Poesia, Saggio

#gennaio_dante

di Luigina Dongiovanni

Si dice che il figlio di Dante, Pietro, abbia commentato il canto XII dell’Inferno come primo canto da lui scelto per la sua attività di esegeta dell’illustre padre. Diamo per buona questa “leggenda” e oggi posto il primo appuntamento con Dante nell’anno del Signore 2021 d.C., a 700 anni dalla morte del Sommo poeta. Il canto XII si trova subito dopo il canto che contiene l’ordinamento morale dell’Inferno, quindi non proprio un posto innocente. Il XII canto non è tra quelli classici, non si studia a Scuola, forse neppure all’Università, è composto di soli 139 versi ed è dedicato alle anime dei dannati del primo girone del VII cerchio (i violenti), ossia gli omicidi e i predoni. Insomma, un canto per pochi intimi del Poeta! Tra cui noi. Il canto si apre con la descrizione di una terribile frana di dimensioni colossali custodita da un mostro mitico, il Minotauro, figlio degli amori bestiali di Pasife, moglie del mitico re Minosse, e di un toro e si chiude inquadrando i margini di un fiume di sangue che corre lungo un piano, il fiume Flegetonte. Al centro del canto vi è un’immagine di violenza: vi sono alcuni Centauri che armati di frecce velocemente corrono e sfrecciano da una parte all’altra, perché la legge del luogo non sia violata e qualcuno dei violenti lì collocati non cerchi di sottrarsi anche per un attimo alla pena. Sono tre momenti di una rappresentazione realistica che tagliano di traverso al vita nell’Inferno: con uno sguardo durante il suo lungo viaggio Dante coglie momenti di “normale routine infernale”: una frana, i Centauri, un fiume. Ma noi non possiamo passare oltre e vogliamo trovare un motivo (realistico anch’esso) all’ipotetica scelta di Pietro di voler commentare questo canto, per primo. Analizziamo gli spazi. La frana non era desueta all’epoca di Dante – l’Italia è sempre stata una nazione ballerina – e trova una corrispondenza nella Slavina di Marco, nella valle dell’Adige all’altezza di Rovereto; inoltre poiché tutto nella Divina Commedia deve essere letto secondo i quattro sensi della scrittura, contenuti e descritti da Dante stesso nel De vulgari eloquentia, arriva Virgilio in nostro aiuto e ci spiega (in realtà lo spiega a Dante, ma – si sa – chiunque di noi è Dante nel suo viaggio): quel passaggio franoso si aprì il giorno in cui Cristo morì sulla croce; allora la terra fu scossa da un terremoto ed anche l’Inferno ne fu investito. E questo è solo uno dei tanti eventi/segni che si trovano nell’Inferno, segnale tangibile che una nuova età era sorta e che l’Inferno era sempre più limitato nel suo nefasto potere. A valle della frana inizia a vedersi il fiume Flegetonte, un fiume di sangue bollente: vi troviamo immersi coloro che fecero violenza al prossimo, sia quella provocata dall’ira che conduce all’omicidio, sia quella dettata dalla cupidigia e realizzatasi in rapine, aggressioni e devastazioni. (quindi praticamente è strapieno di gente!!).Il terreno a base del cerchio, ossia la superficie del cerchio stesso, è guardato da Centauri armati di saette. Ed è forse su di loro che dobbiamo indagare. Tre di loro si avvicinano a Dante e Virgilio per sapere chi essi fossero e dove andassero: Virgilio risponde che avrebbero parlato solo con Chirone, il centauro saggio maestro di Achille. Ma anche in questo caso la “fisicità” – come si direbbe oggi – di Dante impedisce a lui di continuare il viaggio: tuttavia, anche in questo caso “vuolsi così colà dove si vuole e più non dimandare” e Dante e Virgilio passano il fiume in groppa al centauro Nesso. Quindi i Centauri. Guardiani, fiere isnelle come dice Dante, eleganti e decorosi e insieme aguzzini di quei dannati. Esseri mitologici, che derivano dall’importanza davvero notevole di cui godeva il cavallo, ormai addomesticato, presso popoli di nomadi migratori. Esseri mitologici, ma a volte reali: non erano forse a cavallo le prime apparizioni dei popoli dalle steppe asiatiche, che gettarono nel terrore i popoli mediterranei? E allo stesso modo i Conquistadores spagnoli non vennero considerati metà bestie e metà umani dalle popolazioni indigene dell’America centrale? Quindi esseri metà uomini e metà cavalli che a volte interpretano o vengono assimilati a elementi positivi e a volte ad elementi negati, direi in base al contesto…Ma perché analizzare questo canto per primo?Forse perché il centauro è colui che è più simile ad un padre nella crescita e nell’educazione di un figlio? E Pietro aveva appena perso suo padre. Forse perché il centauro è un essere “a metà”, metà animale e metà uomo e forse “a metà” doveva sentirsi Pietro dopo aver perso suo papà. O forse perché il centauro è il maestro per eccellenza, colui che ti prepara alla vita, colui di cui si fidavano i genitori tanto da affidargli i loro figli. Il centauro è il legame, un mezzo, o forse una corda su cui dobbiamo camminare per diventare grandi, un lungo percorso fatto di istinti bestiali e di istinti umani, di scelte sbagliate perché contro le regole civili e sociali e di scelte giuste: è un pezzo del nostro percorso che ci porta dall’essere bambini all’essere adulti, può essere lungo o breve, può essere pieno di nodi oppure no, può essere doloroso oppure felice. Il centauro è colui che insegna il passato, lo spiega, te lo fa digerire e che ti fa diventare adulto e responsabile seguendoti nelle tue scelte: il centauro è la tua anima, la tua coscienza, sono i tuoi genitori, è il modello che scegli di seguire. Il centauro è in fondo una parte di te, una parte di noi: quell’ancestrale e antica parte che ti unisce al mondo, ricordandoti da dove vieni e indicandoti dove andrai. Pietro se è vero che ha scelto questo canto come meglio poteva onorare il suo papà? Vedendo in lui un maestro, un legame tra due epoche. Un maestro immortale: chi è davvero Dante? E’ solo un maestro? Solo un padre? Solo un poeta? Un politico, un trattatista? Chi è? E Pietro perché ha scelto questo canto per iniziare la sua analisi della Divina Commedia? Sì, c’è sempre bisogno di guardiani nel mondo. Ma c’è sempre bisogno di una guida…..di un centauro al nostro fianco.

 

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