Saggio

#marzo_dante

di Luigina Dongiovanni

Chi l’ha detto che le donne nella Divina Commedia siano soltanto la triade Francesca-Pia-Piccarda e la guida Beatrice? Chi? La Scuola e l’Università, direste Voi tutte/i. E invece no. Le donne nella Divina Commedia sono la quintessenza dell’opera, non esiste passo femminile, non esiste luogo dell’animo gentile che non venga analizzato: in quest’opera le donne non solo sono punite in eterno o sono in attesa di beatitudine eterna o sublimate nel tripudio della Luce eterna! Nella Divina Commedia, le donne sono nominate, ricordate, maledette, offese, elogiate, seguite, ubbidite, prese ad esempio e come esempio anche evitate! La donna è il motivo che spinge Dante a superare il dolce stil novo, è l’Amore che ditta dentro dopo l’esperienza meravigliosa dell’innamoramento di Beatrice che spinge Dante ad uscire dalla selva e seguire Virgilio, dopo che lui stesso gli disse che ben tre donne si sono mosse per salvarlo, in Paradiso. TRE! Di cui una è la Vergine Maria. Quindi non stiamo parlando di un argomento di second’ordine, ma dell’essenza stessa del motivo del viaggio. Senza la donna neppure il viaggio sarebbe esistito: infatti, è la candida rosa ciò che Dante vede. Ma qui mi taccio e inizio il mio viaggio nelle donne della Divina Commedia. Questa volta dall’alto verso il basso. Nel Paradiso la Vergine Maria, Rachele, Lucia, Eva e Beatrice, insieme con Piccarda Donati, sono le donne che sostengono Dante nel suo viaggio, giunto ormai a conclusione. Esse in vari modi avvicinano l’umano al divino: Piccarda gli insegna che vi è uno stretto rapporto tra ricompensa e merito, per cui lei è felice anche se si trova nel Cielo della Luna, il più lontano da Dio. Beatrice diviene sempre più luminosa e gli insegnerà che se ti affidi completamente a Dio diverrai pura essenza e parte di Lui. Nel Paradiso, XXXI, versi 59-60: “credea veder Beatrice, e vidi un sene – vestito con le genti glorïose”. È San Bernardo. Nei versi 64-93 Dante chiede ove sia Beatrice. Bernardo gliela indica. È “nel terzo giro – dal sommo grado”. La Vergine Maria, Rachele ed Eva sono la prova vivente che affidarsi a Dio nelle difficoltà, o alla Sua parola, o confidare in Lui è sempre un atto d’amore che non va mai sprecato: Dio, infatti, attraverso la morte di Suo Figlio ha riscattato Eva dall’Inferno e dal peccato originale. Resta più vicina a Dio la Vergine Maria, “figlia del Suo figlio”, nobile ed alta creatura e nessuna più in alto di Lei può sedere accanto a Dio, Suo Padre, Suo marito e Suo figlio. Creatura unica. Scendiamo nel Purgatorio, la cantica più umana, che canta di un mondo di mezzo, un mondo a tempo determinato, creato dalla Chiesa per dare la possibilità a chi si è pentito in fin di vita di espiare per bene i propri peccati e salire in Paradiso. Il Purgatorio è una montagna; e la metafora dell’ascensione accompagna anche qui le nostre figure di donne che incontreremo: qui troveremo donne che ancora sono vicine alla dannazione eterna e donne più vicine all’eterna beatitudine. Pia de’Tolomei è l’incontro più breve del viaggio di Dante: in pochissimi versi lei si presenta, si sposa e viene uccisa. Ma perdona. Lei, andata in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e capitano della Taglia guelfa nel 1284, sarebbe stata uccisa dal marito che la fece precipitare dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma. La causa del delitto sarebbe, secondo alcuni, la punizione di un’infedeltà, secondo altri la volontà di lui di passare a seconde nozze. Dante la include tra i morti per forza e peccatori fino all’ultima ora, che attendono nel secondo balzo dell’Antipurgatorio (Purg., V, 130-136): la penitente prende la parola e in pochi versi di squisita dolcezza si rivolge a Dante, chiedendogli di ricordarsi di lei dopo che sarà tornato nel mondo e che avrà riposato per il lungo cammino. Si presenta come la Pia, nata a Siena e uccisa in Maremma, come ben sa colui che l’aveva chiesta in sposa regalandole l’anello nuziale. Ed è l’unico incontro. Le altre donne del Purgatorio si divino in tre tipi, ci sono quelle ricordate, ci sono le anime femminili che si purgano e c’è la “femmina balba”. Nella zona dell’ Antipurgatorio, ove sono puniti i negligenti, Corrado Malaspina ricorda sua moglie, che non lo ama più. Non donna, costei, ma “femmina”, incostante, volubile, bramosa soltanto di