla fiammeggiava». Ora questo poeta non è più, ma il suo verso parla di lui ancora nel segno d’una pace silente che l’anima gentile sospirosa accoglie nelle piovose notti adorne di stelle come l’aurora su labbra irrigidite dal vento. Mi scuso per lo sfogo poetico che ogni tanto m’invade il petto, ma perché il bel verso m’induce a questo catturandomi l’anima per quel che può, costringendola a dir di lei se pur nelle immagini che le suggerisce amore nelle sue capacità attrattive. E qui abbiamo a che fare col Tafuri poeta, con Arturo insomma, nato a Neviano nel 1867.

Anni ne son passati e ancor lo ricordiamo nel suo dir stupendo che è di anima fanciulla, fiammeggiante in ogni luogo nel sorriso di un’ampia luminosa estate. Voglio dire che la poesia di Arturo mi trascina verso silenziose sponde lunari perché è di anima buona come quella di Dante che a ragionar lo portava nei luoghi eccelsi dell’amabile sapere per rinsavir nell’anima col tocco dell’invisibile divino che lo invogliò all’amore. Certo anima fanciulla nel suo primo apparir fugace forse non è, ma il fine che il poeta si pone è di divenir tale, e nel tempo ci riesce, raggiunge lo scopo, per cui mi duole sentir dire cose non vere,  prive dell’oggettività richiesta nell’ambito della critica letteraria.

Margherite come gemme di primavera viaggiano purtroppo nel tempo come asprezza di sogni frantumati.

Ma la vita arriverà, «arriverà la vita,/ arriverà», dice Toma, il poeta del progresso magnifico sulle orme dell’incontaminato sorriso, anche se per Maria Corti «il tema della morte accompagna il poeta per tutta la vita e si insinua qua e là sottilmente tra selvagge e surreali fantasie»[1]. Ciò non mi convince affatto, e se m’affido al «vento leggero» che parla «con voci di foglie», vento che apre «i germogli» e li fa «trepidare» in primavera, vento che asciuga «i panni, bianchi/ come visi di bambini», non posso per niente pensare a quell’infinito desiderio del poeta di morire che non c’è se guardo alla «morte» che auspica «serena» per lui con l’aiuto del vento, soffio leggero che non porta a immani catastrofismi, se mai – come lui dice – a «dolcezza». Sì, è vero, il poeta parla continuamente della morte, ma come riflessione sull’esistenza e sulla possibilità di riaversi un giorno in un ambito dal sorriso generoso.

Quando l’anima è fanciulla dice la verità, per cui poesia – anche quella di Toma – è verità, prima di tutto verità, verità che a volte ha l’aspetto della veggenza, avverte la catastrofe, parla di un mondo che va alla rovina. Ma perché «palazzi città auto ferrovie/ saranno dilaniati come antilopi»? Perché «il leone che è in noi/ ruggirà in maniera mai sentita/ sbranando uomini e donne/ bambini invecchiati/ e vecchi arroganti/ malati di dominio», dice Toma. Ma «arriverà la pace/ il silenzio mosso/ da un incanto divino…» e più «non avremo bisogno di mangiare/ respireremo il vento/ aria neve gelsi/ il selvatico che è in noi/ prevarrà./ La verità/ arriverà»/, dice ancora. Leggi Ultima Voce e trovi questo come ultima sua verità.

Salvatore piacque alla Corti che lo esaltò nel Canzoniere della morte, ma stando ai versi dell’ultima voce, di morte non si tratta, anzi di vita, è il mio parere. Sì, «la verità arriverà», dice il poeta. Sì, in tal senso Toma è perentorio. La verità arriverà, ne son convinto anch’io. Nella solitudine degli astri non credo, ma nell’universo gaio è scintillante sì, perché «il selvatico che è in noi», il genuino, il non violento, l’umano smisuratamente umano, l’anima fanciulla, di cui dice Tafuri, sicuramente «prevarrà».

