Cultura salentina, Recensioni

Era un raggio…entrò da Est, di Anna Rita Merico

di Mimì Mastria

Quella di A.R. Merico è una poesia profonda, meditata, che scaturisce dal desiderio di riappropriarsi e stare dentro le radici della nostra cultura rileggendo e reinterpretando in modo personale il passato più lontano. E’ il passato “più lontano” che si rivela essere nocciolo del presente.

   La sua ultima silloge è un lavoro filosofico e antropologico.

Tutto, nella raccolta, è parlante: la parola nella sua disposizione grafica, le pause –talvolta lunghe- volte a lasciare lo spazio bianco della pagina che accoglie la riflessione, le sospensioni che inducono ad una lettura lenta, lettura che cova pensiero. Il titolo “Era un raggio… entrò da Est”, come ci spiega la stessa autrice, rimanda al “primo raggio di sole che all’alba inonda gli altari delle Chiese Bizantine le quali sono rivolte ad est e prendono da Costantinopoli la direzione sorgiva della spiritualità”. E’ quello stesso raggio che illumina questo nostro lembo di Terra, quella che è più ad est del nostro Paese, una terra dove i menhir hanno segnato il tempo, come lo gnomone di una meridiana, ergendo il Sole a guida dello scorrere del Ritmo.

I Testi ri-letti sono: alcune Tragedie, passi dal Vecchio Testamento e dall’Odissea.

   La Merico ri-legge l’Antico Testamento soffermandosi su figure femminili significative. Profete, Sapienti che indicano ma non dicono, che sottendono gesto, che accompagnano l’andare di vicende. Donne fondatrici di genealogie come Rut. Donne che hanno guidato tribù come Debora, profetessa nel canto. Ma, anche, Noè, il rinnovatore dell’umanità, di quella umanità che si moltiplica, si evolve, cerca risposte, crea la Parola che consente di condividere conoscenza. Noè nella Nuova Alleanza tra Dio e un’Umanità rigenerata. La ri-lettura dei Testi si sposta nel Mediterraneo orientale, in quell’Egeo in cui quella Parola si è fatta Segno scritto e ha dato vita alla Poesia nel racconto del mito, nel racconto delle gesta degli eroi. Segno che ha narrato passaggi epocali ed antropologici insieme. Passaggi come quello che ha segnato il movimento dall’ordine femminile all’ordine maschile, dal matriarcato al patriarcato. Come quello, ancora, in cui dal transito dalla parola orale a quella scritta, l’Umanità è entrata nel mondo del Logos, della Filosofia ricerca di risposte fisiche e metafisiche. Epoca in cui nasce la Tragedia dove il coro diventa espressione delle “voci di dentro” capaci di rappresentare la coralità dell’azione per dirne la profondità ad ognuna/o, ancora oggi.

 L’Autrice scava in quel mondo attraverso un percorso metaforico e riporta alla luce le Voci che hanno raccontato l’Odissea o l’Iliade. Attraverso la trilogia dei “fatti di cronaca” ci riporta nei paradigmi tragici di Clitennestra, Medea, Edipo, attualizzandoli con riferimenti a figure della nostra contemporaneità che hanno dato, di quegli stessi personaggi, una propria rilettura e interpretazione ri-mettendo in scena forme del sentire che sono eterne. Clitemnestre, Medea, Edipo vengono ripensati, inoltre, a partire anche da allusioni ad avvenimenti dolorosi che segnano le cronache odierne. Avvenimenti che incidono sul nostro sentire destabilizzando le nostre certezze. Il Teatro greco aveva funzione catartica attraverso cui creava canali per lo scorrimento di fondamentali pulsioni. E…oggi? Come governiamo, oggi, l’odio covato, il nascosto progetto di vendetta? Come conteniamo lo strabordare di emozioni non governate? Eppure, non siamo noi l’evoluzione rispetto a quell’antichità?

  Le storie che rilegge A.R. Merico sono nostre, ci appartengono perché sono dentro di noi, perché noi siamo frutto di quella civiltà dell’Egeo e in noi il remoto diventa presente.

   Da appassionata conoscitrice della Filosofia utilizza la forma del dialogo per condurre il lettore a riappropriarsi di ciò che nel passato più lontano era sacro, mentre l’oggi ha obliato quel mondo primordiale ritenendolo superato ma, in realtà, indicandoci la necessità di una sua rilettura per riempire il vuoto odierno dello spaesamento.  

