Pensiero meridionale

Poesia nell’infinito

di Rocco Aldo Corina

Esercizio di Filosofia - Perché Filosofia, oggi? Conferenza pubblicaLa filosofia m’affascina perché m’invita a pensare, a dialogare, a dire. È fitta di grovigli, di inestricabili umani particolarismi e riferimenti a ideali tradizionali venuti meno col subentrare dell’uomo moderno che – per effetto di una logica astratta – lascia cadere nel vuoto il mondo dei supremi valori che considera del tutto superati, movimento «inarrestabile» per Nietzsche, anche perché il filosofo s’affida a una concezione secondo la quale l’uomo «conosce abbastanza per non credere più in nessun valore»1. Per il filosofo, dunque, l’uomo non può non errare in un nulla rovinoso, in un’ebbrezza – insomma – che suscita affanni. Concezione inconcepibile, priva di senso, oltretutto legata a un messaggio sbagliato che purtroppo ovunque trovava accoglimento.

La verità è che le brutture filosofiche, non prive di congetture spesso desuete e insignificanti, trovano spazio nei meandri degli assurdi pensieri in ogni dove alienati da improvvisi sussurri invadenti. Parlo così perché non riesco a conciliare, nella tranquillità, inverosimili dichiarazioni forvianti. Se pertanto m’avvicino a Feuerbach, mi ritrovo in un disagio a dir poco appesantito da insolute forme di natura esistenziale.

Il discorso del filosofo non va perché – faccio un esempio – in un punto della sua opera m’invita a «non estendere la mia devozione filiale fino ad Adamo»2,tutt’al più ai «miei genitori come cause della mia esistenza»3. Per questo motivo – sommerso da delusione incontrollabile – mi domando perché mai Feuerbach non abbia meglio pensato ai tanti altri problemi che sono al mondo. Dov’è il senso del suo ragionamento? Ma, per restare in tema, mi chiedo se i miei genitori non dipendano anch’essi da altri genitori e questi da altri ancora. Perché allora non risalire a Eva, voglio dire ai nostri primi antenati?

Feuerbach dice anche che «la luce lunare, che il pagano nella sua semplicità religiosa venera come una luce indipendente, è senza dubbio una luce derivata, ma al tempo stesso – dice ancora – è diversa dalla luce solare diretta, è una luce con caratteristiche proprie, modificata dalla resistenza della luna – una luce dunque che non esisterebbe se non esistesse la luna e che da essa trae il fondamento della propria particolarità»4. E cosi è per la luna e – credo pure – per il sole di cui parla il filosofo, luci diverse se riferite alla specie umana, però sempre derivate, a parer mio.

Mi spiego meglio: se l’uomo nasce dall’uomo, voglio dire da essere la cui natura permette il riprodursi della specie, umana in questo caso, anche il sole e la luna derivano – nell’evidente contraddizione del filosofo – da altra fonte creativa, se ben ho capito dall’Uno intelligibile ma, «solo nel pensiero, nella rappresentazione dell’uomo»5, a dire del filosofo.

L’essere divino, poi, che per il filosofo «si manifesta nella natura, non è altro – dice – che la natura stessa, che si manifesta, si presenta e si impone all’uomo come un essere divino»6. Se ne deduce che «il dio del mondo o della natura in generale è soltanto l’impressione e l’espressione della divinità della natura stessa»7. Può essere?

Tale panteismo dichiarato non può aver senso non potendo essere Dio la natura né si potrebbe pensare a un Dio che crei se stesso proponendosi nelle immagini della natura, secondo quanto fa intendere il filosofo. Dio pietra, dunque, Dio acqua e sole al tempo stesso?

Feuerbach mi dà più affidamento quando sostiene che «il mondo, [davanti ai suoi occhi], si dispiega in un’infinita varietà e diversità, ma, tuttavia, tutte queste cose innumerevoli e diverse, sole, luna e stelle, cielo e terra, vicinanza e lontananza, presenza e assenza sono abbracciate – dice – dal [suo] spirito [e] dalla [sua] testa»8. Ma che Dio altro non sia che «l’essere pensato o rappresentato della facoltà umana di immaginare, pensare e rappresentare»9 – mi par di capire –, a suo piacimento, non credo possa essere da me accettato come credibile giudizio positivo. E più avanti non vado perché «concentrare – come vuole il filosofo – Dio sulla terra, calare Dio nell’uomo», significa «voler racchiudere l’oceano in una goccia, l’anello di Saturno in un anello da dito»10. Limitazione dell’onnipotenza di Dio? Assurdo logico, allora, o paradosso sull’esistenza nella mente di Feuerbach?

