Opinioni

Marchi e marchette

di Lorenzo De Donno

L' assassinio del Commendatore. Libro secondo. Metafore che si trasformano  - Haruki Murakami - Libro - Einaudi - Supercoralli | IBSUna volta scrissi che peggio di Murakami (Haruki) c’era solo l‘harakiri. Ma ero alla prima esperienza di lettura dello scrittore giapponese e non ero ancora entrato in sintonia con la narrativa surreale orientale, peraltro molto simile a una certa cinematografia d’autore di uguale provenienza. Poi, come a volte può accadere, a provarci ci si appassiona. Come non riconoscere l’evidenza che alcune metafore di Murakami sono passate direttamente dai suoi libri all’Olimpo delle citazioni e degli aforismi?

Nelle prime 50 pagine del secondo tomo de “L’assassino del commendatore”, ho letto – sinora – solo pubblicità, peraltro per niente occulta o subliminale. Quella delle Toyota Prius ibrida e Corolla e quella, appena più sfumata, della coupé Jaguar (ma della Jaguar si era trattato già abbondantemente nel tomo n.1).

Da appassionato d’auto dovrei compiacermene, invece di queste marchette all’automotive, in un romanzo di complessive 800 pagine, già ben pagate con una spesa di 40 euro, ne avrei fatto molto volentieri a meno. Nei precedenti libri c’era già di tutto, dalle griffe di abiti a quelle degli occhiali da sole, fino alle bibite energetiche: tutte pubblicità di prodotti delle multinazionali e dei grandi gruppi. Marchi ripetuti ostinatamente e continuamente in tutto il romanzo. A un certo punto, per esempio, in questo libro si cita un quadro che ha per titolo “Uomo sulla Subaru Forrester bianca”. Il quadro della Subaru ritorna più volte, ovviamente, nel racconto.

Accade anche in molti libri di autori italiani “pop”, dai grandi numeri di vendita, dove, però, i consigli per gli acquisti, sebbene riconoscibilissimi, sono un po’ meno sfacciati. Quanto più di successo è l’autore, tanto più invasiva sembra essere la pubblicità occulta. Come dire: -Vuoi leggere l’autore di grido? Paga pegno! Il fatto che nella fase di editing si realizzino innesti commerciali mi sembra scontato, volendo proprio salvare l’autore. Mi si obietterà che anche il cinema nasconde da sempre spot commerciali, ma già il film è un secondo prodotto che nasce dalla scrittura, dalla sceneggiatura. Ecco, vorremmo che almeno la narrativa d’origine fosse “pura”. Trasparenza vorrebbe che, in premessa o in coda, anche nei libri si elencassero tutti gli “sponsor”.

 

 

 

 

 

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