Alcuni personaggi fanno capolino tra le pagine. Rabbini, abba, viaggiatrici/ori, salmisti, copisti, carovanieri, mistiche/ci, cantori… tutte/i immerse/i in un peripatetico andare lungo la traiettoria che da Est procede verso Ovest nutrendo intenti, pensieri, architetture.

   “La Narratrice” ci racconta della Regina “sola da tempo” che “la Notte sfilava sudario, camminava andando/all’Origine che disfa la forma e la materia./ Il Giorno, alla luce, tesseva forma, pazientava fili/ narrando una verità che, pronta, rinnegava al buio.”E poi “Giunse un uomo” … “che aveva detto nomarsi Nessuno”. “Dalla nave …lo deposero i rematori accanto all’antro./ Era antro o memoria?”

   L’interrogativo spinge il lettore a rileggere quella parola, l’antro, che sin dall’origine ha significato il buio profondo, metafora di chiusura, sofferenza, ma anche l’uscita dalla caverna che ha rappresentato (come per Platone) il raggiungimento della luce, cioè della capacità di discernere la realtà autentica e tornare al Bene. Così per la Merico l’antro diventa il luogo della memoria, dal quale riportare alla luce quei nuclei ancestrali che permettano di ri-vedere il nostro presente ripensando in un’ottica nuova, più spirituale. L’antro che mostra Odisseo “visitare” i culti legati alla Madre prima d’immergersi nell’ascesa al Palazzo di Itaca, dove… L’Odissea come libro sapienziale quanto, ancora, ha da indicarci?

E “La Narratrice” continua … “Lui, serrato l’Antro, aperta la sala, aveva piantato /seme di maschio all’origine del potere … La Notte, ora, cantò l’Ordine. Lui trovò nome. Lei visse ruolo.”

   Ecco che Odisseo, riprende il suo nome di re dopo aver riportato l’Ordine (ha vinto  sui Proci), Lei, Penelope riprende il suo ruolo di sposa fedele, madre, regina: “Nulla parve accaduto / Eppure… lì, in quel girare di vento, tutto era/avvenuto.”

E’ la sapiente messa in scena di un teatro interiore cui il Viaggio fa da sfondo. Viaggio iniziatico, Viaggio di superamento di sé verso dimensioni altre di libertà.

   Con questi intenti l’Autrice induce a ripensare un passaggio significativo dell’ evoluzione umana: il passaggio che ha visto l’affermazione del ruolo maschile su quello femminile. Il passaggio dallo ctonio del senza limite alla razionalità.

   L’approdo alla vera conoscenza, all’Ordine cosmico, si dipana attraverso un percorso di cui “Filelfo” (erudito aristotelico, un Tomista, seguace della Logica), diventa l’espressione del Filosofo che non si piega di fronte al Limite e avverte “lo scacco della ragione” dinanzi a ciò che è regno incomunicabile dello spirito.”  “Fu in una notte, nel baluginio d’una luna / accogliente, che Filelfo ricevette il Dono” … “l’accesso all’Ordine, / l’oltrepassamento della ragione, / la nuova Visione.”

   Ma anche “Xene, la solitaria, la cappadoce” va alla ricerca della conoscenza spirituale o Teodoro che cerca dentro di sé “nuove farine”, il cibo che sazia l’anima, e, ancora, Simeone l’asceta, o Talassio che ad Arak, antico luogo d’incontro delle carovane del lontano oriente e del medio oriente, nasconde nelle sacche di canapa grezza “antichi sudari di seta / sassanide” … “i cui nodi del rovescio contenevano segni di scritture sanscrite” … “i pesci, l’antico simbolo della felicità”. Quei pesci che rappresentano l’iconografia del protocristianesimo: “Posso io Padre solitario tra le genti, cercare i segni di / realtà nascoste lì dove la conoscenza cela il mistero?”

   Il dialogo filosofico svela la profondità del dolore che viene a galla attraverso le lacrime “specchio / visibile dell’invisibile dolore, unguento / d’immedesimazione, magnete capace d’attrarre e forgiare significati.”