La sospirata estate è nei versi di Toma, nel suo Canzonire «della vita», come io lo chiamo e non della morte, perché respireremo «aria neve gelsi», dice il poeta, la purezza, il nitido meraviglioso, la dolce nuova vita.

«Ho nostalgia delle tue carezze/ ho voglia della tua voce/ è musica vibrante per le mie orecchie./ Forse questo è l’amore»[2]. È di Adi-Gheda il poeta che scrive, di una terra povera che ama il progresso, la libertà, il sorriso. Ma «la libertà ha sempre paladini/ che trovano i suoi assassini/ i quali, commiserando i propri fini/ si condannano con le proprie mani»[3]. «Estirpare questo sentimento…/ è rimuovere un macigno/ che degrada l’uomo/ e fa nemico dell’uno l’altro», è «l’inquinante psicologico», «arma di sfruttamento»[4], di cui dice il poeta. Per questo forse mi colpì Pagano per il quale «fra i merli si svilisce una perfidia/ solenne di corazze e membra lacere,/ un’ormai rugginosa scimitarra»[5]. Sì, «forse sul ceppo, in desueti abbagli,/ questo sangue vivente/ c’irrora/ sgorgò in delirio…»[6]. «Oh dammi,/ schermo di calma, il tuo silenzio attonito,/ la tua bandiera d’impeti e di drammi,/ oh dammi/ l’anima intirizzita/ che svoglia la tua vita!…/ Ed è maceria anche l’età, la storia/ bevuta nelle coppe sepolcrali,/ l’immagine illusoria/ del cuore…/ Non lotto, esisto. Il vento/ parla di me, scatena/ il mio triste episodio nel tormento/ che mi costringe il nulla in ogni vena»[7].

Questo è Pagano, ma non solo questo. Il suo animo distrutto da un idillio strano, non facile a definirsi, scatena in me immagini non certo deludenti, ma sicuramente intrise di gioia misteriosa, cioè inafferrabile nella bellezza del verso che non può non suscitare sollievo. Sì, pur nella sofferenza il sollievo appare per dettare al cuore arcani desideri, che l’oblio dipinge nell’anima e vede «noi, aggrappati al leccio degli inermi…/ crocifissi/ agli sperperi d’oro, quali squarci…»[8].

Nell’orto degli spasimi, come talvolta dico, «dove la morte è vita che non muore/ ed io ne tento invano il limitare,/ dove tu sei dov’io non sono, dove/ siamo e non siamo»[9], è la vistosa realtà d’un essere non pago di sé che crolla a volte nella terribile angoscia per uscirne comunque vittorioso. Ma all’apparir del vero, è il buio che «ci celebra», che «c’ingoia», dice il poeta, «il baratro dei vili,/ questo pozzo di schianti ove la morte/ è lo spettro/ che sgretola le assorte figure, le segrete/ forme d’un’altra quiete»[10] . O «mia terra…/ bianca con i bagliori/ delle piazze ferite, ove una folla…/ crolla…/ nelle sue stesse gole!»[11]. «Le pareti/ della mia stanza fuse con il cielo!»[12].

Ma «dormire è come morire e vivere un’altra vita». Sì, «rivedo con nostalgia quel cespuglio di/ violaciocche che seminai e curai…», sì, «non avevo una meta, non una sosta,/ neppure un arrivo, ma ero felice!», dice Teresa Brandi. In Momenti di vita vissuta l’Autrice sprigiona un sogno divenuto realtà, di realizzare un libro da donare agli altri nell’amore che possedeva come realtà silenziosa, ma viva. La conobbi infatti in questo stato e così mi va di ricordarla sempre. È da anni che non c’è più, ma mai la dimentico per la sua bontà.

«Quando morirò/ io mi sentirò bene lo stesso», dice Toma, perché morire è «vivere un’altra vita», dice Brandi, perciò «se vuoi partire/ andare lontano/ pensa alla morte/ dalle la mano/ e lei/ lei furba/ lei ti dirà di no», dice Toma.

