Poesia, Saggio

Su Sylvia Plath

di Anna Rita Merico

“ A poco a poco il sospetto che i cattolici avessero occhi a raggi X diminuì e mi sentii più a mio agio.

Avevo usato bene del mio permesso in città, pensai.

Appartenevo a me stessa”[1]

Sylvia Plath

La tua grafia minuscola, appena sbilanciata a destra. Nel “mar dei Sargassi” (così chiamavi il tuo diario), vi è segnato quello che hai pescato intenta nel tuo percorso di ricerca. Hai cercato, ossessivamente, la tua Voce. L’hai cercata nel tuo dentro fatto di bui che anelavano a luce e a parola. Ted, Ted Hughes, tuo marito, sposato nel 1956, ha ritenuto giusto tagliare parti dei tuoi scritti. Parti in cui, a parlare, erano il tuo odio, la tua rabbia, le tue emozioni tempestate. E’ stato duro per lui accettare i tuoi affilati giudizi su amici, parenti ma, aveva davvero compreso quanto dolore c’era nelle tue parole per un mondo che, tu, volevi lacerare come placenta stretta?

Ted Hughes ci ha detto di come, tu, Sylvia, scrivessi per compiacere editori e mercato rendendo, in tal modo, “artificiosa” la tua scrittura; ci ha detto quanto, tu, non fossi mai contenta del risultato ottenuto. Tu, sempre alla ricerca di una nuova nascita. Tu che ci hai insegnato la tensione alla nascita dopo laceranti gestazioni. 

Ciò che di te ci ha affascinato è il farsi del processo di scrittura, un processo che, nel suo dinamismo, ti ha custodita, consentendoti di procedere sino alla fine. Hai trascorso ore a fiutarti come bracco fiuta tartufo. Hai sentito e hai saputo quanto la tua voce, non fosse contemplata nell’universo dei segni espressivi dati. Il tuo simbolico ha avuto bisogno di estremi e tagli per poter emergere e potersi mostrare.

Di Sylvia Plath abbiamo amato la sua capacità di affondo nell’autocoscienza. Nel suo affondo, Plath rifugge da ogni infedeltà a se stessa. Già negli anni scolastici aveva espresso la propria insofferenza per le imbriglianti logiche istituzionali. Il suo sguardo, puntinato come un setaccio e assetato di forme aderenti al suo sentire, conosce anche il doloroso scenario di un percorso psichiatrico. E’ all’interno dell’odissea psichiatrica che trovano genesi personaggi e forze potenti con cui si misurerà rivendicando la fonte del sogno, dell’immaginazione, dell’alterità individuale come luogo da cui testimoniare rifiuto dell’imposizione al “come” debba essere la mente umana.

L’impatto della Plath con la psichiatria mette a dura prova la sua volontà di preservarsi in un al di qua che era, per lei, luogo della creatività ossia, luogo lontano dalla normalità livellante che le veniva  esistenzialmente richiesta. La sua creatività era innervata in vicende biografiche che la avevano segnata. La sua creatività restava imbrigliata in talune sue zone rendendole, a tratti, impossibile collocarsi nella dimensione della libertà cui anelava.

I suoi movimenti di ricerca espressiva esplodevano all’interno di una dimensione primigenia vissuta come stanza di uscita dalle costrizioni. Il suo pulsante desiderio di parola la teneva catapultata in un intimo di immagini primigenie che ci consente, oggi, di saperla in quella zona prolifica (perchè immensamente innovativa) delle  scritture eretiche del ‘900 letterario. Sylvia Plath  ha convissuto con lo sforzo di colmare e contenere solitudine e vuoto esistenziale. Solitudine e vuoto, ci chiediamo, solo suoi o di più di una generazione del XIX sec., generazioni vissute dopo la II Guerra Mondiale? Generazioni alla ricerca spasmodica di una fondazione nuova nella quale e dalla quale potersi, ancora, dire e significare?

Madri, un racconto del 1962. Si snocciolano i passi lenti e abitudinari di Esther, Rose e Nolan. Una figura, il pastore, mesce la misura delle relazioni sociali e dell’ ordine che governa i ruoli delle tre donne ma, dove mettere l’imbarazzo di Nolan? Lei era una divorziata, come poter far parte della Mothers’ Union?