   E “Nella Reggia di Alcinoo l’aedo mostra, attraverso, l’arte della parola rammemorata, gesta che invitano / alla imitazione, alla cattura d’attenzione, alla partecipazione. Solo per Odisseo, solo, quell’arte diventa dentro d’immedesimazione.”

   Come si legge nell’VIII libro dell’Odissea, l’aedo Demodoco canta le vicende di Odisseo e la guerra tra Troiani e Greci. Poi il tradimento di Afrodite nei confronti dello sposo Efesto, con Ares. Odisseo, durante il banchetto offerto da Alcinoo in suo onore offre al cieco Demodoco, appoggiato alla colonna, un pezzo di carne, lo loda e lo esorta a cantare dell’inganno del cavallo. Al suo racconto Odisseo versa le lacrime e svela la sua identità. Al riemergere dei ricordi il pianto dà sfogo al cuore colmo di rimpianti e speranze di trasformazione e rigenerazione. Il pianto, lacrima che scorre tra le pieghe del mantello purpureo con cui Odisseo copre il volto, gli consente di dire “Io sono…” fondando identità. Altra identità la cui ricerca è durata venti anni.

    Il Vecchio Testamento, con i suoi riverberi nel Medioevo viene reinterpretato dalla Merico attraverso la Scrittura come luogo e forma della visibilità dell’ elaborazione spirituale. Le figure femminili, in particolare, assumono un ruolo nuovo. Le “Donne nella genealogia”, “Qoelet” (colei che anima il discorso) … otto grani di saggezza stemperati nell’intingolo della Sapienza”, e Debora, giudice tra i giudicie“profetessa” che guida il figlio Barak alla vittoria contro i Cananei: “Debora vinse. Vinse con il suo canto sotto le piogge. Rifece potere … e Debora si disse madre. Madre di Terre, madre di Israele, non madre d’Alleanza ma … madre di visione. Madre di Passaggi.”

   A.R. Merico ci guida a ripensare in un’altra luce quelle donne straordinarie. Sebbene la società giudaica avesse elaborato un mito sociale fondato sulla supremazia maschile, proprio nei momenti di crisi saranno quelle stesse donne coraggiose, “profetesse”, matriarche che contribuiranno alle vittorie degli Ebrei sugli altri popoli e a generare figli maschi che diventeranno guide politiche e religiose del popolo eletto.

   Le donne dell’Antico Testamento si riappropriano, dunque, delle loro essenze. Metafore di sapienza e di spiritualità, ma anche di Passaggi, ed in particolare da una società ad un’altra, quella che aprirà le porte a Cristo e al Cristianesimo.

   Il Mediterraneo è anche il luogo in cui ha avuto origine la Tragedia e Clitennestra, Medea ed Edipo ne rappresentano archetipi. Attraverso tre “fatti di cronaca” la poeta ci immerge in quel mondo di istinti primordiali che si celano ancora oggi negli uomini e nelle donne.

Clitennestra, vittima di Agamennone che le uccide marito e figlio. Vittima di stupro, privata della figlia nata da quella violenza ed essa stessa vittima sacrificale del padre. Clitennestra, donna tradita, tessitrice di intrighi e infine donna di vendetta.

Martha Graham, nel 1958 ripensa la vicenda di Clitemnestra, predisponendone una innovativa coreografia. Per la “sua” Clytemnestra, trascorse molte serate usando, quale fonte di ispirazione, grandi drappi di tessuto rosso stesi sul pavimento del suo studio, lasciandosi toccare intimamente dal colore rosso simbolo della passione e del sangue.

   Medea, la maga, vittima dell’amore per Giasone. Per lui tradisce il padre e uccide il fratello. Ma Giasone, padre dei suoi figli, ha in mente solo il trono, il potere e vuole –dunque- sposare Glauce figlia di Creonte, re di Tebe e averne il trono. E Medea, la straniera, uccide la promessa sposa e suo padre, uccide la discendenza di Giasone, uccide i suoi figli, e fugge sul carro verso il Sole. La sua vendetta è compiuta.

Nel 1969 Pier Paolo Pasolini diresse Maria Callas in “Medea”. Nel 1988 Lars von Trier ambientò la Tragedia in Danimarca, nella penisola dello Jutland con Kirsten Olesen. Melina Mercouri nel 1978 la interpretò, la cantò e la danzò in un tango, e Valeria Moriconi, nel 1972 ne diede una mirabile interpretazione al Teatro greco di Siracusa.

