Racconti, Scrittori salentini

Giardini segreti salentini

di Lorenzo De Donno

Com’erano i giardini segreti delle vecchie case salentine? Certamente non avevano prati inglesi, perché l’acqua era preziosa com’è preziosa, ancor di più, adesso. Nei contemporanei, evidentemente, è venuta meno la consapevolezza della sua preziosità. Basta aprire un rubinetto: è facilissimo e l’acqua sgorga a prescindere se è un acquedotto a fornirla o un pozzo, legale o abusivo. Non ci vuol un grande ingegno per capire che pompare acqua dolce dalla falda per irrigare un prato sia un atto che ha poco senso nell’arido Salento, luogo che dovrebbe essere apprezzato per le sue peculiarità naturali e non per l’imitazione di ambientazioni nordeuropee che non gli appartengono.

C’erano sicuramente le rose, nell’antico giardino, rampicanti o cespugliose, spesso di razze remote che, schiudendosi, rivelavano inaudite irregolarità, con molteplici vortici di petali al posto dell’unico fulcro, al centro del fiore. Le rose, di solito, erano disposte lungo un vialetto che portava a una nicchia di pietre, assemblate con la tecnica del muretto a secco, addossata al muro di confine. Invece di pretendere la perfezione degli incastri, allu “mesciu paritaru” si richiedeva di utilizzare, intorno al vano che accoglieva un’immagine sacra, o una statuina di santi o madonne, pietre spesso antiche, selezionate in zone carsiche o marine, in modo che, sistemate con arte, potessero simulare l’ingresso di una grotta naturale. Ai lati dell’edicola, di norma, si lasciava crescere un gelsomino profumato o un altro rampicante. Lungo un muro della casa non mancava, poi, un cespuglio di margherite e l’angolo delle erbe aromatiche: quelle perenni, quali il rosmarino, la menta, la salvia (questa più recentemente) e la citronella per tenere lontane le zanzare, e quello delle erbe stagionali, che venivano seminate in un piccolo semenzaio e poi interrate a dovere alla giusta distanza.

A fare da sfondo, poi, c’erano due o tre alberi di agrumi, perché non poteva mai mancare il limone, l’arancio e il mandarino. Anche il cachi era insostituibile ed era l’unico albero che davvero aveva una mutazione precisa per ogni stagione dell’anno. Dall’equilibrio, quasi geometrico, dei rami spogli nel periodo invernale, che ricordano gli alberi stilizzati di Mondrian, alla discreta fioritura e al verde brillante delle foglie a primavera, fino all’arancio dei frutti, a fine estate, e al rosso cupo della chioma in autunno la cui caduta spesso anticipa la maturazione degli ultimi cachi. Questo è uno dei pochi alberi che si spoglia quando i suoi rami sono ancora carichi di frutti, che rimangono appesi a lungo, quasi fino all’arrivo del freddo, come le sfere di vetro delle decorazioni sull’albero di Natale che si indugia a smontare a fine festa.

I ragazzi si divertivano, un tempo, a far cadere quei cachi piu alti muovendo i rami, o usando uncini e pertiche, e spesso diventava un gioco da roulette russa quanto un frutto maturo si staccava dal peduncolo e cadeva sulla testa di un malcapitato. E poi, il gioco continuava anche dopo averne mangiato a sazietà: si tagliavano i semi in due e si osservava la forma del germoglio interno; poteva essere quella di un coltello, di un cucchiaio o di una forchetta. Non c’era un significato predittivo. Si prendeva solo atto della posata che si era palesata.

Poi, verso gli anni settanta, molte case furono ristrutturate e sopraelevate e il giardino fu stravolto e rimodernato. La pietra lasciò il posto alla ceramica, al marmo e al granito. Apparve l’erbetta all’inglese e i vialetti di terra battuta furono cementati per non sporcarsi le scarpe camminandoci sopra. I limoni resistettero ma il cachi, ritenuto albero che sporca, fu spesso eliminato e sostituito con piante ornamentali: troppe foglie in autunno da spazzare, troppe mosche attirate dai frutti caduti e troppi moscerini nell’aria, ebbri del succo zuccherino, segretamente fermentato sotto la buccia trasparente.

 

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