Racconti, Scrittori salentini

Meritocrazia

di Mimì Mastria

Concorsi pubblici in digitale: così la PA garantisce trasparenza,  imparzialità e tutela dei diritti | Agenda Digitale 

Ferdinando Russo era un giovane uomo di trentacinque anni quando si era sposato con Assunta e nel giro di quattro anni la coppia aveva avuto due bambini. Di famiglia contadina, aveva fatto solo la quinta elementare e sin da ragazzo aveva aiutato il padre a lavorare in campagna e a vendere al mercato la verdura. Quando aveva un po’ di tempo libero, soprattutto la sera, andava a lavorare in qualche pizzeria a fare il cameriere. Insomma, un bravo giovane ma con scarsa cultura. Con l’arrivo dei figli alla fine degli anni ’80 le necessità familiari erano diventate più significative e avvertiva il bisogno di offrire maggiori sostanze rispetto a ciò che riusciva a portare a casa. Il marito di sua sorella Marisa, ragioniere, era diventato un impiegato del comune in un piccolo centro alle porte di Milano e più volte gli aveva detto di trasferirsi con tutta la famiglia anziché lavorare come un somaro dalla mattina alla sera per quattro soldi. Lasciare il paese era per lui una sofferenza, ma alla fine le insistenze anche della sorella ebbero la meglio e Ferdinando raggiunse la provincia del Nord. Il cognato gli aveva trovato un posto nel punto vendita di frutta e verdura in un supermercato, ma i soldi bastavano a pagare l’affitto della casa, le bollette e da mangiare. A Ferdinando sembrava che la sua vita non fosse migliorata, anzi, non poteva neanche permettersi la pizza al sabato sera con la famiglia. Suo cognato Mario gli diceva che non doveva disperarsi, in fondo anche Assunta poteva trovarsi un lavoro a mezza giornata, magari poteva andare a fare le pulizie in qualche casa privata dopo aver accompagnato i figli a scuola. Il problema più grosso era che Ferdinando aveva solo la quinta elementare, e per fare ad esempio l’usciere, in un ufficio pubblico, era necessaria la terza media. Bisognava darsi da fare, Mario pensò bene di iscrivere suo cognato alla scuola serale per la licenza media. Ferdinando frequentò a fatica, ma si sapeva, era uno studente lavoratore, era un padre di famiglia, quindi i professori erano ben disposti ad aiutarlo. E così in un anno, da privatista, ebbe la sua licenza. Mario teneva sott’occhio tutti i bandi di concorso per assicurare al cognato la possibilità del posto fisso e sicuro. Quando venne emesso un bando per due posti di guardia municipale, Ferdinando riuscì a superare il concorso, visto che a partecipare erano state solo due persone, due meridionali, lui e un calabrese, dal momento che i giovani del posto non ambivano a quel ruolo. La vita di Ferdinando e della sua famiglia cambiò, poterono comprare un piccolo appartamento col mutuo e affrontare il futuro con serenità. Ferdinando con la sua divisa incuteva rispetto e incominciava a darsi delle arie. D’estate, quando tornava al paese con i vecchi amici si vantava della grande considerazione che avevano tutti di lui, dal primo cittadino all’ultimo. Dopo alcuni anni un concorso interno gli permise di diventare vigile urbano, il paese si stava ingrandendo, la popolazione aumentava con l’arrivo di nuovi immigrati e la sicurezza diventava sempre più importante. Il suo paese d’origine invece, languiva, il lavoro scarseggiava e i ragazzi continuavano ad emigrare.

