Recensioni

Roberto Alajmo: Io non ci volevo venire

di Elena Tamborrino

Io non ci volevo venire - Roberto Alajmo - copertinaUltimamente mi sono capitati bei libri, di alcuni mi deciderò a scrivere, per quanto un po’ mi sia passata la voglia, soprattutto perché se non faccio subito quello che vorrei fare -cioè raccontare dei libri che leggo-, se mi lascio distrarre da altro, se inseguo gli impegni dimenticandomi le mie passioni, finisce che i giorni passano, le impressioni sfumano, i ricordi non sono più ricordi e diventano altro, diventano vaghe reminiscenze.

Stavolta però ho proprio l’urgenza di dire che ho incontrato una storia molto bella, scritta da Roberto Alajmo con molta cura, con estrema attenzione per i personaggi e per il lettore destinato a incontrarli, con uno stile tra il tragicomico e l’amaro, tra il realistico e l’assurdità di certe situazioni. Ma non è neanche la storia, tutto sommato semplice: una giovane viene trovata morta, lo Zzu, il boss del quartiere -nel timore che il colpevole possa essere suo figlio, che con la ragazza aveva avuto una breve relazione- incarica Giovà, il protagonista, di fare delle indagini per conto suo. Giovà, un protagonista suo malgrado, con lo Zzu ha un debito di riconoscenza, avendogli questi trovato un posto di metronotte trent’anni prima, pertanto non può sottrarsi al gravoso incarico. Incarico che dovrebbe condurre nella più totale riservatezza, se non fosse che Giovà è circondato da donne -madre, sorella, zia e vicina di casa- ben più sveglie e intraprendenti di lui, che lo porteranno ad avvicinarsi pericolosamente alla verità. E qui mi fermo, perché la storia, in un giallo, non si può raccontare più di tanto. Ma dicevo, non è tanto la storia – ben congegnata e ben calibrata in tutti i suoi passaggi- ad avermi conquistato, quanto la figura di Giovà, dicevo un protagonista suo malgrado. Giovà è uno di quelli che si è lasciato vivere, di quelli che da ragazzini venivano messi in porta perché tanto non sapevano calciare e almeno non facevano troppo danno in campo e soprattutto, se ben in carne come lui, ostruivano il passaggio della palla avversaria, di quelli che a scuola non brillavano per acutezza, anzi non brillavano per acutezza in nessuna circostanza, di quelli che se “capitano in mezzo” si ritrovano umiliati e svergognati per la loro inadeguatezza, per la loro incapacità di reagire. Insomma, a me Giovà è piaciuto, mi ha fatto tenerezza, forse anche un po’ compassione. E se un personaggio ti smuove qualcosa, ti arriva come se lo riuscissi a visualizzare e sentire, allora la magia della scrittura ha raggiunto lo scopo di sedurti. Vale per tutti i personaggi di questo romanzo, soprattutto -dopo Giovà- sua madre, la signora Antonietta, un misto di autorevolezza e senso pratico, consapevolezza e intuito. Il tutto calato nella popolare borgata di Partanna, ai confini della più raffinata Mondello, la località di villeggiatura dei palermitani, in una Sicilia che niente ha di caricaturale (o, meglio, caratteristico, a parte i tenerumi ostinatamente cucinati dalla mamma di Giovà, nell’inutile speranza che servano a farlo dimagrire), restituita dai dialoghi vivaci dei personaggi, conditi dalla sottile ironia del narratore, che crea con il lettore un continuo gioco di battute salaci, pur nella tragicità degli eventi raccontati.

Da leggere, davvero.

R. Alajmo, “Io non ci volevo venire”, Sellerio 2021, € 15,00

-da Io e Pepe, Pagina Facebook

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