Racconti, Scrittori salentini

LA FIJA TE LU RE STA SE MARITA

di Annamaria Gustapane

G.Diso: “Il mare “, olio su cartone telato, 2020

Ho macinato tra i denti le parole battendo il tempo sulla chitarra la notte intera, ora piove dalla persiana una lama di pulviscolo dorato, solleva dal grigiore uniforme della stanza uno spicchio bislungo di mattoni rosso/arancio: il giorno è questo, la fija te lu re, la zita mia, se sta marita. A piedi nudi esco nel giardino aggrappato alle mura, alto sul vicolo; la pietra porosa conserva ancora l’umido della notte, e oltre la piazza vuota la cattedrale nella tramontana mi guarda con il suo unico occhio indifferente, leziosi angeli barocchi ignorano le stagioni e i fiori bianchi ai loro piedi, fiori di sposa.

Arriverà come nuvola a primavera, forse alzerà lo sguardo curiosa di vedermi, tra ali di gente vestita a festa, tacchi cappelli giacche papillon, mi volterà le spalle e nei suoi veli sparirà inghiottita nel lucore dei ceri. Devo andare via, via prima che questo accada. Infilo una bottiglia di vino nello zaino, poi di corsa giù dalle scale e sono già nel vento pedalando in discesa e contro mano.

Il mare è spuma, si rompe e si affanna sugli scogli lucidi al sole, uno straccio rosso tra le onde appare, scompare, mi invita a seguirlo. Via delle Torri dorme ancora, sulle lamie popolari sbatte un gran pavese di panni colorati, sfotte la loro allegria la mia tristezza; ora su per La Vela pedalando castime, il fiato fra i denti, poi giù verso il porto. Puttana, se fa male!

Sorride Donna Carolina, vecchia signora macchiata di licheni, tra i pigni occheggia alla Torre del Serpe che sola si staglia in attesa di chi non torna. ” Cuntame nu cuntu” la fronte scottava, l’imbottita era rossa, gialli i cordoni e le nappe sdrucite. ”E lu sirpiente rriau, strisciannu cittu cittu subra li cuti, ma ddha fiata cchiau la morte e nnu l’ogghiu te la lampa”

Il vento attorciglia ricordi ai rami dei fichi gemmati, parole come bende alle tempie, parole come corde strette al collo. Pedalo e castimo, la bauxite schizza tra i raggi, il lago smeraldo è fermo nel suo cono di sangue, vorrei trovare sulla pelle il gelo di quell’acqua, farvi un salto e lasciarla richiudere sulla mia testa. Domani il tempo si dividerà in un prima e in un dopo, lei saprà e le donne al mercato tesseranno la tela del mio ricordo.

La fija te lu re se sta marita, iddha se sta marita e ieu me dau la morte.

Pedalo castime giù verso l’Orte, l’effimera primavera salentina è tinta di verde, di rosso, di giallo, smalti nell’aria tersa; il mare fuori spumeggia, ma in quest’ampio seno l’azzurro è fermo, trasparente: abbandono la bici, ridiscendo la scogliera fino alla mezzaluna di sabbia, scalcio via le scarpe, nudo nell’acqua a testa in giù lo sguardo si fa chiaro. Puttana, se fa male! Trattengo il fiato più che posso, raccolgo un riccio prima dell’ultima vertigine. Risalgo e ritrovo aria e vento, la sabbia mi accoglie calda come braccia di zita, stappo il vino rosso bruciante e brindo a lei che non è più mia.

-Primo premio al Concorso ” Otranto in una pagina”

 

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