Scrivere il Salento, Storia

Il monachesimo greco nel Salento

di Eufemia Attanasi

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d. C.) l’Italia si trovò nelle mani dei barbari, fino a quando l’imperatore Giustiniano ne fece una provincia dell’Impero romano d’Oriente (555-553). Secondo J. Décarreaux durante la dominazione bizantina il Salento fu un bastione dell’ellenismo nell’intera Italia. Però un autentico processo di ellenizzazione iniziò successivamente in seguito al riordinamento amministrativo dell’impero e alla presenza del monachesimo greco.

All’inizio dell’VIII secolo il conflitto religioso e culturale tra Roma e Bisanzio si acuì e, quando l’imperatore Leone III Isaurico con due decreti, del 726 e del 730, proibì il culto delle immagini sacre (iconoclastia), il papa Gregorio III gli vietò di intromettersi nelle questioni religiose.  L’imperatore reagì attuando una serie di riforme: sul piano amministrativo abolì i privilegi di cui godevano i patrimoni pontifici e stabilì che l’imposta fondiaria fosse devoluta all’imperatore piuttosto che alla Chiesa di Roma; sul piano religioso dispose che le diocesi di Creta, della Calabria, della Sicilia, di Napoli e della Sardegna passassero sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli.

Alcuni studiosi, come Rodotà, Tanzi, Medea sostengono che i monaci greci sarebbero giunti in Terra d’Otranto durante la lotta iconoclastica. In particolare, i monaci iconoduli, per sfuggire alle persecuzioni sotto Costantino V, si sarebbero rifugiati sulle coste del Salento, seguendo il consiglio di Santo Stefano il giovane. Sembra attendibile anche l’ipotesi secondo cui il flusso dei monaci sia coinciso con l’avanzata araba in Sicilia; quando nell’831 gli Arabi invasero la Sicilia, i monaci sopravvissuti preferirono fuggire in Terra d’Otranto, dove crearono tre regioni monastiche: nel basso Salento, sulle colline di Taranto e sulla costa tra Brindisi e Bari. Giunti qui, i monaci continuarono a vivere secondo la loro organizzazione e adattarono a celle eremitiche grotte naturali oppure le scavarono con le proprie mani (laure). Nel Leccese si trovano soprattutto grotte scavate in campagna, verticalmente come dei pozzi, a cui si accede attraverso una buca dall’alto o lateralmente; nel Tarantino e nel Brindisino sono più frequenti le grotte scavate orizzontalmente nei fianchi delle gravine. Accanto alle celle eremitiche sorsero le cripte per il culto.

Nel corso del X-XI secolo i basiliani aggiunsero altre grotte che servivano come deposito per macinare le olive, i trappeti ipogei e, intorno ad essi, cominciarono a sorgere capanne di contadini e pastori che aiutavano i monaci nelle loro attività e partecipavano anche alle funzioni religiose. Dunque, con i Normanni scomparvero i monasteri di tipo speleolitico e sorsero i monasteri cenobitici con chiese e fabbricati, grazie alle donazioni dei privati e alla bonifica dei terreni, per cui i monaci si trasformarono in proprietari terrieri. Ad esempio, Boemio I donò all’Abbazia di San Nicola di Casole il casale con tutti i suoi diritti e la esentò dal pagamento di qualsiasi tributo; ulteriori privilegi le furono attribuiti dall’imperatrice Costanza, regina di Sicilia. La concessione delle terre permise lo sviluppo di colture a lungo termine, come la vite e l’olivo. Il monachesimo greco con le popolazioni rurali che dipendevano da esso, sia materialmente che spiritualmente, diede unità e continuità alla vita greca e fu “il lievito prima di divenire il reliquiario delle tradizioni bizantine” (Guillou).

