Cultura salentina, Saggio

I fiori di Salvatore Toma

di Tina Cesari

Foto di Pietro Notarnicola

Salvatore Toma nasce l’11 maggio 1951, o meglio, l’11-12 maggio, come scrive nel suo famoso Autoritratto. Siamo nella stagione della primavera, quella dei fiori. E lui è nato in mezzo ai fiori, dal momento che il padre “Ginu Toma è titulare te sta casa/ addhru li meju fiuri poi thruare” (Gino Toma è il titolare di questa casa/ dove puoi trovare i fiori più belli), come scrive Oronzo Maruccio, poeta magliese, nella poesia “La casa te li fiuri, a Maje”.

Per questo motivo, oggi noi lo ricordiamo con un omaggio ai fiori, a quelli del poeta, e alle sue piante, nominate spesso nelle poesie. Tale cornice non ci autorizza, però, a pensare che la sua sia una visione paradisiaca della vita, tutt’altro; in Toma c’è una ricerca disperata di libertà e per questo scrive più volte di essere nato libero, nonostante l’ipocrisia, la falsità, l’inattività di chi lo circonda e giudica ogni suo gesto.

Il senso della rivolta altro non è, in lui, se non un appello tragico al rispetto della sua persona e di ogni altro essere vivente.

Nonostante questo, noi vediamo spuntare qua e là dei fiori che nascono comunque e dovunque, a dispetto di tanta barbarie, di un mondo che “non vuol sapere/ se sei di nuovo innamorato”.

Persino quando pensa alla sua morte, come nella poesia “Canzone in allegria”, egli scrive che un giorno “sarò fiore o montagna” e nella “Canzone dei fiori” aggiunge che “i morti sono un po’ come i fiori/come i fiori/muoiono in autunno”.

La morte e i fiori sono legati, così, con un nodo indissolubile, ma sono connessi anche con la vita e l’amore per cui, rivolgendosi alla sua donna, egli scrive: “Frullato d’aurora/misto a petali di morte/ la tua bocca d’asfodelo” e “in un brodo di gigli stanotte cuocerò i tuoi occhi immortali”. Quando poi si rivolge a Tina, il suo amore impossibile, gli sembra di camminare in “una polverosa via di campagna/ dove raccoglievamo taciturni/ ai margini lamponi/ fichi da alberi inesistenti.

Addirittura, anche un animale grosso e minaccioso può evocare sensazioni gradevoli; infatti, eccogli apparire “un gran toro nero/odorante di fiordalisi”.

Tutta la poesia di Toma profuma di fiori, spesso citati in compagnia di animali come il falco lanario che si aggira ”tra le spine e i papaveri” e “fra gli ulivi e il raro verde”, mentre, nei ricordi di un viaggio, “il Tevere scorreva silenzioso/tra i papaveri e il grano”; poi, ritorna incombente il pensiero della morte mentre nelle campagne “una ruspa enorme/ selciava tra i papaveri/un abisso”.

Nella silloge “Ad esempio una vacanza. A Babi”, nel guardare il mare tra “le ginestre e le ortiche /che lentamente col buio/fan tutto un odore di mare/non vorresti sapere /che c’è pure la morte” e “persi in un giro di odori/ che fan la salsedine/ e l’erba del mare/ ti mette un piacere /di fare l’amore con tutte le creature /coi gabbiani coi pesci/col fresco dell’aria /anche con le ginestre/ tornate come per miracolo/a luccicare distinte”. Ma subito dopo lo assalgono i momenti di buio, quando “queste tele e questi pennelli/finiranno come i giornali. Non ho voglia/ di ritrarre rocce e ginestre”.

I fiori spesso accompagnano il poeta nei momenti di euforia ma anche di tristezza e perfino le piante entrano in sintonia con lui in una sorta di panismo da cui rimane escluso chi non riesce ad abbandonarvisi:

“La sbornia si dissolve/tra violini in musiche acrobate/fra le cime degli abeti dei pini/fra le querce colossali/e i dipinti ulivi. Ma qui/c’è tutta una civiltà che non va/ che non cade in armonia/con la gioia remota dell’aria”. Fra le piante qui, compaiono anche le querce, “le concilianti querce” che lui difende con enfasi violenta quando si rivolge a un ipotetico assalitore scrivendo: “Hai mai pensato di minacciare una quercia?”.

Si accanisce, in particolar modo, contro chi non si lascia sedurre dallo spettacolo della natura e ad un interlocutore sconosciuto si rivolge scrivendo: “Ti entusiasmava / inorgogliva il pensiero inconcepibile/ del mistero il verde ottuso/ dell’Amazzonia o il caldo dei deserti/ ma oggi ti basta la tua cravatta/ costosa e la tua giacca di lino/ l’acquisto di una dozzina/ di camicie d’autore. Che cosa/ ti è accaduto? Come hai potuto/ perderti venderti?”.

Invece, a lui basta ammirare il miracolo che si rinnova ogni giorno, quando, “Dai rami dalle foglie/ tra il rosmarino odoroso/ e i cespugli dell’erica/ perseguiva la goccia di rugiada/ il refrigerio/ la vita a cui rinnovarsi/ sperare un altro giorno.

A Toma piace in modo particolare l’immagine dei mandorli denudati dal vento per cui “ruba/ai mandorli/ carambole di fiori / il bel fresco della valle” e “Fuori i mandorli in fila /perdevano gioiosamente vigore /brezze saettanti e leggere/ smembravano le gemme”, e gli sembra di respirare un’aria di libertà quando si rivolge a se stesso ricordandosi di quando “Te ne andavi in bicicletta/ assorto leggero […] /fra le cime fiorite/ dei mandorli sulla collina”.

Allo stesso modo, l’ulivo che dovrebbe essere legato al pensiero di una serena convivenza tra gli uomini, lontano dal chiasso delle città per cui “m’allontano a questi ulivi”, diventa il confidente di un sentimento di disillusione: “Ulivo, io non credo/Che siano di pace le tue fronde”.

Il poeta è talmente innamorato della primavera da sentirla arrivare con anticipo, già nel mese di febbraio, dedicandole una poesia di cui qui riporteremo il testo integralmente, mentre ci congediamo da lui nel suo giorno di ri-Nascita.

Alla primavera

La primavera

ormai

applaude

nei capelli distratti di febbraio

simile a un aereo colmo di fiori

che nevica sui fiumi a propaganda.

In una cellofana di rugiade

trillano

gli asfodeli.

In questo lenzuolo di lieve

è prepotenza il mio sospiro.

 

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