Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Chi ha paura del buio?

di Pino Refolo

Pablo Picasso, La famiglia di arlecchino«E quando ci arrabbieremo, prenderemo chilometri e chilometri di corda per fare degli enormi lazi. Li lanceremo in cielo e tireremo giù una volta per tutte le stelle e quella stupida luna. Così nessuno guardando il cielo potrà più dire: che luna, che stelle, perché non c’é poesia lassù, ma soltanto scienza, chimica…»

«Sta’ zitto» lo pregava  Lilia «perché rovini ogni cosa? Guarda questo mare nero e quelle stelle lassù: non trovi niente di poetico?»

«Niente. Mi piacerebbe veder cadere  ad uno ad uno tutti quei puntini in mare. Che tonfi farebbero».­

«Zitto, Renato, non essere assurdo»

Lilia tace, pensa di Renato che é matto, o peggio ancora che lo fa apposta, come quella volta al “Lago dei Cigni”, quando la principessa trasformata in cigno si struggeva per l’inganno perpetrato al suo amante e disperava ormai di poter vedere l’alba del giorno nuovo e il ritorno alla normalità, muovendosi su una musica dolcissima con passi delicati e movenze d’angelo.

Carlo é con Dani, hanno i piedi che toccano l’acqua e tutti e due tacciono con gli occhi fissi su una barca che si lascia dondolare dalle onde.

«Cos’hai stasera?» gli chiede Dani.

Niente, risponde Carlo, ma sa di avere un muso lungo un metro e non gli riesce di saltare cantare prendere Dani tra le braccia e fingere di gettarla in acqua, certe cose se non ti nascono dentro é inutile che tenti di farle.

La Francesca gli ha detto: smettiamola, allora, visto che hai altra compagnia. Lui le aveva risposto: come vuoi tu, ma non aveva ancora finito di dire che già si pentiva, perché in fondo quella ragazza gli piaceva davvero e non aveva nessuna idea di doverla lasciare né per Dani né per nessun’altra. Ma lei doveva capire che non ha nessuna importanza il fatto che lui esca la sera con un’altra e che non fa niente di male, ma forse ha ragione Francesca, é lui che sta sbagliando tutto…

Sergio é irrequieto. Salta come un canguro sugli scogli seguito a malapena da Dora. Cerca di raggiungere un’imbarcazione legata ad un masso. Si sporge sul mare ed effettua un piccolo salto che al buio diventa un po’ arduo. Ci riesce e tende le mani per aiutare Dora a raggiungerlo. Siedono su una panca e Sergio cinge con un braccio le spalle di Dora. Lui dice che é un posto bellissimo e che di giorno sarà meraviglioso: dovrà venire quaggiù una volta o l’altra per dipingerlo. Dora gli chiede quale sarà il tono dei colori e lui risponde vivace; interviene Dora, la mia presenza ti rende allegro e ti fa vedere le cose piene di luce. Fosse per questo, replica Sergio, dovrei usare un solo colore, il grigio opaco.

Nasce una baruffa e Dora copre di pugni  il volto, il torace, i fianchi di Sergio che dice: ora basta, e quella continua, basta, ripete Sergio, mi stai rompendo, ma Dora non sente e i suoi pugni raggiungono deboli e maliziosi il bersaglio. Lui comincia a gridare: aiuto,  mi  sfianca,  mi  sfianca  grida  sempre più forte e Renato da lontano grida anche lui verso Sergio e verso Dora: so io cos’é che ti ha sfiancato.

Ѐ tornato d’un tratto il silenzio e la voce suadente di Dora ora chiama dolcemente Renato. Ti prego, Renato, vieni qui con noi sulla barca, vieni Renato e raccontaci cos’é che  sfianca il nostro caro Sergio. Col volto nascosto nel buio, Sergio dice che no, non é quello che lo sfianca perché lo rigenera come se bevesse un rabarbaro. Dora insiste e vuole sapere, minaccia dolcemente vendetta a Renato, che dice: non so, non so di preciso ma sembra di stare sdraiato sulle stoppie stanco. Con qualcuna accanto magari anche di più, aggiunge Dora e vuole sapere chi é e quando e dove. Sergio intuisce il pericolo e dice che gliela farà conoscere, finge di lamentarsi per le mille lire che ha speso per quella lì… Dora dice: porco e non si capisce se é arrabbiata o no, solo continua a parlare di stoppie e che é più comodo un bel letto: ti affatichi meno e poi tu, Sergio, non é che sei tanto giovane da permetterti  certe ragazzate!