Vado ancora avanti in questa mia – spero gradita – modesta disamina dal sapore talvolta pessimistico della vita, per dire un po’, alla maniera del critico che ama lo spasimo, di Nella Piccinno, di Comi e Bodini. Di Bodini perché? Se mi è piaciuto Pagano, può adesso – meglio riflettendo – nel riesame dei versi non piacermi Bodini?, son quasi sulla stessa onda poetica in certo modo coinvolgente e accattivante anche. Eppur più volte dissi, sostenni che  la poesia di Bodini non fosse buona, lo dissi a Tina Cesari e non solo a lei. Mi sbagliai? Forse. Non era gradita ai miei gusti per quell’eccesso di aggressività alla vita che a volte dimostrava. Ma a pensarci… cancello dalla mia mente «la luce è un’altra bestia sulle case» – verso suo che m’intristisce un po’ – e vado oltre per ammansir questo spirito che a volte mi rugge. Foscolo perdonami e anche tu Vittorio non disprezzarmi, com’io feci di te.

«Dai rami delle foglie/ tra il rosmarino odoroso/ e i cespugli dell’erica/ perseguiva la goccia di rugiada/ il refrigerio/ la vita a cui rinnovarsi». Son versi che invitano a nuova vita e son di Toma. Sì, «arriverà la vita,/ arriverà/ arriveranno le grandi cime/ mosse dal vento/ l’azzurro dei fiumi/ e la neve/ e i giorni senza peccato…/ arriverà…/ l’anima ideale…/ e  la vita…/ arriverà la gioia di vivere», dice il poeta. «Piovve quella notte/ piovve gelido argento/ che mi cambiò la vita»[13]. Sì, «m’innamorai della pioggia/ perché cantava i tuoi silenzi». Son versi di Nella Piccinno, poeta sorridente ma non troppo se è vero che per lei «il tempo spoglia la vita/ dei colori caldi/ e spegnendosi va/ la voglia di sognare», perché «mi sorprendo a morire – dice – ricordando i tuoi occhi…/ la luce/ che ancora mi manca». Ma tu «mi troverai dove cala la luna/ sotto un cielo/ che non ha mare per specchiarsi». Eppur «mi sono nutrita di pane/ condito di sogni».

Meraviglia delle meraviglie, c’è anima nella poesia di Nella, anima per davvero!

«Non esiste oggetto che non possa divenire oggetto di poesia, perfino di fascinosa poesia – dice Nicola De Donno –, tutto dipende dai valori formali: senza dubbio non può esistere seriamente poesia priva di contenuti di pensieri, vuota di messaggi concreti, siano sentimenti o siano fatti, ma ciò che rende poetico il messaggio, che gli conferisce suggestione estetica, è la intensità, la limpidità, musicalità, originalità della forma, lo stile in una parola. Questa mia convinzione è di fonte vichiana.  Da Giambattista Vico ci viene l’illuminazione che la fantasia crea le lingue, l’inizio della comunicazione umana, attraverso “l’universale fantastico”: l’immagine concreta, cioè, di oggetti singoli usata ad esprimere l’astratto concettuale della specie che li contiene. Sta qui – continua De Donno – la radice del linguaggio fantastico, elemento formale, non contenutistico, ma neppur cancellante i contenuti, senza cui non può esistere comunicazione (stile) poetica»[14].

«Sono quieta ad attendere/ sotto l’albero dai rami spinosi…/ avari di lacrime sono i miei occhi». Linguaggio fantastico, è vero, perché fantastica è lei, Nella Piccino, che ha voglia di creare meraviglie. Luminosità eterea – io dico – dolce riso nei versi dall’amore filosofico, che è conoscenza dell’anima nell’umiltà di un essere che per Nella è il «regno dell’operoso silenzio chiamato bontà». Questo nelle pagine del poeta che amava «il volo di semplici allegre creature/ riunite in una vita sola» quando «la fatica degli anni trovava nelle ali un riposo e forse un presagio»: «il tuo volto», « pianeta intatto/ della verde vita»[15].

