Racconti, Scrittori salentini

Paesaggio

di Pino Refolo

(Al tempo in cui partire era l’unica speranza….)

        Il terreno si estendeva per un raggio di circa trecento metri, spaccato in giochi geometrici nelle forme più svariate che i raggi del sole penetravano. Secco. Lì era più facile, scavando, trovare il petrolio che l’acqua. Di fronte una serie di sassi di varie grandezze ora tondi, ora ovali, ora spigolosi nelle punte delle selci che sicuramente saranno state usate come armi di offesa erano stati ammassati in due, a volte tre file, e sovrapposti sino a formare una sorta di muricciolo che separava e delimitava il maggese da un bosco fitto di querce e di pini.

          Tutt’intorno il muricciolo delimitava il bosco, un prato, l’orto di una masseria diroccata e cadente, bucherellata e consunta nella pietra che l’aveva a suo tempo ben sorretta; un altro campo senza vegetazione e rosso, rosso scuro, a volte trapuntato da spuntoni di selci levigate e tonde che partivano dal ventre della terra per porgere la loro testa pelata alla caldura del sole cocente, che in anni ed anni di estati torride aveva reso lisce le sommità di quegli spuntoni, una volta sicuramente ispide e spigolose.

           Al centro di quella distesa amaranto, per volontà della donna, si erano fermati Guido e Clara.

           Lei si adagiò sul terreno fumante e guardò in volto l’uomo, ancora in piedi, titubante se seguirla in questa che riteneva una pazzia, oppure se assecondarla, malgrado sentisse appiccicarsi addosso il tessuto della maglietta, e dalla fronte in giù, su tutto il volto e lungo le braccia, sino alle mani, la sua pelle bruna espellesse rivoli salati, attraverso i pori slargati dal caldo.

           -Siediti- ordinò Clara; sfilò la camicia ed espose il seno ai massi circostanti ed ai ramarri verdastri che saettavano di tanto in tanto da un sasso ad un altro; si lasciò cadere la gonna e scivolò dolcemente sulla terra ruvida; portò un braccio sotto la testa per tenerla più alta e poter guardare da giù verso Guido, che ancora stupefatto non decideva il da farsi, inequivocabilmente attratto dal corpo di lei tante volte desiderato e mai posseduto, né mai così vicino a poterlo possedere come in quell’istante sembrava, o come la situazione suggeriva; era un momento di massimo travaglio già pregustato durante notti intere, seppure con intensità minore e col refrigerio della luna in cielo, coi pori della pelle chiusi dalla frescura, senza l’incontrollabile tremito delle froge del naso, spinte da un affanno indesiderato e nuovo.

          Egli sentì intorno un odore sostenuto dall’afa stagnante, un odore che ben conosceva, di cose familiari e raccolte, un odore che lo portava lontano dal posto insicuro e lo proteggeva dai raggi violenti del sole, dal terreno arso dove solo le serpi potevano sopravvivere: le serpi, le lucertole e i ramarri; tutto il resto era spostato più in là, a soli trecento metri, sotto il refrigerio di una quercia o di un pino, sul morbido letto di foglie, che potevano essere ammucchiate o allontanate, avvicinate o separate; lì la caldana che ora lo possedeva si sarebbe placata all’ombra di un arbusto e non vivificata ed accresciuta dallo spazio in cui si trovava, infinito come una linea retta, in cui ogni punto è uguale monotono indifferente.

         -Mi desideri?- chiese Clara.

         -Più di ogni altra cosa al mondo- e Guido si abbassò sino a lei; le sedette accanto e passò la mano umida sul suo grembo soffice, che della terra conservava il colore ed il calore, sensibile alle dita che lo percorrevano distese, allargate nel desiderio di contenerlo interamente senza alcun movimento.

          Ritrasse la mano e si denudò anche lui accanto al corpo di Clara; si adagiò sul terreno aspro col sole che gli batteva negli occhi, lo sguardo sulla pelle morata di lei, distesa e tranquilla come su di un soffice letto.

           -Allora, mi desideri?- chiese Clara con impazienza.

           -Te l’ho già detto: più di ogni altra cosa al mondo-

           -Abbracciami…-

           -E’ troppo caldo, aspettiamo che cali un po’ il sole…-

           Una rabbia improvvisa gli salì per il corpo.

