Cultura salentina, Recensioni

Fuori dal sogno: Dino Licci

di Rocco Aldo Corina

FUORI DAL SOGNO

Dino Licci, un poeta, uno scrittore, uno studioso della meccanica quantistica. Si è soffermato su Glashow, Salam e Weinberg, premi Nobel, naturalmente, che elaborarono la Teoria Elettrodebole, «una teoria dei campi – dice – che si può considerare un’estensione della teoria di Maxwell sull’elettricità e magnetismo e che spiegava anche la trasformazione dei protoni in neutroni e viceversa, il funzionamento delle armi nucleari e l’attività del sole»(1). Non ha tralasciato Dirac che ha detto dell’Antimateria, ne è stato lo scopritore, Carl David Anderson, quello dei positroni nei raggi cosmici e altri quali Schwinger, Feynman a proposito della Teoria dei campi o Elettrodinamica quantistica, senza dimenticare Heisemberg di cui alla Meccanica delle matrici che «validava matematicamente le idee di Bohr»(2) e al Principio di indeterminazione Maxwell e Einstein che «dimostrò l’Effetto fotoelettrico e cioè il fatto che, quando un fotone colpisce un metallo, quest’ultimo emettere elettroni che avranno la stessa energia del fotone che li ha colpiti, diminuita del costo di estrazione del metallo»(3).

Licci si è anche interessato dei geni contemporanei, di Gamow, lo scienziato russo per il quale «se l’Universo, andando indietro nel tempo diventava sempre più piccolo, allora la sua pressione e la sua temperatura dovevano essere erroneamente alte e quindi ipotizzò l’esistenza di una Radiazione cosmica di fondo che non riuscì a trovare personalmente ma che fu scoperta poi quasi per caso da Penzias e Wilson, due scienziati che per questa casuale scoperta, furono insigniti del premio Nobel nel 1978»(4).

Licci è anche uno studioso di Storia, di Filosofia, di Letteratura e in ogni campo da lui indagato c’è del nuovo. Molti sono i suoi contributi innovativi, significativi di progresso e notevoli per il cambiamento, motivo per gli altri di approfondimento per una sempre più vasta conoscenza della realtà a vantaggio di tutti.

«Parlo ancora una volta – dice Licci – della Relatività di Einstein e della Meccanica quantistica. La prima ci dimostra che i concetti di spazio e di tempo non possono essere assoluti ma solo relativi e già questo ci sconcerta perché possono essere assimilati al nostro odorato o al nostro udito come percezioni sensoriali relative. La seconda – continua Licci – distrugge il concetto di Laplace sul Determinismo scientifico con il Principio di indeterminazione di Heisemberg e le varie teorie probabilistiche ad essa connesse»(5).

Licci ha pur scritto romanzi il cui effetto educativo riporta all’antico, da me tanto amato e sostenuto, nell’ambito delle poesie d’amore di catulliana memoria e della filosofia kantiana, e poi anche alla mitologia.

«Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,/ o Lesbia,/ e per me di non volere l’abbraccio di Giove./ Allora ti amai, non solo come il volgo l’amante, ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi»(6). Un «amore» – dice Dino – come «cocente passione» che «passerà attraverso le fasi del dissidio e della delusione, per sfociare nell’angosciosa e drammatica fase della disperazione e dell’abbandono totale»(7).

Compaiono talvolta, negli scritti di Licci, momenti che di sicuro lo riguardano, che dicono di sé pur nella mancata voglia dell’Autore di dire di sé. Non credo – dice – che «interessino [a qualcuno] i particolari della mia vita presa nella sua quotidianità, sentirmi elencare la sequenza dei miei dolori. Basti sapere che ne ho accumulato tanti, da essere diventato un solitario che ama rifugiarsi nelle Chiese deserte pur non essendo credente e vivere con un’etica che mi accosta ad un grande filosofo illuminista: Emanuele Kant»(8) per il suo imperativo categorico.

Ma per Licci è Venere che affascina di più l’uomo, per «quegli occhi rilucenti di lacrime, il suo genuino dolore, i suoi rimpianti, tutta la tenerezza che ella suscitava»(9). In una poesia racconto Dino mette in pratica le sue emozioni, ma «più che il dolor potè il digiuno», disse, «citando Dante tra i singhiozzi»(10), perché «all’improvviso» per qualcuno – e ciò è detto nel romanzo – ebbe inizio una dura vita «senza sostentamenti, senza casa, senza niente»(11).

Solo un sogno poteva dar sollievo all’uomo sofferente, un sogno «tra tante ombre ondeggianti: nuda [era lei] tra i gorghi di un ruscello, solo le gambe erano coperte dalle acque e lei pettinava i suoi lunghi capelli mentre un fauno contornato da ninfe danzanti suonava un flauto seduto ai bordi della riva. Si svegliò sudato, affannato, turbato. Tentò di rientrare nel sogno, cercò di riaddormentarsi per riprendere, nella favola, il posto privilegiato di un invisibile spettatore e ripeté più volte a sé stesso: Venere, Venere, Venere»(12).