Mi giunsero anche del Bodini versi di fuoco per cui li ricordo col sapore dell’amabile bontà dei fanciulli per meglio mirarli nelle loro sfaccettature spesso esasperate, magari anche fitte d’ardore filosofico nei preziosismi di un mondo frantumato nei riflessi dell’oblio. Ma Bodini anche in questo m’affascina, nei suoi disadorni cieli spenti, pallide comete blu furibonde come ombre erranti negli anni avviliti nei boschi di fumo, svelate nel gelo della notte. «Qui la pietra scolpita si riposa/ su fisse onde calcaree e senza vele,/ in se stessa incagliata, altro non osa/ che tramutarsi in un astro crudele», disse Pagano. Metamorfosi della natura nei viali del filosofico divenire non certo eracliteo che mi spinge a guardare – non so perché – in Bodini quel «mazzetto/ di balconi e di capre/ di calce azzurra,/ e per cielo, lattuga erba cedrina,/ il verde cielo d’una tartaruga/ nell’orto dell’adolescenza,/ dove fanciulle arrossivano». Anche qui è metamorfosi? Mi sa di sì, ma di altro genere, anche perché «nel cielo  è figurata ogni parvenza/ d’unione fra le cose disparate/ di questo perso fondo» «dove giaccio» «senza la passione» del vivere, mi sa che voglia dire. Per cui «vattene, cielo, vattene:/ voltati dall’altra parte», dice ancora.

«Se fossi un uomo», «se fossi un uomo/ sarei un bel fiume sereno,/ verde smeraldo e unanime/ correndo in un solo senso/ trascinerei con me le rive mie coperte/ di rami senza spine…». «Allora sì, avrei bisogno/ d’un cielo azzurro come questo». Solo se fossi «un uomo». Vedo qui un attacco – e a buon motivo – alle gorgoglianti passioni nel suo mondo accese di spasimi che annullano taciturni silenzi, desideri di lucciole bianche nei cieli spenti del delirio disumano. Ma tu «dammi i tuoi fiori selvatici…/ nell’oro del mattino…/ un grido e una vela…».

E poi la luna «si commuta col basilico e ad ogni grido le bambine vi aggiungono una foglia, o con l’allodola che vola “con tutto il cielo in gola”. Lingua di fuoco pallido e sapore/ di mela era sul viso della piazza/ la luna»[16].

Secondo Macrì, la poesia di Bodini potrebbe essere «nel rapporto tra uno dei simboli maggiori, la “pietra”, e le quattro radici della poesia (la dimora vitale, lo spirito sacro, la metamorfosi e la scrittura), rispettivamente incarnate in “Versilia”, “cani… spettri sublimi… mobile stellato… tesoro…”; “forse ribrillerà”»[17]: «Bevo in compagnia l’arguto avorio acidulo/ mentre in basso s’invetrina/ il mobile stellato della costa notturna/ il notturno tesoro della Versilia versiera…/ Un ciottolo di marmo del Malbacco…/ forse ribrillerà/ nella gabbia perduta del mio petto». Ne vien fuori un Bodini insoddisfatto della vita, che soffre anche per gli altri. Il Sud – dice – «non ha fiumi né angeli» ma «questi esili corpi/ di bimbi sulle pietre alte dei secoli», «un colombo…/ spaurito…» e «sotto la roccia» «sotterrati» uccelli.

