Saggio

Nikos Kazantzakis, poeta della Visione

di Anna Rita Merico

Cretese di Iraklio, visionario oltre ogni dire, scavatore degli abissi dell’animo umano, finissimo conoscitore della cultura europea, cultore superbo della lingua greca e delle sue radici ultramillenarie. Colto ma sprofondato nella parola popolare, quella che più conserva la connessione con l’antico del significato. Archeologo attento del suono e del ritmo portato da ogni accento e da ogni caduta, per lui e con lui la parola danza al ritmo delle onde più fonde. Anni e anni di ricerca intorno e dentro i termini dell’idioma greco per distillarne parola atavica. Kazantzakis ricerca tra i pescatori, i pastori, le riparatrici di reti, gli umili, gli anziani termini che, poi, pesa, soppesa, annota, conserva, trascrive nelle sue carte impilate e infinite pervase da smisuratezza d’amore per il demotico. L’Odissea di Kazantzakis, opera monumentale, 24 canti costruiti intorno a impalcature precise: la terzina dantesca, lo schema triadico del sistema hegeliano, l’alfabeto greco, una metrica tutta legata al ritmo del sentire; lavoro  di stesura durato più di tredici anni (dal 1925 al 1938). La traduzione di Nicola Crocetti, presentata dopo cinque anni di lavoro, ci consente approccio ad un grande del ‘900.

Ulisse di Kazantzakis è un Ulisse centrato nella patrilinearità, un Ulisse ancor più viaggiatore, ancora più invischiato nel desiderio di conoscenza e nella ricerca di una patria che si rivela essere il movimento del Viaggio e non un luogo geografico  cui approdare.

Opera tessuta intorno ad un infinito desiderio di libertà.

“… La libertà, fratelli, non è un vino, né una donna dolce,

né beni nelle dispense, non è un figlio nella culla;

è un canto altero e solitario che nel vento muore!…”[1]

L’invocazione al Sole, luce che nutre l’intera Opera, trasporta da subito, noi lettrici/ori, in una dimensione di ricerca di spiritualità.

Torna l’incipit con la narrazione delle imprese. Stavolta essa non avviene più nella Reggia di Alcinoo ma di notte, dopo il ritorno, presenti e fermi come in una tela, Penelope tessitrice, Laerte fetale nella sua anzianità, Telemaco che attende –combattuto- la narrazione.

“Nella sua mente si levano mari s’imporporano rive,

risuonano gioie, risa e pianti, fortezze in fiamme;

la gola robusta soffoca, non riesce più a parlare.

La botola azzurra della memoria marina si apre;

chi ricordare per primo, chi rigettare nell’oblio?”[2]

Non è più Odisseo che smuove identità (la sua, fondandola). E’ un Odisseo pregno di sé, equilibrato, attento ai movimenti della sua memoria e del suo dire.

 E’ un’ Odissea in cui impercettibili movimenti mutano l’antica scena. Le divinità che fuggono, il narrare che deve occultare (come nel caso di Calipso) a Penelope e Telemaco: entrambi attraversati dalla lunga attesa che rende ambigui gli sguardi sul dire del padre.

“… Giuro sul mare, abbiamo dentro mostri complicati,

il cuore è un polpo, lo sbatti, ma resta sempre duro!

… Il cuore dell’uomo è una bestia oscura, amici!”[3]

Capitan Conchiglia, l’Arciere, l’Omicida, il Solitario, il Bronzista, Roccioso, Granito, Centauro, il Vendemmiatore, il Giramondo, il Prode, l’infido Gabbamondo, il Tormentato… una galleria indimenticabile di epiteti segnano e disegnano Ulisse.  Vi è la partenza repentina da Itaca verso Sparta. Sparta da cui riparte ri-rapendo Elena dopo aver designato Nausicaa come moglie per Telemaco al fine di assicurarsi prosieguo di stirpe… nulla è più al suo posto. In questa Odissea tutto si avvinghia in un andare interiore dagli inusitati scenari. Tutte le razze si agitano nel cuore dell’eroe, nel suo corpo marciano “ i morti, i vivi e i non ancora nati”. La terra è invasa mentre Grido urla:

“I corpi non mi contengono, soffoco, non voglio anime!”