   Giorgio, il figlio di Pasquale Marino, il fabbro che aveva fatto le elementari con Ferdinando, si era laureato in legge e aveva anche una specializzazione in informatica. Un ragazzo con grandi qualità, ma anche per lui la speranza di un lavoro si realizzò a Monza. Era stato assunto in un’azienda che produceva sistemi informatici di sicurezza per aziende. Considerando che era il suo primo impiego, lo stipendio era più che adeguato per un giovane. In due anni dimostrò le sue capacità ed ebbe anche un considerevole aumento. Tutto preludeva al meglio, ma un giorno la madre Lena lo chiamò e gli comunicò che Pasquale stava male, doveva essere operato. Giorgio ottenne alcuni giorni di permesso e tornò a casa per assistere il padre. Sua madre non aveva la patente e aveva difficoltà a raggiungere l’ospedale con i pullman. Aveva un’altra figlia, Francesca, ma questa era sposata con un carabiniere e viveva in Sicilia col marito e due figli piccoli, pertanto non poteva contare su di essa. Dopo la prima settimana Pasquale sembrò riprendersi e suo figlio se ne tornò a Monza. Due mesi dopo però, la situazione incominciò a degenerare, altri ricoveri e nuove necessità. Nella vicina città un imprenditore che aveva messo su una fabbrica di scarpe aveva bisogno di un esperto di informatica e logistica e non era riuscito a trovare la persona adatta. Una nipote di Lena che lavorava come operaia nella fabbrica, riferì alla zia della possibilità che Giorgio potesse ottenere quel posto ed essere di aiuto alla madre. Lena insistette perché il figlio si presentasse ad un colloquio, ma il giovane era titubante perché non voleva perdere la sicurezza del lavoro per qualcosa di incerto, nel frattempo aveva conosciuto una ragazza con la quale già pensava di progettare un futuro insieme. Lena informò il figlio sulla situazione del padre, aveva una malattia degenerativa che non gli permetteva più di lavorare e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che non solo si occupasse di lui a casa ma anche del continuo trasporto in ospedale. Il povero ragazzo accettò di fare quel colloquio e il lavoro fu suo. Si licenziò lasciando con tristezza i suoi colleghi e la ragazza che non lo avrebbe seguito.  Il nuovo datore di lavoro, un uomo che aveva fatto prima l’operaio in Svizzera e poi con un amico aveva messo su una fabbrichetta di scarpe, gli aveva promesso uno stipendio all’altezza dei suoi compiti e gli avrebbe subito fatto un regolare contratto di lavoro. Il primo mese lo stipendio era stato appena la metà di quanto gli era stato promesso; si lamentò con l’imprenditore e questi lo rassicurò che avrebbe messo a posto tutto, contratto e stipendio. Passò il secondo mese e Giorgio prese solo qualche centinaio di euro in più. Ma niente contratto. A dire del padrone, il commercialista non si era dato da fare. Al terzo mese si presentò con un contratto a termine di un anno per poter usufruire degli incentivi statali, ma lo stipendio rimaneva quello di un apprendista. Giorgio era preoccupato sul suo futuro e il padre intanto peggiorava. Cercava di resistere per essere d’aiuto alla famiglia, ma soffriva terribilmente. Aveva quasi trent’anni e vedeva sempre più nera la sua situazione. Intanto aveva lavorato duramente e aveva informatizzato l’azienda (un simile lavoro gli sarebbe stato pagato a Monza almeno quattro volte quanto lui percepiva in un mese). Il datore di lavoro cercava di rassicurarlo, gli diceva che alla scadenza del contratto glielo avrebbe rinnovato dandogli uno stipendio superiore. I mesi passavano, Pasquale peggiorava, e la fine del contratto si avvicinava. Alla scadenza, Giorgio ricevette una lettera, la aprì e con stupore e rabbia lesse che l’azienda lo ringraziava per il lavoro svolto ma non aveva più bisogno di lui. Era licenziato. Il giovane venne preso dalla disperazione, volle parlare con il proprietario ma gli dissero che era partito per la Svizzera. Una settimana dopo al suo posto era stato assunto un giovane ragioniere con un altro contratto di apprendista. Quel delinquente si era fatto informatizzare tutta l’azienda praticamente a costo zero e poi era scappato. Bastardo e vigliacco.