«Ci sorprende la precocissima maturità del Nostro nel libero ed estroso possesso del verbo futurista nella prassi formulistica, elementare e funzionale-quantitativa (concretismo tipografico, metaforismo animistico-sinestetico, operazioni lessematiche aritmetiche e coagulanti, voci naturali, mostri neologistici, ecc.), nel furente comportamento trionfalistico d’attacco (la “spiritualità futurista” contro il “sentimento”, la figura magica-liberatrice del Capo in una poesia a lui dedicata) e nella teoria-scenografia dell’avventura “cosmica” (“l’immensità dell’Occhio/ adamantino dell’Universo”, il senso materico dello “spazio”). La innocente e veemente ispirazione del giovanissimo neofita ingenera – ed è quel che vale di questa preistoria poetica – saporose mistioni della pura e primordiale Apparenza della Natura con la tradizione postromantica (da Pascoli e Carducci ai Crepuscolari), ma depurata d’ogni marcescenza e cinica scaltrezza di decadentismo»[18].

Ma veniamo a Comi, la sorridente favola dell’immenso notturno categorico, figura di nobile poeta dalle fattezze lunari.

Brodskij m’affascina pure, ma esula da questo mio umilissimo lavoro per cui lo vedo solo – lo cito perché mi riporta a Bodini – «sopra i colli, fra i vuoti cieli, qui,/ fra vie che vanno solo alla foresta»  mentre «si ritira la vita da se stessa». E m’accorgo che «ogni luce nel villaggio/ si è spenta»[19]. Il poeta russo, premio Nobel 1987, è estraneo al dissenso politico «come ufficialità» è stato detto, perciò merita di essere citato anche perché è fuori delle solite poetiche di gran risalto.

Per Pasolini «la sua poesia si fonda sull’idea dell’inutilizzabilità della poesia». Anche Comi  è dello stesso parere?, pensa questo sui versi dei poeti?

Non è facile dirlo. Sappiamo che il patrimonio di famiglia risulta dilapidato a causa di attività infruttuose legate a poesia. Il fatto è però che «il poeta anela[va] solo alla perfezione armonica della sua anima e, raggiuntala [grazie  a poesia], astrae[va] in essa. In questo senso possiamo anche parlare d’un particolare misticismo comiano, depurando, s’intende, la parola da ogni significato storicamente religioso e confessionale. Qui la carne è dimenticata e lo spirito si ingigantisce arso dalle irrobustite fiamme dell’amore per la bellezza pura e dal desiderio di una perenne gioventù e primavera dell’anima. In questo desiderio si conchiude la fase poetica di Spirito d’armonia (approdo del poeta a una visione religiosa della poesia); la catarsi è completa, l’amore è d’una purezza mistica, l’estatico sogno del poeta ha legato con una sola, fulgida norma gli eventi dell’anima, quelli del creato, e quelli, infine, del Cielo»[20], come approdo al Cattolicesimo dopo un lungo periodo di intransigenza religiosa intrisa di paganesimo dilagante: «Ogni fibra di me arde e risuona/ della solarità dei tuoi riflessi/ e la mia voce interiore intona/ inni nativi e cantici sommessi».

Ermetismo puro nei versi di Comi caratterizzato da suggestivi incanti nell’ambito d’un pensiero vincolato a realtà spirituali terrestri che fanno pensare a un panteismo non sempre chiaramente dichiarato: «Peso radioso e tremante/ di un Cosmo che non s’oscura,/ anche se l’anima è sazia/ e sterile la sua avventura», dice il poeta desideroso di «respiro/ sottile dentro le corolle intatte», del «verbo tutto sole e tutto latte», del «battito selvoso delle zolle/ nell’argentea caligine dell’alba» quale «riflesso della suprema armonia regolata da leggi eterne e universali», dice Valli, per il quale l’idea della luminosità emersa nelle liriche di Comi, «congiunta a quella dell’architettura sferica, si riferisce anche, in forma oggettivale, a sentimenti e volontà; solari sono l’ansia, lo spirito, il peso, la voce dell’uomo e di Dio; esempio ulteriore della graduale oscillazione semantica e dello sforzo cui è sottoposta ogni parola, ogni idea…

È per questo che tracce di panicità sono rintracciabili nella lirica di Comi, anche quando la poesia s’è definitivamente liberata della suggestione orfica e panteistica».

