Saggio

#settembre_dante

di Luigina Dongiovanni

Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia - Vatican  NewsNella notte tra il 13 ed il 14 settermbre del 1321 Dante, 700 anni fa, era un corpo esanime senza vita.

La sua esperienza terrena ci ha lasciato la più grande esperienza ultraterrena della storia letteraria, terza dopo quella di Odisseo ed Enea.

Immergersi nei 14233 versi della Divina Commedia è come passeggiare tra le vie di Firenze, Pisa, Padova, Bologna, Pistoia, Siena…forse anche di città un po’ più lontane.. è incontrare personaggi strani o i VIP dell’epoca; donne sole o accompagnate; bere vino, mangiare a sazietà, giocare a dadi, bestemmiare perfino!

Ci sono tutti gli aspetti della vita di quel periodo che noi chiamiamo “medio-evo”, età di mezzo tra i due grandi, l’età classica e lo splendore rinascimentale.

Dante ha fatto risplendere, invece, la sua epoca, che tanti storici oggi chiamano “oscura”, semplicemente riportandoci cosa effettivamente succedeva in quegli anni.

E li abbiamo incontrati nei nostri post precedenti questi avvenimenti, questi personaggi, questi odori, colori e sapori dell’ “età di mezzo”.

Dall’alto del suo metro di giudizio, Dante ha diviso in tre grandi mondi le persone del suo tempo, i cattivi dannandoli in eterno, i buoni premiandoli in base ai loro meriti e i suoi amici, quelli con cui ha vissuto tutti i giorni, quelli come noi, su cui a volte si abbatte la vita, ponendoli in un mondo temporaneo, dando loro la possibilità del riscatto e della gioia eterna.

La grandezza della Comedìa di Dante, il “poema sacro” come lui l’ha nominata citandola, “Divina” per volere del grande studioso G. Boccaccio, risiede per me in alcuni motivi.

La grandezza strutturale vivente nel misticismo del numero 3, la Trinità: 100 canti in 3 cantiche scritti in terzine in rima incatenata, quasi a non voler mai distaccare un verso da un altro, una parola da un’altra, un’immagine dall’altra, un personaggio dall’altro. Tutto d’un fiato, dalla selva oscura alla visione di Dio, e infine delle tanto amate stelle:

«e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV, 139;

«puro e disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII,145;

«l’amor che move il sole e l’altre stelle», Par., XXXIII, 145.

La potenza di ogni singola parola, che ha resistito fino a noi: parliamo, credo, almeno l’80% delle parole ivi usate, anche perché è un’opera da cui si è attinto per il lessico popolare e per quello letterario e perché è un’ “opera-specchio”, cioè i personaggi parlano come se fossero in vita: i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc.

Infine, salutando Dante con questo ultimo post, la bellezza dell’opera.

La Divina Commedia è un’opera bella, bella come la vita, bella come la conoscenza del futuro (o la possibilità di poterlo fare!), bella perché è per le persone comuni, bella perché nasce e termina come un’esperienza di vita.

Bella perché è un dono che un uomo come tanti ha scritto e ha voluto condividerla con gli altri.

Ti ringrazio e ti saluto, Dante mio, in questo mio ultimo anno di insegnamento, dove ti leggerò e ti spiegherò ancora e dove della Comedìa farò vedere tutto ciò che non è convenzionale leggere.

Perché la Divina Commedia è bella per questo: c’è tanto fuori da quella selva oscura.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

(D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto I, vv.1-3.)

 

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