Ma se ho solo trent’anni, grida Sergio, e son pieno di masse, virile, maschio come nessuno, che dici tu che non mi posso  permettere certe ragazzate? Mi sento un buon vino che invecchiando  migliora e mentre grida Sergio vuol far vedere la verità delle sue parole. Sale sul bordo della barca e come un equilibrista vi cammina sopra, se sta per cadere dà un colpo di reni per mantenersi all’interno anziché finire in acqua, grida: guardate che riflessi pronti, che scatto di reni, trent’anni!

Renato Dani Carlo e Lilia, si son portati tutti sul ciglio dello scoglio, guardano Sergio bilanciarsi con goffa maestria sull’asse di legno e aspettano che cada in acqua per battere le mani: visto?, te lo avevamo detto.

Non succede niente, Sergio si stanca e smette, tutti montano sulla barca. Renato si stringe a Lilia, Carlo a Dani, intonano con voce da cani arrabbiati, una canzonetta che il mare di malavoglia raccoglie: Maria Rosa ha la sbornia amorosa.

Renato stai zitto ché stoni, dice Dani, me ne impipo, risponde Renato, poi si ferma e sussurra a Lilia: sei tu Maria Rosa? e lei fa: no, proprio no, io sono astemia.

Ma non é vero perché lui l’ha vista una sera prendere la balla e diventare poi tutta latte e miele, quella sera in quel posto sul mare quando aveva visto del vino e Lilia aveva detto: voglio prendermi una bella balla.

L’idea era piaciuta a tutti, tutti volevano vedere cosa avrebbe fatto Lilia ubriaca, Renato cominciò a versare del vino nel bicchiere di lei, lei beveva, i suoi occhi si arrossavano, diventavano piccoli piccoli da non vedersi. Basta, diceva e rideva guardando in volto Sergio, Carlo, Dani, Renato, Dora, a tutti rideva con gli occhi smorti e l’aria di chiedere scusa per qualcosa.

Cominciava a far freddo stando fermi seduti sulle assi umide della barca; dal mare una massa di aria liquida veniva a posarsi sulle loro spalle, brividi correvano lungo la schiena.

All’orizzonte la luce di poche lampare dava immagini di uomini coperti da enormi cappotti e maglie di lana, chini sull’acqua col naso dentro un barattolo di vetro a scrutare il fondo marino.  Il resto era una massa nera che ti rimpiccolisce e ti fa stare zitto, quasi timoroso di ogni pur minimo rumore che la fantasia ingigantisce e concretizza in pericoli immani.

Attimi di assurda paura che spingono Sergio ad ostentare una sicurezza che pure gli manca, a stringere il suo braccio più fortemente intorno a Dora, che come cagna si accoccola sul corpo dell’uomo per riceverne protezione. Poi solleva la testa e le sue labbra si aprono a sorriso quando incontra lo sguardo dell’amico.

Così Dani, con la sua forza rabbiosa  stringe le mani di Carlo, le sue dita, quasi volesse romperle. I due corpi si accostano per difendersi dal freddo incipiente e le mani di Dani stringono sempre quelle di Carlo, come a dire: ti tengo, non puoi sfuggirmi, ti fermerei con la mia rabbia.

Non c’é rabbia nell’abbraccio di Renato e di Lilia che si duole perché non c’é luna, trova quel posto, che incute paura, vigliacco, si stringe a Renato tremante, anche lei come le altre, incapace di dire qualcosa.

Rimangono stretti così e sperano che non sia soltanto paura di rimanere soli nel buio.