sesso: “Per lei assai di lieve si comprende / quanto in femmina foco d’amor dura / se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende”. Fra i golosi Forese Donati ricorda la sua “vedovella”, raro esempio di donna dedita a “bene operare”, a differenza delle “sfacciate donne fiorentine”, alle quali dal pulpito sarà “interdetto […] l’andar mostrando con le poppe il petto”. Ovviamente Dante approfitta di qualsiasi spunto per accanirsi contro Firenze, la sua Firenze che lo ha tradito e scacciato. Nel canto XXVI, dove si purificano i lussuriosi, le anime, incrociandosi, si sovrastano con grida a gara. Gridano esempi estremi di lussuria, questa sì degna dell’inferno. “Soddoma e Gomorra”, le une. E le altre: “Ne la vacca entra Pasife, / perché ‘l torello a sua lussuria corra”. Pasife viene ricordata come il massimo esempio di lussuria in quanto si unì con un toro, generando il Minotauro. Dove si purifica l’avarizia, Dante sogna “una femmina balba, / negli occhi guercia, e sovra i piè distorta, / con le man monche, e di colore scialba”. Nel sogno l’apparizione gli si trasforma in una Sirena lusingatrice. Colei si vanta di sedurre i marinai in mezzo al mare e di aver attratto a sé anche Ulisse. Sopraggiunge una donna ardente di santa ira. Virgilio tiene gli occhi fissi in lei e nel contempo agisce: “L’altra prendea, e dinanzi l’apria – fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre; – quel mi svegliò col puzzo che n’uscia”. Cioè: Dante sogna una donna deforme e balbuziente, che il suo sguardo trasforma in una donna bellissima e seducente: essa si presenta come una sirena capace di incantare i marinai, come già fece con Ulisse, finché sopraggiunge una santa donna che fa intervenire Virgilio, il quale mostra come essa abbia il ventre marcio. È Virgilio stesso a spiegarne il significato a Dante, presentando la femmina balba come il simbolo dei beni materiali concupiti dall’uomo: essi danno una falsa illusione di felicità ed è l’occhio avido degli uomini a renderli appetibili, mentre la ragione umana (allegorizzata da Virgilio) ne svela la reale natura e il carattere vile. Scendiamo ora all’Inferno, la cantica più amata da tutti, perché da qui si inizia e qui l’uomo si sente più “a casa”, dato il suo continuo cadere in tentazione. E va beh, almeno lasciatemelo scrivere “Caina attende chi a vita ci spense!”: è l’ultima frase di Francesca, la maledizione al marito: “ti attende la zona peggiore dell’Inferno, quella dei traditori dei parenti, vicina a Lucifero, molto vicina! E lì patirai in eterno la tua pena!” Meh dai, gli poteva andare pure peggio, tipo passare l’eternità con lei affianco… Ma bando alle ciance, l’Inferno non è un luogo per tutti e neppure per tutte. Qui troviamo figure femminili disgustose nella loro abiezione. Furie, maghe, indovine dell’antichità, donne dell’epoca, tutte scurrilmente depravate. Esempi di nauseante lordura. Nel V famosissimo canto Virgilio nomina come esempi di lussuria punita Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena.Dante descrive più avanti le Malebolge, dove sono puniti ruffiani e seduttori Virgilio lo esorta a guardare una “sozza ed scapigliata fante – che là si graffia con l’unghie merdose”. È Taide, “la pu**ana” che adulò il suo amante. Destinata a restare tale… in eterno. In Inferno, XX, sono puniti gli indovini: Virgilio si rivolge a Dante: “Vedi le triste che lasciaron l’ago – la spola e ‘l fuso e fecersi indovine, – fecer malie con erbe e con imago”. Sono anche maghe e streghe. È inquietante in questo viaggio al contrario vedere come le donne nel regno più vicino alla realtà terrena siano classificate come traditrici, maghe, streghe, di facili costumi: si aveva una diffusa idea di donna quale seme del male. Il viaggio all’indietro è stato da me voluto per fare vedere a quanti sono arrivati a leggere fin qui che ben poco ci siamo evoluti, ben poco è cambiato: la donna o è vedova o è traditrice; o è una strega o è una santa. Non ci sono donne “normali”, quelle che ogni giorno mandano avanti il mondo. Ci sono solo estremismi nella Divina Commedia. Ecco, oggi diamo voci alle donne “normali”. Quelle che sono, che fanno e che sanno essere e fare.E di donne “normali” è pieno il mondo, come anche di uomini. La mia donna dantesca preferita? Matelda, ma a lei dedicherò un post intero.

 

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