   Quando annunciò alla madre di essere stato licenziato, la poverina si mise a piangere, aveva rovinato il figlio togliendogli un futuro dignitoso. Il giovane infatti le aveva proposto di pagare qualcuno per occuparsi del padre, ma Lena lo aveva fatto sentire in colpa, non poteva abbandonare il padre in quelle condizioni e Giorgio era un bravo ragazzo, con sani principi. Ora però era più che certo che niente era cambiato nel suo paese, gli imprenditori veri non esistevano, erano tutti imbroglioni e sfruttatori, e chi veniva dal basso era peggio dei vecchi padroni. Cercò di trovare qualche lavoretto, lavorò qualche mese in una fabbrica di cartoni come operaio, ma il salario era misero, malgrado ciò cercava di non far pesare la sua situazione in famiglia. Sei mesi dopo Pasquale se ne andò. Giorgio cercò di essere vicino alla madre, ma ormai doveva pensare a se stesso. Si informò presso l’azienda in cui aveva lavorato a Monza se c’era la possibilità di un lavoro, ma gli fu risposto che al momento erano al completo perché al suo posto era stato assunto un altro informatico. Spedì il suo curriculum a diverse aziende nel nord Italia, ma non ebbe risposte positive. Cercò di informarsi sulla Gazzetta Ufficiale di eventuali concorsi pubblici, sperava di poter utilizzare anche la sua laurea in legge, magari in un ufficio di qualche agenzia dello stato che gli avrebbe garantito la sicurezza di uno stipendio. Sul numero successivo finalmente trovò quello che cercava: un piccolo comune nei pressi di Milano metteva a concorso un posto per comandante dei vigili urbani, requisito necessario una laurea in legge per giovani di età inferiore a 32 anni. Il concorso era aperto ai vigili dipendenti comunali che avessero il diploma di scuola superiore e fossero entrati in servizio entro una certa data (almeno quindici anni prima dell’entrata in vigore della nuova legge). Giorgio compilò subito la sua domanda e la spedì al Comune. Le prove di selezione si sarebbero svolte entro sei mesi. Era il mese di marzo.

Anche Ferdinando sperava di andare in pensione con qualche soldo in più e certamente non poteva aspirare ad un posto di comandante. Non aveva il diploma, figuriamoci la laurea.

Ne parlò con suo cognato Mario, uomo dalle mille strategie. Era l’inizio di marzo ed era possibile ancora trovare il modo per dare un diploma a Ferdinando. Gliene parlò e l’entusiasmo si fece strada nell’animo dell’uomo. Con il diploma in tasca avrebbe fatto fessi tutti i suoi colleghi.

Mario parlò con un preside e questi gli consigliò di iscrivere Ferdinando come privatista in un istituto professionale dove i commissari d’esame non sarebbero stati troppo esigenti, vedendo un uomo di cinquantacinque anni che si accostava ad un esame di stato. Era naturale che un uomo di quell’età e padre di famiglia lo facesse solo per garantirsi una maggiore sicurezza. In fondo non avrebbe tolto il posto a nessuno. Il preside avrebbe detto che si trattava solo di un piccolo scatto di stipendio prima di andare in pensione. Lo stipendio del comandante dei vigili era invece di gran lunga superiore a quello che Ferdinando prendeva. Ed era praticamente certo di farcela perché aveva saputo che era arrivata solo una domanda per il concorso. Il diploma e gli anni di servizio gli avrebbero spianato la strada.

   Cercò di preparare un programma minimo con l’aiuto di un ex professore di quell’istituto, ma ad una certa età non era facile accostarsi ai libri, cosa che del resto non aveva mai fatto, neanche quando aveva frequentato la scuola serale per la licenza media. Doveva prima sostenere gli esami per ottenere la qualifica professionale del terzo anno come tornitore e poi avrebbe affrontato l’esame di stato.

   A metà giugno Ferdinando si sedette al banco di scuola per fare le prove scritte. Poi una prova pratica: un lavoretto al tornio in laboratorio (si era esercitato parecchio, almeno in questo) e poi un argomento “a piacere” per le materie nelle prove orali.

   La docente di Inglese era la sorella di una impiegata del Comune, e più volte aveva dovuto subire l’arroganza di Ferdinando che oramai, essendo il più vecchio dei vigili, si riteneva il capo supremo e le aveva appioppato diverse multe alle quali la stessa non si era potuta sottrarre, vista l’incorruttibilità del vigile! La professoressa d’inglese aveva avvertito la sorella che quello stronzo si stava presentando come privatista per avere il diploma. L’impiegata che sapeva bene che Ferdinando aveva appena la terza media serale e sospettava che ambisse a diventare comandante, sentì scatenarsi nel corpo un tale livore perché quell’uomo avrebbe tolto la possibilità ad un giovane con tutti i requisiti, di potersi realizzare nel lavoro. Era certa che Ferdinando non sarebbe andato in pensione come sosteneva da tempo, ma si sarebbe goduto lo stipendio per almeno una decina di anni. Era diventato un uomo avido, la sua incorruttibilità era solo nei confronti dei poveri disgraziati, per lui invece, tutto era consentito.