E Norton? Nel Cinquantanovesimo orso, racconto del 1959, Sadie e Norton sono nel parco seguendo il Grand Loop. Tutta la realtà di Norton gocciola bagnata come da un finestrino da cui cola pioggia. Norton si chiede se il suo cervello si stia spappolando, mancanza di punti di riferimento, buio, un paesaggio lunare, un orso afferra gli involti delle loro derrate mentre…”una forte nausea gli saliva dal cuore…”

Una scrittura lenta, dipanata come in sequenze cinematografiche. Tutto avviene nel molle di una domanda o di una preoccupazione o di una considerazione. E’ come un taglio che attraversa un punto netto di una tela disordinandone la trama, lasciando il lettore spaesato sulla punta di una riflessione affilata come una lancia. Racconti morbidi nella loro ossessività, foto narrative scattate da un preciso e millesimale punto di non ritorno. Punto in cui la realtà si annicchia in evanescenze nelle quali i corpi restano svuotati, assenti. E’ la sottrazione spietata dall’America maccartista quella che Plath ci mostra. Una sottrazione da una realtà che non prevede posto né per la poesia né per una visione divergente da una realtà che si stava, socialmente, rifondando.

Sono gli anni in cui Betty Friedan intervista sue ex compagne di studio allo Smith College, il lavoro ha una sua centrale ricaduta nella Mistica della femminilità pubblicato nel 1963. Sylvia Plath aveva compiuto i suoi studi universitari allo Smith College.

Drammaticamente urlanti le pagine di La campana di vetro. Indimenticabile Esther (i nomi ritornano) appesa al braccio della dottoressa Nolan, le pareti piastrellate, i muri lucenti, i misteriosi corridoi, la signorina Huey e quella oscurità che la “cancellò come un gesso sulla lavagna.”

L’evanescenza dei corpi, il potere sui corpi, il potere che viene da dentro come dato non governabile e il potere che viene da fuori come alfabeto di negata libertà. In molti tratti il soggetto narrato è come melassa che gocciola alla ricerca di una realtà. Le pagine della Plath risultano essere traboccanti di emozioni, di temperature, di trasparenze, di fuga dal pensiero ossessivo, di ricerca di leggerezza. Sono quadri di una normalità iper-realista, un iper-realismo sui generis che denuncia  morte, attacco, ironia profonda, acutezza.  Ma è, anche, come se il puzzo dei campi di concentramento si fosse spalmato ovunque lasciando attonita l’umanità.  

L’esistenza quotidiana, chiusa dentro ad una campana di vetro, scoppia lasciando frantumi, emorragie, perdite, raggrumati tessuti. La riabilitazione è il prosieguo di una ricerca di identità: è riabilitazione ogni ricomparsa da quel nulla fondo che la attrae con ferocia. Sylvia Plath rimesta in quel nulla fondo alla ricerca di forme da cui sia possibile ripartire, da cui mostrare un inizio altro.

Abbiamo bisogno ancora di tempo, Sylvia, per leggere le tue pagine. Da esse ancora fumiga il bollente del tuo vedere, il bollente di una storia (quella di un secolo, il XIX) che ha tradito l’umanità, il bollente di visioni con le quali hai saltato sul dolore dell’esistente, sulle perdite della contemporaneità.

Johnny Panic il novello cantore dei nostri giorni: “Tutti i giorni… siedo alla scrivania… a battere a macchina i sogni altrui. Cioè, non i sogni soltanto. Ai miei capi non bastano i sogni. Trascrivo anche i disturbi della gente: problemi di madre, problemi di bottiglia, di letto, le emicranie inspiegabili… Io, da dove sto seduta, mi sono fatta l’idea che il mondo è governato da una e una sola cosa, il panico… Le mie mansioni consistono principalmente nel copiare a macchina le cartelle cliniche dei pazienti… Non esiste sogno da me trascritto nei nostri schedari che io non conosca a memoria. Non esiste sogno che io non abbia ricopiato, a casa mia, nella Bibbia dei Sogni di Johnny Panic…”[2]

Sylvia Plath ci narra anche il suo sogno: guarda un lago da un elicottero, in fondo ad esso si muovono masse, in realtà, draghi e fattezze mostruose. Personaggi di eoni lontani, prima che l’uomo compaia sulla terra. Sognando e risognando, sognando e galleggiando giunge ai grandi archetipi ove, un serbatoio comune, raccoglie tutto il liquame delle ere andate, sogni lasciati nei millenni e visioni che procedono sino “all’amante ultimo”. E’ lì che s’adagia l’unica, grande fratellanza nonostante siamo ottusamente sicuri di essere, tra noi, individualità scisse. E’ sogno junghiano, da Libri Neri. E’ sogno da affondo nel magma del sé. E’ sogno di anelata ricerca di trasformazione dell’umanità.