L’11 luglio del 1949 al Teatro Nuovo di Milano venne rappresentata la Lunga nottedi Medea, tragedia scritta da Corrado Alvaro. La regia e l’interpretazione furono affidate alla famosa attrice russa Tatiana Pavlova, con scene e costumi realizzati da Giorgio De Chirico.

  E a Tebe l’oracolo predice a Laio sventura. Laio muore. Edipo diventa re e sposa Giocasta.Creonte, fratello di Giocasta ricorda la morte di Laio. Edipo chiama Tiresia il cieco, l’indovino, quello che sa “vedere dentro/vedere fuori”. Il messo venuto da Corinto svela il mistero. Edipo non è figlio del padre Polibo, ma il figlio di Laio e di Giocasta. Giocasta si impicca. Edipo si trafigge gli occhi. “Urla il coro inorridito.”

   Le urla del coro segnano un passaggio: la nominazione e la condanna del tabù dell’incesto. “Una sera, in un teatro di Vienna, un giovane medico, nel sentir parlare del fatto, si rese conto che molti figli snaturati e incolpevoli vagavano.” … “Nel giro di un altro tempo nacque il concetto di un oggetto-entità-simbolo posto all’interno di ognuno. Un oggetto-entità simbolo che produceva.”

E la Merico ci riporta alla scoperta del desiderio “che agisce padrone nel non essere visto”. Quel desiderio riposto nel profondo del nostro inconscio, che quel medico di Vienna (Freud) portò alla luce della conoscenza dando vita a una scienza nuova.

Ciò che scorre in queste pagine è, anche, la staffetta, attraverso cui gli antichi gesti scorrono nella loro feroce e indomita riproposta. Da tempo in tempo, da Autore in Autore, i significati di queste Opere continuano a parlare, a parlarci.

   Con un salto temporale nel presente di un quotidiano usuale, “normale” la poeta ci presenta la sua “Colazione” in cui l’anafora del verbo “osservo” diventa espressione del contingente, del presente frutto del mutamento. Alla visione del reale, di una natura confortante coniuga immagini metaforiche nelle quali il passato si fa presente in una immobilità che diventa “Preghiera”.

Nel testo Prugna si muove il transito di una koinè di lingue (“parole greche, russe, serbe, bulgare, antiochene …”) che hanno diviso un tempo gli uomini ora si uniscono con le “aperture di oltreconfini/ … un oriente ortodosso si è mischiatoad un occidente di nuovo in grado di attingere a sapienze attraverso una sete di ritorno tutta piegata nel fluire della conversazione.” E la poeta può finalmente intingere “l’inchiostro prugna dal calamaio” e ha preso a scrivere “tutto quanto avvenuto”.

   Conclude la sua opera il componimento che le dà il titolo e la rappresenta nella sua complessità: “Est” trasportandoci in una realtà astorica in cui il raggio di luce da Oriente squarcia le tenebre e riporta la luce dando vita ad un Ordine nuovo, fondamento della civiltà dell’Occidente.

Antropologia modificata

Chiesero:

“Abba, è forse la Visione ad essere sparita?

E’ perché non l’abbiamo coltivata nei modi e nelle

forme di cui, Essa, si nutriva?

Abba

siamo persi

rispondici

cos’era Visione?”

Rispose:

“Ventre di conoscenza”

 

Qoelet

L’avevamo vista entrare nel tempio

da

dietro l’Arca

trepida giunse

superando l’angolo bucato

tra una parola e l’altra

lucente interstizio

 

La scorgemmo con occhi ubriachi

e piedi polverosi

mute al consesso

 

era Qoelet

otto grani di saggezza

stemperati nell’intingolo della Sapienza

 

Est

Era un raggio

entrò da est

lacrima sorgiva

punto d’oriente.

 

Era un raggio

entrò da est

scosse bianchi silenzi

attraversò molteplici fori

coprì sacre tavole di pietra

squartò infiniti raggi

aprì sottili pensieri

mosse roteanti parole.

 

Era un raggio

entrò da est.

 

Salento, dicembre 2018

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