Era lei la Venere piangente di cui dice Licci nel suo romanzo?, o fors’era in quel caso la Venere d’un tempo ancor da tutti desiderata e amata per amor di bellezza? Una cosa è certa, che Licci, Dino Licci affascina ovunque, sia in prosa, sia in poesia, sia nell’arte magnificata dai colori che non mancano di quell’antico sorriso sovrumano, di meraviglie – dico – avvenenti che scrivono parole come lampade silenziose e stellate, fosforescenti come luna nelle notti di nebbia:

«Non assomigli più a nessuna da quando ti amo./ Lasciati distendere tra

ghirlande gialle./ Lasciati ricordare com’eri allora, quando ancora non esistevi», e qui parla Neruda la cui donna giuoca «tutti i giorni con la luce dell’universo./ Esile visitatrice» che giunge «nel fiore e nell’acqua»(13).

«Che sia dolore o lacerante amore,/ che sia struggente anelito di pace,/ quanta malinconia nella mia vita/ quanti rimpianti e ancor non è finita!»(14). So – dice Licci – di averti «cercata nei campi di grano,/ ti ho cercata fra le onde spumose,/ e nel buio più buio di un faro/ ormai spento e fra i rovi e le rose»(15) or «vedo rugoso e curvo un vecchio ulivo/ che nascondeva nella folta chioma/ un uccelletto, dolce capinera,/ che prende il volo e svelta s’allontana./ Che c’è di più bello del volare?»(16). Qui trattasi di poesia frutto di intensa spiritualità come manifestazione di anima nella volontà di realizzare l’utile risorsa con la ricerca interiore. Poesia, dunque, quale fonte di bellezza nella voglia di dare bellezza alla vita, spasimo struggente e meravigliosa attesa, gioia intensa e amore, perciò dolcezza nella voglia di sconfiggere angosce, affanni, amarezze, illusioni.

«Il pensiero dell’alba/ è in me così alto/ che non occorrono boschi/ per poter camminare», dice Alda Merini nei rumori d’una vita amara come fiele. Ma «l’amante del vento – per Licci – non ha nome/ o forma/ o volto…» perché «l’amante del vento è pura poesia!/ Ed io la sento/ carica d’affetto/ accanto a me/ nella notte silente!». Perciò uomo «innalzati alto, più in alto del Sole,/ laddove si fondon piacere e dolore,/ miserie, lamenti e canti giulivi».

Con questi versi, Dino Licci, nella schiettezza di uno stile originale, libero da ridondanti inutili contorni, in un crescendo di toni delicati, esprime un certo fuoco interiore alla maniera della Dickinson, «maestra di desiderio e d’inquietudine»(17), in una creatività sublimata dall’anima in un processo quasi misterico per cui:

«Ti sento, Cristo Dio nel Tuo creato,/ Ti sento nella vita che m’hai dato,/ e nelle canne al vento, nel Tuo Sole/ e guardo a Te con infinito amore…/ La vita è angoscia, è un gran tormento,/ però, Signore Iddio, io ancor Ti sento:/ Ti sento nel profumo d’un bel fiore,/ Ti sento negli abeti e nelle viole./ Ma Tu lo senti il grido, il nostro pianto?»(18), dice il poeta nell’umiltà del suo spirito inquieto, tumulto intrecciato alla libertà del suo mondo nel mezzo d’una terra oasi di speranze devastate, fonti nevose in giardini fosforescenti sull’orlo delle logge fiorite, ancora roccia – il suo spirito – graffiata da acque nelle cui mani sgorga un’onda di spighe rumorose, spirito capace, il suo, di dare agli altri «un sapore d’amore» per scaldare magari «col calore questa terra/ coperta di cemento laddove c’era il sole»(19).

 

Note:

1)D. Licci, Breve storia della meccanica quantistica, Edit Santoro, Galatina 2017, p. 18.

2)Ivi, p. 11.

3)Ivi, p. 6.

4)D. Licci, Miti, scienza, arte, poesia: un punto d’incontro fra geni passati e contemporanei, Edit Santoro, Galatina 2017, pp. 43-44.

5)Ivi, p. 89.

6)Ivi, p. 96.

7)Ibidem.

8)D. Licci, Amore sacro e amor profano, Edit Santoro, Galatina 2016, p. 49.

9)Ivi, p. 38.

10)Ivi, p. 40.

11)Ivi, p. 39.

12)Ivi, p. 16.

13)P. Neruda, Poesie d’amore, trad.it di R. Bovaia e R. Paoli, Mondadori, Milano 2007, p. 16.

14)D. Licci, Poesie dipinte, Edit Santoro, Galatina 2017, p. 75.

15)Ivi, p. 77.

16)Ivi, p. 85.

17)Cfr. E. Dickinson, Poesie, introd. di A. Quattrone, Ed. Giunti Demetra, Milano 2006, p. 7.

18)D. Licci, Poesie dipinte, cit., pp. 18-19.

19)Ivi, p. 9.

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