Vedo tutto il tuo lindo perbenino

Che ti si chiude addosso come un pugno di bambino          …

Io sono ancora cruda.

Ma ti dico che forse tornerò.

Lo sai bene a che servono le bugie.

Nemmeno nel tuo cielo Zen t’incontrerò.[3]

L’opera di Sylvia Plath ci narra del nostro tempo, ci tiene al palo di ciò che abbiamo perso e a cui aneliamo. La sua intelligenza creativa ha tentato in tutti i modi di superare i limiti della sua stessa  ricerca di consapevolezza. Tra le altre, due dimensioni convivono chiaramente nella sua produzione. Da un lato, un io inchiodato nella sua fetalità: è la parte che non le consente di “vedere” l’altro e, dall’altra, la presenza di una difesa estrema dalle relazioni. Questa difesa la portava a restare in una dimensione di contatto (con uomini e cose) lucidamente immaginifica nella quale, però, lei si consente il lusso di trascendere l’odio lasciandolo produrre versi taglienti e pagine di grande acutezza. Il suo lusso è, dunque, il consapevole collocarsi nel rifiuto della maschera. Dall’interno di queste due dimensioni, Sylvia Plath oscilla lenta tra la propria sensualità femminile e l’autorità maschile da lei vissuta come morte, luogo di schiacciamento di sè.

Nelle liriche colpisce, così come nei racconti, la dimensione temporale lenta. E’ come se, per lei, fossero possibili passi misurati e scorrimenti temporali, a tratti, regressivi. Molta della lirica contemporanea indugia su debolezze che nascono da una fluidità bloccata, smarrita. Nei tratti di percorso in cui l’Io si dissolve, ciò che evapora è l’intera possibilità di indicare. Appare, a quel punto, la nebbia di un’immaginazione potente che si chiude nel loop delle proprie domande ma, anche, delle proprie visioni. Ciò che Plath ci indica è la capacità di dire la difficoltà, trasformarla, renderla parola, sostanza modificata dalla creatività. E’ stato, questo, un passaggio più volte presente nella poesia contemporanea ma, in lei, questo dato ha trovato punte di un eccesso espressivo intimamente invischiato in forme di continua minaccia alla sua stessa sopravvivenza. Una minaccia continua che le saliva dalle viscere della propria interiorità.

“Di nuovo non posso fare a meno di meditare sulla prigionia dell’individuo nella cella dei suoi limiti… Sono ossessionata dalla mia ingessatura in quanto simbolo concreto dei miei limiti e della mia separazione dagli altri… Sono lieta di avere trascritto qui, nudi e crudi, alcuni degli inferni che ho passato… (ho passato) tutto il giorno a leggere libri di critica su Yeats…”[4]

Sylvia lotta con e contro una frantumazione del pensiero da cui emergono immagini e associazioni che tradiscono angoscia esistenziale e intimo spaesamento. Le sue tempeste emozionali confondono le sequenze temporali mentre, lei, nuota all’interno di una infinita ricerca di senso. Averci saputo donare questo pennino del sismografo esistenziale contemporaneo ce la rende cara. Pagine di fondo amore per la vita. Amore nonostante la lacerazione. Amore nelle parole che faticano ad aggrumarsi. Amore oltre lo stesso richiamo alla morte cui non ha saputo sottrarsi. Amore annidato nel dolore. Amore che le ha consentito di lasciarci indimenticabili figure poetiche risalite dal fondo di un’angoscia che ha attraversato, nel naufragio della storia, tante forme espressive del secolo appena andato.

Salento,  setembre 2021

Anna Rita Merico


[1] Sylvia Plath, La campana di vetro, ed. Mondadori  2007, pg. 196

[2] Sylvia Plath, I capolavori, Mondadori 2004, pg 531-532

[3] Sylvia Plath, I miti, Mondadori, 1998, pg. 22

[4][4] Sylvia Plath, Diari, Adelphi 2004, pg 94

 

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