Cultura salentina, Racconti, Scrittori salentini

Sintomi inequivocabili d’estate

di Lorenzo De Donno

G. Diso: La casa in collina, olio su tela, cm 70×80, 2018

Stasera lo scirocco si è trasformato in un vento proveniente da nord est, fresco ma saturo l’umidità. Ho indossato una felpa e sono uscito senza una meta. Sulla stradina di campagna che ho percorso, il buio è diventato presto totale. La bellissima piana di Corigliano offre spazi aperti ormai rari, senza confini fisici invadenti e, inoltre, non inquinati dall’illuminazione urbana. Le luci provenienti dal paese, infatti, creavano solo un alone più chiaro alle mie spalle. Non vedevo dove mettevo i piedi e, da un certo punto in poi, ho cominciato a tenere, come riferimento, la compattezza del terreno sotto i miei passi e gli steli di avena fatua che crescono lungo la carreggiata e che potevo sfiorare, come se fosse una ringhiera, con la mano sinistra. È bastato, però, alzare di poco gli occhi per uscire da quel buio pesto e scoprire un cielo notturno da manuale (o da quadro rinascimentale). Su un lato era ricco di stelle e di pianeti immoti, sull’altro incombeva il temporale che lampeggiava lontanissimo. Come mi capita spesso quando fisso il cielo, a rischio di un attacco di cervicale, è sopraggiunta velocemente la sensazione che fossi appeso a testa in giù, trattenuto a terra solo dalla gravità provvidenziale, e che quel cielo non fosse più in alto ma si spalancasse sotto di me, come un abisso. Quel buio odorava di ozono e di paglia umida. Oggi hanno trebbiato in fretta e furia il vasto campo di grano di fronte alla casa. Forse per non correre il rischio della grandinata paventata dalle previsioni o, più probabilmente, per i fuochi che, per due sere di seguito, hanno minacciato, lambendolo appena, quel raccolto generoso. I mezzi agricoli hanno fatto su e giù, con gran rumore meccanico e con il rombo di possenti cavalli motore, pettinando il frumento biondo, striscia dopo striscia, senza una fantasia, un ghirigoro, un cuore trafitto, un cerchio alieno… E questo fino a quando tutta la terra è stata rasata. Così succede: una mattina arrivano gli omini, trebbiano tutto il campo e poi vanno via cambiando il panorama, costringendoti a prendere atto del tempo e della stagione che avanza. Tutto, ora, dopo il loro passaggio, è cambiato e odora di paglia, persino nella pineta che circonda la casa si fa fatica a riconoscere il profumo della resina che trasuda dalla corteccia degli alberi. Due coppie di gazze hanno costruito là i loro grandi nidi, ben ancorati alle cime più alte. Il padrone di casa non le ha scacciate, nonostante siano ospiti per nulla discreti. Le abbiamo osservate a lungo, nel tardo pomeriggio: era tutto un andare e venire, a becco pieno, per sfamare i pulcini. Ora si sentono i loro movimenti scomposti fra i rami e i piccoli che pigolano ancora, mai sazi. In fondo, anche i nidi odorano della paglia con cui sono costruiti e anche nell’odore forte di selvatico degli uccelli, che ci ha fatto arricciare il naso quando, da bambini, ci è capitato di soccorrere un uccellino caduto dal nido, c’è una forte componente di erba secca.

Maglie, nel pomeriggio, profumava di gelsomini e di fiore di tiglio. Sulla villetta c’era già una coppia in tenuta estiva: lui in bermuda e infradito e lei con maglietta a giri. I ragazzini, in sella a rumorosi scooter truccati, spadroneggiavano sguaiati nelle strade del centro, azzardando curve e sorpassi con l’incoscienza della loro età. Odore di benzina e di gas di scarico. Poi, di nuovo, gelsomini.

Da qualche parte mi arrivano le note di un gruppo di pizzica che canta “Canuscu na carusa”. Sento l’eco del violino e dei tamburelli ad ogni rinforzo di vento, ma non capisco se i suoni che ascolto provengano dal paese o da qualche masseria qui vicino. Si festeggia, forse, un buon raccolto.

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