La realtà scoppia da ogni dove, s’avvicendano schegge e nuove ricerche di armonia. La dimensione della lotta, in Kazantzakis, si sposta dal campo iliota per divenire lotta nel dentro di un ricerca di ri-fondazione dell’Umanità. I cuori, attraversati dalle doglie, generano Dio. Il Canto XIV dipana la sua forza espressiva mostrando il nucleo della ricerca spirituale dello Scrittore, il Creato intero diviene complice dell’Umano che chiede libertà dalle stirpi, libertà dal corpo mentre, il Conoscicuori ride…

Una sarabanda di vicende. Continue le rivolte, ad iniziare da quella degli itacesi che rivendicano le uccisioni nel Palazzo di Ulisse. E’ un bene contro il male che mostra, imperituro, le ragioni della sconfitta dell’oscurantismo. 

Un ritmo serrato, una passione per la trama degli accadimenti, un continuo filo tra animali, uomini, Creato tutto. L’ascesa al Monte riempie il cuore, il Viaggio è Viaggio di dentro. E’ Viaggio che genera nuova Terra e nuovo Cielo. C’è tutto il pensiero filosofico e poetico del XX sec. in quest’Opera di nudi intenti.  

“Io lascio la mente libera di smaniare in segreto,

desiderare ciò che non ha o quello che ha perduto;

ma io le redini le tengo strette e salde in pugno,

e lascio che il cavallo pascoli e sogni senza paura.”[4]

Si avvicenda il turbinio degli accadimenti. Continue le rivolte, ad iniziare da quella degli itacesi che rivendicano le uccisioni nel Palazzo di Ulisse. E poi,  la decadenza dell’Egitto, la guerra in Egitto, l’esodo dall’Egitto, la ricerca delle sorgenti del Nilo, un’azione incalzante sino al Canto XIV momento di stasi operosa in cui Kazantzakis affonda nella piega nietzschiana della sua visione dell’Uomo:

“…Che la vita sia un gioco amoroso, la morte una fiaba,

e la memoria, nel profondo, una fanciulla vergine,

non bramare più il passato, non curarsi del futuro;

ciascun istante è buono, eterno, non ne esiste un altro!…”[5]

E’ un’aggrovigliata foresta pluviale della scrittura, è un andare al “punto zero” per districare nuove possibilità per un’umanità che sta vivendo tempi bui. La costruzione della Città ideale è la perfezione che racchiude tutte le Utopie occidentali, la  distruzione della Città ideale, l’invettiva contro Dio:

“…Se avessi vergogna rispetteresti il sudore umano!

Il mondo è uscito malato e corrotto dalle tue mani…

…Tu hai creato il mare, noi la nave che solca le onde…”[6]

E’ un Ulisse che, nella sua dirompente contemporaneità, dialoga a tu per tu con un Dio cui si sente pari mentre combatte contro la Morte a fronte della quale oppone la Speranza. Un caleidoscopio da cui irrompono schegge di un sentire cosmico che richiama ad una Creazione altra. La ricerca di Kazantzakis più che verso la bellezza è volta verso la verità, verso la tensione per un’utopia che non deve restare tale ma deve poter divenire storia. Kazantzakis ha la visione di un’umanità che deve poter raggiungere una propria realizzazione spirituale. E’ intimamente consapevole della profondità di mutamenti che vanno attraversando l’essere uomo e punta su di un superamento alto in grado di portare ad un abbattimento del limite e delle maschere che hanno legato l’Umanità nel corso del suo andare.

La bellezza del Canto XVI è un inno ad una pagana bellezza ma, Ulisse, è pronto a ripartire.

“Madre dalle grandi mammelle che pendono sull’abisso,

mi sono dissetato, non voglio più il tuo seno destro;

buono il tuo latte bianco, Madre, ma ora voglio il nero;

ed ecco, impugno con le mani il tuo seno sinistro!”[7]

Il Viaggio continua, spessore iniziatico forte sino alla comparsa su Ulisse del “terzo occhio”, quello della conoscenza. Ulisse lascia la vita, la sua morte è avvolta in una processione di ombre cui partecipano tutti. Il Sole, proemio ed epilogo, guarda lo spirito svanire. E’ Ulisse-Kazantzakis che esce dalle pagine dopo essersi fatto umanità, dopo aver attraversato ogni piega possibile dell’animo umano, dopo essere tornato, imperituro, a dirci.


[1] Nikos Katantzakis, Odissea, Crocetti editore  2020, trad. Nicola Crocetti, proemio, pag. 2

[2] Ivi pg 34

[3] Ivi pg. 189

[4] Ivi pg 265

[5] Ivi pg 425

[6] Ivi pg.494

[7] Ivi pg 523

 

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