Saggio

#luglio_dante

di Luigina Dongiovanni

Dante l'inventore del Purgatorio - Zanichelli Aula di lettereE per il nostro appuntamento mensile con Dante avrei deciso di parlare dei colori. E del Purgatorio, la mia cantica preferita. E dell’Angelo Portinaio: Purgatorio, canto IX.

Salvando gli esperti, sconosciuto ai più millantati lettori della Somma opera, l’Angelo Portinaio è l’apice dell’allegoria dei colori nella Divina Commedia.

Siamo ormai a buon punto del nostro viaggio che qualcosa l’abbiamo imparata: nell’Inferno c’è buio, grida, lamenti, vento e a volte caldo a volte freddo; nel Paradiso, molta luce, trasparenza, gioia, carità, canti e canti e ancora canti. E nel Purgatorio?

Nel mio immaginario la montagna del purgatorio oltre ad essere suddivisa in cornici, aver una bella spiaggia come quelle salentine, avere un bellissimo bosco verde e due fiumi rigogliosi su in cima, è uno spaccato della vita quotidiana, dove Dante incontra i suoi amici, i suoi contemporanei, entra nel Paradiso terrestre, si lava e dimentica i suoi peccati! Ed è qui che facciamo entrare in gioco il nostro Angelo Portinaio.

Siamo all’inizio del Purgatorio vero e proprio: come sapete tutte le cantiche si dividono in tre parti; il Purgatorio si divide tra Antipurgatorio, Purgatorio vero e proprio e Paradiso terrestre, dove c’è la mia amata Matelda.

Prima di entrare nel Purgatorio vero e proprio, Dante e Virgilio arrivano davanti a “’l gran sovrano” (Purg., IX, v.80), e dovette sembrar loro davvero un gran sacerdote o un gran re quell’Angelo meraviglioso seduto su un trono, posto su tre gradini, e con una spada in mano: e qui si nota la somiglianza estrema con i re medievali, o grandi feudatari, o anche i vescovi-conti.

La luce irradiava dalla spada, simbolo di verità, ma lo attorniava come era abitudine pensare agli angeli e ai beati in quel periodo: l’estrema luminosità sottolineava l’inettitudine e la limitatezza umana in confronto alla beatitudine e alla potenza degli angeli e dei beati.

L’Angelo Portinaio li blocca subito e chiede espressamente a Dante di esprimere il fatto di essere un raccomandato! “Dov’è la Vostra scorta?”, chiede, perché sena un aiutino…dall’alto…nessuno può entrare vivo nell’aldilà.

La domanda sembrerebbe scontata e retorica (ossia, inutile, perché l’Angelo sa già), ma ricordandoci sempre che siamo nel medioevo essa rispetta i canoni di un rituale.

Virgilio sapiente giuda interviene nominando una donna del cielo che “di queste cose accorta” (Purg, IX, v.88) era il loro lasciapassare. Si propende a pensare che la donna sia Santa Lucia. E l’Angelo Portinaio accogliendo l’ordine impartito indirettamente augura a Dante che l’aiuto della donna non sia vano.

I due procedono più avanti e vedono meglio il trono su cui è seduto l’Angelo Portinaio.

Partendo dal basso, il primo gradino è bianco: rappresenta la contrizione del cuore durante o meglio agli inizi del sacramento della confessione. Il peccatore ricorda tutti i suoi peccati e di quelli si pente, rendendo la sua anima bianca, ossia pura e limpida come il marmo. L’anima fa pulizia e cancella via il peccato.

Dante solleva gli occhi, il secondo gradino era di un colore più scuro: rappresenta la confessione orale del sacramento della confessione. Il peccatore si denuda, parla, e aprendo la bocca caccia via il male che ha dentro di sé, e il male che esce fuori sono le fenditure che Dante vede su questo gradino: esso era fatto di una pietra non levigata e piena di fenditure in ogni direzione, quasi stillicidi di male che fuggono dall’anima perché scoperti, lasciando quel nero che avevano contribuito a creare in fondo al cuore dell’anima peccatrice.

Dante solleva ancor di più gli occhi e guarda il terzo scalino di un rosso puro e sanguigno: rappresenta la remissione dei peccati del sacramento della confessione. Il peccatore si assume l’impegno attraverso le opere a riparare i peccati commessi o i danni cagionati, a offrire un’opera, a fare un sacrificio morale o materiale (o entrambi), che valga come soddisfacimento del male procurato. La massiccia compattezza dell’ultimo gradino indica la fermezza con cui l’anima pentita contrasterà il peccato, con fede impavida.

Salendo più su con lo sguardo, Dante vede dapprima i piedi dell’Angelo Portinaio, poi le sue vesti e infine la figura dell’Angelo che sedeva su un trono che sembrava di diamante, simbolo della fermezza del confessore.

Dante sale i tre gradini e si inginocchia ai piedi dell’Angelo, chiede perdono e misericordia per i suoi peccati, chiede di aprirgli la porta e fargli continuare il suo viaggio lungo le sette cornici del purgatorio per espiarli ad uno ad uno.

L’Angelo acconsente, ma prima di lasciarlo passare, con la punta della sua spada sulla fronte gli segnò sette “P”, poi con due chiavi, una d’oro (il giallo) ed una d’argento (il grigio) aprì la porta del Purgatorio.

La chiave d’oro simboleggia il potere di legare e disciogliere, la chiave d’argento è simbolo della scienza e della sapienza: entrambe sono detenute dall’Angelo Portinaio che altri non è se non un confessore che attraverso i poteri conferiti dalla Chiesa (chiave d’oro) riesce a penetrare entro la coscienza del peccatore, comprenderla e giudicarla (chiave d’argento).

Questa è una lezione che mi mancherà più di tutte: la scena è mistica, semplice e grandiosa nello stesso tempo. I colori illuminano l’aula e la lezione. E il mio compito a casa è quello, per ogni Quarta che ho avuto, di disegnare l’Angelo Portinaio, e di appendere poi le opere in classe. Esperienza meravigliosa.

Dante non può essere costretto in una lettura miserabile dei canti resi noti da grandi nomi.

Dante insegna in ogni pagina, in ogni verso ed in ogni parola.

Per questo è l’opera che preferisco in assoluto: un uomo che ha reso effabile l’indicibile.

 

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio. 96

 

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso. 99

 

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante,

come sangue che fuor di vena spiccia. 102

 

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