Poesia e poesia soltanto era in lui in un crescendo avvenuto fuori dei toni fugaci in una metamorfosi rinvenuta «all’interno del giardino cosmico la cui primaria qualità è sempre dispensata dai profumi che esso diffonde»[21]. Perché «Il seme» «dell’essere», dice Comi, è «divino», «casto», «immortale» «nel profondo» «della terra», «igneo e gemmeo» come il fiore.

E immortale sei «tu», dice ancora, «tu» che respirando, in me generi incanto/ che mi riempie e m’illumina tutto». «Gioia di un giorno, la tua ala trema/ nella memoria» per «arricchire l’attesa del mio essere» stanco. Ma ci sei tu, «la primavera che aspettavo», l’essenza della gioventù futura». E fu proprio la dolorosa esperienza vissuta nel dramma della solitudine che lo portò a dir questo.

O rose «d’odoroso turchino», «bionde selve d’aromi radiosi», «grovigli di baci», perciò disse, quasi rifugiandosi, il suo autentico fervore creativo, in Éluard per il quale l’amore «ha bisogno/ d’amore più che l’erba di pioggia».

Per Donato Valli si può parlare per lui di una certa «suggestione orfica delle prime esperienze spirituali».

Esprimo però dubbi su questa linea che non vedo nei versi di Comi che pur non disdegna un certo nutrito simbolismo a volte edulcorato nei toni non riduttivi di autentiche suggestioni liriche nell’ambito del bello metafisico.

È originale la poetica del nostro Autore soprattutto quand’è generata  da immagini legate alla «terrestrità del suo umanesimo» che realizza a volte nel tepore di un’agonizzante solitudine dai brividi silenti.

Lontano perciò fu il poeta dell’influente avviso «dell’avanguardia futurista» – pur da alcuni sostenuto – perché quel che vedo è un Comi nella volontà di rinsavire, dopo le sofferte tappe della vita, la sua, nella «gioia di un giorno», come dice, al di là dei frenetici modelli fuori dell’orbita dei suoi occhi attenti. Virtù intellettuale – la sua – derivante dalla «materia» «in comunione con lo spirito»[22], dunque. In questa dimensione il poeta rifiuta quell’angoscioso e penoso senso di solitudine che lo aveva portato all’abbandono di tutto, per toccare la purezza d’un mondo vagheggiato nella luce del reale non certo immaginario che a volte per la ieraticità che possiede, diventa se pur per gradi, sdolcinato. Ma è la carica esplosiva che esplode – mi scuso per il bisticcio – diciamo per tratti. «Nella tua forza di fiori», «tutta brusìo di sotterra» «la mattutinità di più soli/ s’è vellutata di madreperla», potrebbe esserne d’esempio.

E se «si colorano le calde/ stagioni che musicai/ in margine alle falde/ di siti più vivi che mai/ d’avermi – poeta – ospitato/ nel loro fiorifero strato», «fatale posa/ di rosai che s’accendono invano/ per un arcano richiamo/ della prima gioia desiderosa…» di che «se l’eloquente veemenza/ del nativo clima non vìola/ il cristallo delle parole/ che mutamente “si” pensa»? Potrebbe qui il poeta avere a che fare con le rose di Saffo o addirittura con la corona di fiori per Meleagro. Trovo l’Arcadia in lui, la terra dei pascoli, dei boschi, dei torrenti, la terra che ospitò Anite, Alcmane, Alceo e non certo – la struttura dell’opera sua – coinvolta nell’orfismo d’altri tempi. Poi incontri, se vuoi, nell’ormai pacata anima del poeta salentino, «cristalli di luce varia» che «spaccano l’ozio dei suoli/ per fecondarlo di voli/ di cantici, d’armonie d’aria,/ perché l’ansia del dire/ s’incanti nelle matrici/ rocciose delle radici/ e nel loro sordo fiorire» in un coacervo però fatto bene, direi, di parole amiche del tempo, insomma «di voleri e d’abbandoni», come dice, nelle sue «fratture» «di risonanze sottili di cieli».