L’Acquaviva è una piccola baia nascosta dalla strada, bisogna scendere giù per un centinaio di metri e forse più, poi d’un tratto ti trovi in un’insenatura piccolissima, circondata da un’alta scogliera che si inabissa sul mare. L’acqua là é fredda, percorsa com’é da mille piccole polle di acqua dolce.

Il posto era buio, con una sola piccola lampada appesa sulla porta di un casotto isolato in mezzo a quei sassi, dove si poteva leggere una scritta “Hostaria” tremante ed incerta.

Posarono il giradischi su uno spiazzo, Carlo e Dani cominciarono a ballare, Sergio e Dora sedettero per terra senza comunicare: guardavano verso il mare.

Presto Sergio fu in piedi, cominciò a scalare la ripida parete alla sua destra. Attento, nel buio, si muoveva a piccoli passi, prima tastando il terreno poi poggiando con sicurezza il piede.

Scomparve per pochi minuti inghiottito dal buio e dai massi sovrastanti, quando riapparve era al di là del muro, in basso, sul mare, che montava una barca legata ad un sasso.

Ora Sergio ha allentato la corda e si lascia portare dalla breve corrente, é in piedi al centro della barca e guarda verso il mare. Pensa a ciò che può esserci dopo l’enorme macchia, i paesi, gli uomini, le donne, gli animali, la vita diversa da quella sua, di Carlo e di Renato. Si sente Ulisse che navighi per mari sconosciuti, le sue braccia istintivamente si piegano verso i remi, il corpo rimane dritto ed assente, dominato da una volontà non sua che lo fa rimanere inerte e fermo, passivo. É come diviso in due. Le braccia vogliono scendere giù giù sino ai remi per stringerli e muoverli verso la macchia nera laggiù, verso mondi sconosciuti. Il corpo dice: no, non farlo, non devi farlo, non puoi abbandonare dietro di te una vita che hai vissuto e che ti appartiene; non puoi abbandonare Dora che ti aspetta sulla riva e prega dio perché tu ritorni; non puoi fare questo.

Invece si, dicono le braccia, devi farlo ora o mai più; devi liberarti di un mondo angusto che reprime ogni tuo tentativo di evasione, che ti fa sentire vecchio, impotente, incerto; che aspetti dunque? cos’é che ti ferma?; la tua Dora, gli amici non possono fermarti, non valgono il sacrificio che ti chiedono…

Che strano questo silenzio stasera. Il dondolio ti porta lontano e t’incanta. E quelle stelle, che fanno quelle stelle lassù? Sotto di me c’é vita silenziosa di pesci che io non vedo e non sento, ma ci sono, lo so, milioni di vite che si muovono e che io non conosco, così come non conosco gli spazi immensi e le profondità terrestri. Che cosa conosco? Nemmeno Dora… Mi chiama, chissà da quanto tempo, soltanto adesso la sento e non so cosa voglia questa donna che mi porto dietro. Oh Dio, ma non é così, é lei che porta dietro me: nemmeno questo so. Non la conosco questa donna, per questo sono titubante e non so prendere nessuna decisione, gli anni cominciano a pesare, lei lo sa perché lei si che mi conosce. Debbo scappare lontano da lei, perché é più forte, conosce più cose, io non so di lei, non so. Allora mi rintano come bestia ferita e lei che sa mi tende la mano, mi mette fuori, vieni non aver paura, non ti faccio del male…

Sergio, grida Dora, Sergio torna.

E Sergio torna, le siede accanto nel buio e la abbraccia. La stringe forte a sé: nessuno dei due ha mai avuto paura di restare solo nel buio.

1 pensiero su “Chi ha paura del buio?”

  1. Spettacolare… grazie Pino. “…devi liberarti di un mondo angusto che reprime ogni tuo tentativo di evasione, che ti fa sentire vecchio, impotente, incerto; che aspetti dunque?”.
    E’ vero bisogna liberarsi dal buio per scoprire sempre l’alba di un nuovo giorno che spinge all’incontro tra Dora e Sergio e riabbracciarsi.

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