          Chiuse gli occhi e si addormentò: un sonno tranquillo e ristoratore, impossibile; il giaciglio aspro e doloroso lo penetrava nei fianchi e nella spalla, il caldo opprimente gli schiacciava il torace e gli faceva ardere il ventre: era immerso nel limo salato del suo sudore che a contatto con la terra bruna gli procurava strani disegni sulla pelle una volta uniforme ed ora maculata, sino a formare delle vere pillacchere nelle zone dove la traspirazione era più copiosa.

         Il sonno profondo gli conciliò l’amore verso sè stesso e verso Clara, ricondotta in un ambiente più giusto e naturale.

          Si svegliò di soprassalto: -Ho dormito- disse.

          -E per diverso tempo- fece Clara

          -Come per diverso tempo?-

          -Più di un’ora-

          -E’ impossibile-

          -Perché?-

          -Il sole è ancora alto come quando mi sono addormentato-

          -Qui il sole è sempre alto.-

Credo proprio che abbia ragione quel tale Cordelli quando sostiene che la terza persona non è un fatto puramente tecnico di scrittura, ma qualcosa in più, un’ideologia, forse.

            Se si parte con l’idea di un fatto tecnico si rischia unicamente di far apparire impossibili fatti ed eventi che invece sono realmente accaduti, ma che narrati in modo così staccato, in terza persona, appunto, si presentano falsi o quantomeno irreali.

            Da qui la necessità di ricomporre in un’unica persona narratore e personaggio, come forse è giusto che sia, per non far pesare troppo la presenza del primo e per rendere più umano e veritiero il comportamento dell’altro.

             In fondo, qui narro un evento accaduto e che accade ogni giorno, un evento che non abbisogna di finzioni letterarie e di particolari tecniche di scrittura: provate a chiedere in giro e vi accorgerete se mento o se sto contando il vero; provate, provate a chiedere al primo che incontrate per strada l’effetto che gli procura il sole cocente di luglio che dura una vita intera e lo condiziona in modo tale che ad un certo punto non sa più perché mai il suo comportamento sia questo e non altro. Forse non saprà rispondervi così all’improvviso, senza pensarci, ma lasciategli il tempo di riflettere, non importa quanto, un’ora un anno una vita una generazione, e poi ascoltate la sua risposta…

         Il sole penetrava perpendicolarmente le nostre teste, come aculei di chiodi lunghissimi che si spingevano sui nostri occhi con violenza nuova, mentre tenevo ben chiusi i miei, nel tentativo di evitare il sopruso, e stupivo per le palpebre spalancate di Clara che reggeva bene il confronto col fuoco e fissava incredibilmente l’azzurro sfocato del cielo che si sperdeva, squagliandosi, nell’oro fiammeggiante.

         Sollevai un braccio per portarlo verso di lei, vogliosa e distesa nell’abbraccio arroventato della campagna assetata e colma di fumi che si dipartivano dal suolo come se un gigantesco rogo avesse invaso e devastato la vegetazione secca ed inesistente; il braccio rimase lì, piantato nella terra famelica e spalancata che inghiottiva ogni energia residua e soltanto con fatica, riuscii a posare la mano sul seno di Clara, che sentivo vivo e palpitante, proteso verso una volta irraggiungibile, mentre le mie carni, abbandonate e morte, erano accasciate senza energia nel giaciglio impietoso che consigliava abbandoni definitivi.

         -Allora, mi vuoi?- insistette Clara.

         Tentai di voltarmi verso di lei, la cui figura curvilinea immaginavo avrebbe donato qualche novità alla piattezza esasperante del maggese in cui per avventura (o per disegno occulto?) ci trovavamo, ma era tardi, era già tardi per qualsiasi movimento che avesse richiesto uno sforzo; col corpo immobilizzato nella posizione originaria che non seguiva più gli impulsi della volontà e non mi permetteva di rendere reale un sogno lungamente sognato, a soddisfare il desiderio di un amplesso con la donna che mi stava accanto.

         Coi residui di un’energia spenta, piegai il capo verso di lei, quel tanto che bastava a posare lo sguardo incredulo sul corpo disteso e fresco, adagiato sull’elemento misto di terra e di sole che sembrava dovergli appartenere e che gli donava qualcosa di mistico e di reale insieme: la sinuosità dei fianchi, la rotondità del seno, l’attacco mellifluo dell’anca, simile ai colpi isterici della coda di una lucertola ferita…

 

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