Il filosofico sapere nella realtà del magnifico verso ha toccato in Comi l’apice della purezza poetica in cui pensiero e poesia «spingono ad amare in modo bello»[23] colorando «le calde stagioni» di cerchi azzurri nel «denso intreccio del sangue» dove gli è «compagna», dice il poeta, una «buia bellezza» nelle «ali delle fiamme alte». Ed è qui «la freschezza d’un cielo sorgivo», «coro di ghirlande», per cui «non c’è/ che il conforto d’una parola/ che stride e non canta…/ c’è la cupa sostanza», «la viva memoria» «arcano richiamo/ della prima gioia desiderosa» d’un «respiro» fuori dal buio. «Si tratta – dice Valli – di versi composti con estremo rigore, particolarmente densi di significato e di bellezza ed ubbidienti ad una interiore necessità» direi evolutiva in un «inno giovane di remota fiamma» «che nel finito adora l’infinito».

Questo è l’ultimo Comi nella sua completa aspirazione «a un riposo aureo» che «sia pienezza corale e radiante…/ sviluppo di volumi di luce

 


[1] M. Corti (a cura di), Salvatore Toma, Canzoniere della morte, Einaudi, Torino 1999, p. IX.

[2] G. Raggente, Coccolami piano piano, in Lamento d’un cuore. Poesie e pensieri, Editrice Cristallo, Casale sul Sile (Tv) 1995, p. 35.

[3] Inno alla libertà, p. 29 di Lamento d’un cuore.

[4] Ballata col razzismo, p. 14 di Lamento d’un cuore.

[5] V. Pagano, in Mia terra, mia bontà.

[6] V. Pagano, Sestine.

[7] Mia terra, mia bontà, cit.

[8] Cfr. Sestine, cit.

[9] Cfr. Porto Cesareo.

[10] Cfr. Seconda ipotesi.

[11] Mia terra, mia bontà, cit.

[12] Cfr. Elegia minore.

[13] N. Piccinno, Scende amara la sera, Grafiche Panico, Galatina 1999.

[14] N. De Donno, in N. Piccinno, Scende amara la sera, cit., p. 9.

[15] C. Giannetto, in L’azzurra storia del fiore di montagna, Editrice Coop. Lario Comunicazioni, Como 1990. Come si può notare, c’è nel saggio sapore di versi non salentini che però propongo per la loro sincerità emotiva. Sono degli anni in cui a Milano dedicavo parte dei miei giorni alla ricerca filosofica per cui nacquero i miei primi tentativi di far filosofia, vedi La conoscenza nel mondo greco, Il Divino spirituale, L’antica saggezza dei filosofi, L’universale bellezza dell’anima creatrice, Stelle nell’Universo che mi spinsero a ritrovare nell’anima quel gusto poetico che mi giovò tanto negli anni e che ancor mi porta a sperare in un mondo diverso.

[16] O. Macrì (a cura di), Vittorio Bodini, Tutte le poesie, Besa Editrice, Nardò (Lecce) 2004, p. 34. Il verso in corsivo è di Bodini.

[17] Ivi, p. 53.

[18] Ivi, p. 20.

[19] G. Buttafava (a cura di), Josif Brodskij, Fermata nel deserto, Mondadori, Milano 1987, p. 35.

[20] D. Valli, in Girolamo Comi, Spirito d’armonia, La Finestra Editrice, Trento 1999.

[21] M. Albertazzi, in Spirito d’armonia, cit.

[22] R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 37.

[23] Platone, Convito, 212 a-c.

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