Storia

STORIA DI UN NAUFRAGIO TRA GIALLO E VERITA’

di Giovanni Greco

Che c’azzecca il naufragio di una nave da pesca oceanica di San Benedetto del Tronto con il Salento? E’ la prima domanda che ci si pone avendo tra le mani il volume “Dirò del Rodi” curato da Giuseppe Merlini, in cui sono documentate le vicende legate alla tragedia della “Rodi”, che il 23 dicembre 1970, a 5 miglia dalla costa marchigiana, si capovolse a causa del mare in burrasca mentre, dal porto di Venezia dove era stata per la pulizia della carena, rientrava in quello di San Benedetto del Tronto dopo aver navigato e pescato nelle acque atlantiche della Mauritania, del Senegal e della Liberia.

Una sciagura che il Comune di San Benedetto del Tronto ha voluto commemorare affidandosi alla puntuale e corposa ricerca archivistica di un giovane copertinese, Giuseppe Rolli, ufficiale di Marina e appassionato di storia locale. Mesi di indagine da cui emergono i contenuti di giornali di bordo, verbali d’inchiesta, testimonianze, lettere di protesta e soprattutto un corredo di immagini fotografiche di viscontiana memoria da cui i registi Giacomo Cagnetti e Rovero Impiglia hanno realizzato uno straordinario documentario per Rai Storia. Eccolo, dunque, il tratto d’unione tra il Salento e le Marche.

In quell’infausto evento perì l’intero equipaggio: dieci marinai il più giovane dei quali aveva solo 16 anni. Una volta recuperata la motonave, alcuni di essi furono ritrovati al suo interno, mentre i cadaveri di altri tre furono rinvenuti nel febbraio seguente al largo di Grottammare e in Puglia, lungo le coste garganiche.

La sciagura provocò una forte sollevazione popolare tra gli abitanti di San Benedetto del Tronto, in particolare della categoria dei marinai ancora senza tutele. “Dirò del Rodi” è infatti il racconto di una città che, stanca dell’ennesima tragedia del mare ed esasperata dall’indifferenza delle istituzioni per i ritardi nel recupero dei corpi dei marinai bloccò con barricate l’Italia per diversi giorni, con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica sulle gravi condizioni dei lavoratori del mare. La principale accusata fu la società armatrice (Aretusa), colpevole di aver ritardato le operazioni di recupero delle salme e preoccupata perlopiù di incassare il premio assicurativo, giacchè la “Rodi” lo era per 400 milioni di lire. Alcuni anni dopo, questi avvenimenti ebbero come effetto il primo contratto di lavoro per i lavoratori del mare.

“Ci sono vicende che travalicano i confini della cronaca per assurgere a simboli di un’epoca. Il naufragio del motopeschereccio “Rodi” è una di quelle”.

 

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