Per lungo tempo si è pensato che il monastero di S. Nicola di Casole sia stato un grande centro di diffusione della cultura bizantina, soprattutto quando Nettario fu eletto egumeno; originario di Otranto, filosofo, teologo, esegeta s’impose per la sua personalità. Accompagnò per due volte come interprete le legazioni inviate da Innocenzo III a Costantinopoli; intraprese un terzo viaggio a Nicea (1223-1224) per volere di Federico II e da lì ritornò colmo di libri che arricchirono la biblioteca. Quindi, mentre a Palermo alla corte di Federico II nasceva la scuola poetica siciliana, intorno a Nettario e all’Abbazia si costituiva un circolo letterario, di cui fecero parte eminenti uomini del tempo. Gigante e Borsari sostengono che Casole svolse il ruolo di centro promotore della cultura greco-salentina, non solo nel XIII ma anche nei secoli successivi. Non tutti sono d’accordo e tendono a ridimensionare questo ruolo: Décarreaux, Canart, Jacob ritengono che il livello culturale dei monaci italo-greci fosse modesto e che, quindi, sia difficile credere ad un’influenza determinante esercitata dal monastero sullo sviluppo della cultura ellenica in Terra d’Otranto. Casole non fu l’unico centro di trasmissione della cultura bizantina, vi erano altre scuole monastiche, come il Ginnasio di Nardò.

Se fino all’XI sec. nella maggior parte delle diocesi pugliesi fu officiato il rito greco, con l’avvento dei Normanni fece la sua comparsa il rito latino. Essi portarono avanti una politica di tolleranza religiosa perché per loro la religione, oltre che un instrumentum regni, era un ufficio che i sovrani derivavano direttamente da Dio: accettarono il rito ortodosso, ma contemporaneamente diffusero quello latino; ammirarono i monaci basiliani, ma favorirono la costruzione di conventi benedettini. Quando nel 1059 Papa Niccolò II a Melfi stipulò un accordo con Roberto il Guiscardo, conferendogli il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, i Normanni ottennero la legittimità sui territori conquistati.  In questo modo il pontefice voleva servirsi di loro per riconquistare la Sicilia musulmana, la Calabria e la Terra d’Otranto soggette al Patriarca di Costantinopoli. Uno dei primi provvedimenti presi dai Normanni fu quello di nominare arcivescovo di Otranto un latino, fedele alle direttive della Chiesa di Roma: ciò determinò la rottura del clero greco con il Patriarca. Il processo di latinizzazione del monachesimo cenobitico trovò notevoli difficoltà perché i monaci esercitavano una grande influenza sulle popolazioni greche che non avevano fiducia nei Normanni.  All’inizio il Guiscardo assunse un atteggiamento intransigente, però poi i suoi successori furono più accomodanti.  La situazione cambiò quando, durante la quarta crociata (1202-1204), Costantinopoli fu conquistata e saccheggiata: il clero greco, rimanendo privo del suo capo spirituale, perse la sua posizione di prestigio nel Salento e in Calabria.  Il clero latino cominciò ad accusarlo di corruzione e di ignoranza, anche se ciò non era vero, allo scopo di impadronirsi delle sue rendite e dei suoi beni immobili: attraverso le Chartae, atti di donazione e compravendita, gli enti ecclesiastici si assicurarono la legittimità giuridica dei beni acquistati dai contadini in cambio di vantaggi spirituali.

Negli ultimi anni del 1200 in Terra d’Otranto iniziò la fioritura della cultura latina che continuò fino al 1500. Nel corso dei secoli 1100-1500 il clero greco scomparve nella maggior parte dell’Italia meridionale, restò vivo solo nel sud della Calabria, nella zona di Messina e nel Salento, dove perse presto il suo prestigio e sopravvisse solo in alcuni paesi. Sicuramente il sacco di Otranto e la distruzione del monastero di Casole (1480), per mano dei Turchi, fu un avvenimento decisivo per le sorti della cultura greca  e l’eclissi del rito ortodosso in Terra d’Otranto.

 

BIBLIOGRAFIA

Canart, Dibattito,  MGM

Décarreaux, Normandes papes et moines en Italie meridionale et en Sicile XI-XII siecle, Paris 1974

Gigante, Poeti bizantini

Guillou, Il monachesimo greco in Italia meridionale e in Sicilia nel Medioevo, in EIO

Mazzotta, Monaci e libri greci nel Salento meridionale, 1989

Medea, Gli affreschi delle cripte pugliesi, Roma 1939

Stefano Diacono, Vita Sancti Stephani Junioris, in PG.

Jacob, La formazione

Kolzer, Zur Geschichte des Klosters S. Nicola di Casole, in “QFIAB” 1985

 

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