   Ferdinando, tra l’altro, aveva scoperto che a contendergli il posto di comandate era il figlio del suo vecchio compagno di scuola Pasquale. Quando si dice la combinazione! Proprio lì doveva andare a rompere le scatole Giorgio? E lui, poteva farsi mettere i piedi in testa da un pivello? Quel pezzo di carta della laurea lo poteva usare come carta igienica perché di codice della strada non ne sapeva proprio. Lui il codice lo aveva imparato in vent’anni sulla strada! Glielo avrebbe messo in quel posto a Giorgio.

  Le prove scritte per la qualifica erano state insufficienti, ma anche molti ragazzi non avevano combinato granchè. Il problema poteva scaturire dagli orali, sapeva solo un argomento negli aspetti essenziali per ogni materia. E se a qualche deficiente di commissario gli venisse l’idea di fare qualche domanda in più cosa avrebbe risposto? Mah, comunque era raccomandato dal Preside, anche se non avesse risposto non c’era da preoccuparsi.

   Al momento della riunione per procedere all’esame orale, la professoressa d’inglese volle informare i suoi colleghi che il signor Ferdinando Russo voleva usurpare un posto a cui non aveva diritto. Spiegò ai colleghi che il suo curriculum scolastico era di fatto inesistente e con quel pezzo di carta avrebbe tolto il posto a un giovane con la laurea. I suoi colleghi furono messi di fronte ad una decisione difficile: aiutare un uomo ambizioso e senza cultura o dare una possibilità ad un giovane? E come avrebbe reagito il Preside? Potevano essere conniventi in una situazione di pura corruzione? Decisero di trovare una via di mezzo.

   Ferdinando sostenne le prove orali per la qualifica. Gli chiesero solo l’argomento a piacere.

   Ferdinando fu promosso e poteva accedere alla prova di privatista agli esami di Stato.

   Ancora una volta le prove scritte furono insufficienti. Ma lui non disperava. Ormai era certo di avere il diploma in tasca.

   La prova orale d’inglese fu un disastro, in matematica non sapeva cosa fosse un asse cartesiano, in italiano con conosceva “La coscienza di Zeno”. Ma questi deficienti di professori, non sapevano che lui non aveva alcuna conoscenza di letteratura o di matematica o di meccanica? A proposito di coscienza, loro, ne avevano una? altro che Zeno, chi era questo stramaledetto Zeno? Che minchia gliene fregava a lui della sua coscienza?

   Malgrado tutto non disperava.

   La professoressa d’inglese per convincere i suoi colleghi a bocciare Ferdinando aveva fatto loro questo discorso: Carissimi colleghi, quest’uomo di fatto non ha nessuna cultura, ha solo una divisa, quando Noi gli avremo regalato il diploma, Noi che ci siamo fatti il mazzo per studiare, per fare concorsi su concorsi, che nessuno ci ha dato niente e abbiamo dovuto fare anni di precariato, domani, dico, domani, ci troveremo di fronte quest’uomo che sol perché ha una divisa potrà permettersi non solo di farci una multa, ma nessuno di noi potrà contraddirlo, sarà offesa a pubblico ufficiale, figuriamoci ad un comandante dei vigili, noi dinanzi a lui saremo il Nulla. Possiamo ancora permettere che simili persone possano avere un tale potere? Se ci pieghiamo a quest’uomo saremo Noi, dico Noi, a permettergli di avere uno stipendio che Noi potremo solo sognarcelo alla fine della nostra carriera.

  E tutti i suoi colleghi concordarono che ciò non era possibile. E Ferdinando fu bocciato.

  Spiegarono al preside che non potevano dargli il diploma, doveva contentarsi di una qualifica. Avrebbe ritentato, se lo avesse voluto, l’anno successivo, avrebbe studiato solo per l’ultimo anno.

  E a prenderlo in quel posto fu lui, Ferdinando.

  E Giorgio divenne il comandante dei vigili urbani.

  (Ogni riferimento a persone e fatti è puramente … reale.)

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