Territorio

Quello che ci rimane

di Lorenzo De Donno

ulivi pittori salentini
Salvatore Leone: Ulivo secolare (Olio su tela 100×150)

Sembrerà un sacrilegio, quasi l’ostentazione di un atto di empietà, ma io confesso – in tutta sincerità- di non aver mai amato particolarmente gli uliveti. La spaziatura ideale fra gli alberi, le costanti potature, la pulizia ossessiva intorno a ogni tronco contorto, che disegna cerchi di compasso sulla terra finemente livellata e battuta, mi hanno sempre suscitato rispetto e ammirazione verso l’arte contadina, quello sì, ma non me li hanno mai resi luoghi realmente accoglienti per il fisico, giacché un uliveto è un luogo di lavoro duro e non è mai un’oasi di frescura, né per la mente, che rischia di rimanere soggiogata dalla bicromia del verde argento delle chiome e del rosso della terra. E questo a prescindere dalla oggettiva bellezza di ogni singolo albero, dai frammenti di storia fermi nelle pieghe dei tronchi centenari. Ho persino pensato che anche il tarantismo fosse influenzato da questo contesto. Che prospettiva avevano le donne, in quel tempo? In casa erano costrette a infilare le foglie di tabacco, vittime di un patriarcato contadino e ignorante (nel senso di chiusura mentale alla conoscenza di tutto ciò che era esterno al piccolo mondo rurale) e, fuori di casa, prigioniere di un panorama, che si replicava all’infinito, di filari e filari di alberi, tutti uguali, tutti alla stessa distanza. Nessuna possibilità di fuga, neanche prospettica. Facile, per la “taranta”, trovare il percorso ideale per insidiare e pungere profondamente le giovani, fino ad avvelenarle nell’anima.

Uscendo da Palmariggi, le cui case “son spalliere di divano”, secondo una bella metafora di Vittorio Bodini, si può scegliere l’immissione diretta sulla statale, oppure si può proseguire per via Roma, e poi lungo la stretta salita di Monticchio che, negli anni Sessanta, mandava in surriscaldamento i radiatori di molte auto sovraccariche e scarse di manutenzione. In cima all’altura si trova l’immissione sulla stradina secondaria che si dirige verso il mare con una pista ciclabile e con ampi tornanti che ne addolciscono la discesa. È quel tratto che corre quasi parallelamente alla Statale 16 che, invece, segue il suo tracciato lineare, nel solco (letteralmente) di quei lavori di sbanco, ormai remoti, che hanno inciso un tratto della collinetta di Montevergine.

Questo percorso secondario, nel punto più alto, pertanto, è più elevato di qualche metro rispetto alla strada di grande scorrimento, quel tanto da consentire una visione del panorama quasi come se fosse ripreso da un drone. Da quella posizione, infatti, si vede il doppio nastro d’asfalto grigio che sembra tuffarsi nel mare. Un mare che, da lassù, si presenta azzurro cupo quando è agitato e di infinite tonalità di celeste, fino a degradare al bianco, quando è calmo. Molto spesso, andando ancora oltre con lo sguardo, si distinguono, certe volte solo si immaginano, le montagne dell’Albania, con una definizione che varia molto secondo la limpidezza dell’aria. Sull’ossessione dei salentini dell’est per le “loro” montagne si potrebbe aprire un dibattito. Fa parte delle passioni fotografiche e dei sogni ricorrenti di molte persone, sogni che hanno – spesso – anche gli stessi contenuti visionari, del tutto divergenti dalla realtà oggettiva di quel paese.

Da una parte e dall’altra della statale, prima, c’era uno sconfinato tappeto verde argento di ulivi, rigato dal rosso cupo della terra, tanto regolare e perfetto da potersi individuare persino la trama e l’ordito. I colori e la ruvidezza di un tweed. Questo succedeva una volta e, per quanto non fosse il mio panorama preferito, era il volto dell’entroterra salentino, un biglietto da visita apprezzato da chi – scevro dai miei preconcetti – voleva venire a soggiornare da noi, era il lavoro di generazioni e generazioni di contadini e di imprenditori. Ora il panorama è post-atomico e non lo guardo più, come evito di guardare le ferite aperte su un essere vivente, o le immagini particolarmente crude alla TV. Cerco di pensare ad altro e di abbreviare il tempo del tragitto. Ma se sottraiamo dall’entroterra Salentino la spontaneità e l’immediatezza dei rapporti umani, falcidiati dalla pandemia, e i suoi uliveti verde argento, rimane davvero poco da godere. Rimangono le masserie, i muri a secco, qualche scampolo di macchia mediterranea. Rimangono i paesi silenziosi, ora più simili a quelli descritti da Bodini. È tanto quel “poco”, è vero, ma non è più sufficiente. Rimane anche l’Albania, osservata da un’altura, per chi la sa trovare oltre la foschia. Ma questa è roba per visionari.

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