Debbo dire che il discorso filosofico mi piace assai, ma di più se talvolta sfocia in altre lucenti rive, meglio nei bei versi poetici, al di là – dunque – delle dotte disquisizioni. Leggendo poesia m’accorgo, infatti, che il piacere che provo è diverso perché poesia realizza, nel suo essere, meraviglie divine. Vedi Rimbaud, che pur credente non è, vedi Leopardi, credente ma non troppo, e fors’anche Mao che è in un’altra direzione. La lista dei poeti non credenti potrebbe allargarsi, ma qui mi fermo perché gli occhi, i miei, stanno toccando l’azzurro di un poeta maledetto. Può essere?

«Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito»11, dice Rimbaud, invadendomi ansiosamente il petto. Parole forti, le sue, che sanno di un incredibile delirante affanno suggellato da luci tempestose. «Stavo in ozio», «preda d’una febbre pesante», perché «invidiavo – dice poi con animo sommesso – la felicità delle bestie, i bruchi, che rappresentano l’innocenza del limbo, le talpe, il sonno della verginità!»12.

Oh grande Arturo!, oggi ce l’ho con te, perché il tuo verso mi cattura l’anima, addirittura m’induce a sconfessare la filosofia che pur tanto amo soprattutto nei giorni dell’oblio quando, nel mio cuore stanco, nascono brividi di invadente solitudine.

Un dì dissi che poesia è filosofia, non lo nego, anzi lo ripeto, lo riaffermo perché poesia, per me, è punto di partenza per la conoscenza della verità. È perciò filosofia, sapere filosofico che è scienza al servizio dell’anima. Scienza perché mostra di sé la realtà interiore senza tema di essere contraddetta. Ma è la sintesi che in me penetra come prodigiosa essenza luminosa, con impeto invidiabile nel disordine dei miei assenti pensieri, danza furiosa di sensi avviliti, ricordo come atto d’amore sciupato. Mistero inaccessibile, il mio, perpetuo fluire di voci amare sull’orlo delle nevi senza ritorno perché «timore» e «sofferenza/ sono andati su in cielo»13 per far nascere in terra lucciole variopinte «che corrono sul mare dove [mai] arriveranno»14, oasi frenetiche di fumo su cascate di minuscoli giardini, «onde che i miei occhi perduti/ non rivedranno più»15, perché «ogni giorno d’oceano/ mi portò nebbia o puri dirupi di turchese,/ quello che chiesi, lo spazio che divorò la mia fronte»16.

Eppur «brilla la luna su acque erranti»17, eppur «si dirada la nebbia in figure danzanti»18.

Ecco dunque «mazzolini di raso bianco e di sottili verghe di rubino [che] circondano [una] rosa d’acqua»19, ecco nascere l’azzurro «con un’ala/ bianca in mezzo al cielo»20, ecco la quiete dei laghi in un mare schiacciato dai venti. Dissi un dì che «il suo volto sprigiona scintille» «con occhi che sanno di pianto», alla vista di amore.

La poesia deve – se poesia è quella che leggi – agitarti dentro, sconvolgerti l’anima, darti – se vuoi – il sorriso come ombra accesa di blu «su un tappeto di filigrane d’argento»21, alba – se vuoi – o anima che cerca la quiete.

«Ci hanno promesso di seppellire nell’ombra l’albero del bene e del male, di deportare le onestà tiranniche, affinché potessimo condurre il nostro più puro amore»22.

Rimbaud, come si vede, cerca amore, ma quello delirante, invadente, quello vero, «il più puro» insomma, se pur questo dice dopo aver seppellito «l’albero del bene e del male». È la stravagante visione di un essere misteriosamente conscio dell’interminabile malinconia che continuamente lo assale, lo rode dentro, di un essere che vuole amore nel momento in cui rinnega amore. Paradosso esistenziale? Se pur è, mi piace assai l’operosità del genio, anche perché «l’alba d’estate ridesta le foglie»23, «breve vigilia d’ebbrezza»24.

 

  1. F. Nietzsche, Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, v. 8°, tomo II, Adelphi, Milano 1964, p. 266.
  2. L.A. Feuerbach, L’essenza della religione, trad. it. di B. Bacchi, Newton, Roma 1994, p. 25.
  3. Ibidem.
  4. Ibidem.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 26.
  7. Ivi, p. 27.
  8. Ivi, pp. 62-63.
  9. Ivi, p. 64.
  10. Ivi, p. 66.
  11. A. Rimbaud, La stella piange. Poesie e prose liriche, trad. it. di G. Grange Fiori, Mondadori, Milano 2007, p. 40.
  12. Ibidem.
  13. Ibidem.
  14. P. Neruda, Poesie d’amore, trad. it. di R. Bovaia e R. Paoli, Mondadori, Milano 2007, p. 19.
  15. Ivi, p. 38.
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 19.
  18. Ibidem.
  19. A. Rimbaud, Illuminazioni, a cura di G.A. Bertozzi, Newton, Roma 1994, p. 59.
  20. P. Neruda, Poesie d’amore, cit., p. 44.
  21. A. Rimbaud, Illuminazioni, cit., p. 59.
  22. Ivi, p. 39.
  23. Ivi, p. 47.
  24. Ivi, p. 41.

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