cultura meridionale, Saggio

Sulle orme del passato

di Rocco Aldo Corina

Ammiro Tucidide per il sapor che dette all’opera sua di ammirevole struttura pedagogica. La storia, prima di tutto, nella verità dei fatti, tale da esser da tutti compresa. Era per lui necessario mezzo onde raggiungere la desiderata meta della saggezza come Esiodo pur sosteneva. «Piena di mali è la terra, anche il mare – diceva – ne ha tanti! Molte malattie di giorno e di notte vanno a trovar la gente, per loro volere, recando gravi sofferenze ai mortali nel più assoluto silenzio». Dinanzi a questo terrificante aspetto, visione d’un mondo soggetto al male, affidarsi alla storia per renderla maestra della vita, come qualcuno disse nel cuore di Roma antica, significava cambiare in positivo le sorti dell’umane genti. E Tucidide a questo aveva pensato, perciò lo esalto. Prima di dire sulle cose usava a fondo il suo pensiero per ragionar sulle arcane vicende dei suoi giorni onde trovar nei fatti il giusto conforto desiderato: la verità da trasmettere agli altri. Perciò ragionò sui soli suoi tempi convinto di non aver certezza sulla storia remota per cui era meglio non dirla, ma soprattutto «per mostrare come anche intorno alla storia contemporanea sia indispensabile una paziente opera di ricerca e di analisi critica, onde si vaglino le diverse informazioni ricevute: poiché anche i testimoni oculari spesso sono poco attendibili, fuorvianti (egli dice) ora da difetto di memoria ora da passione»[1].

E, a proposito di storia, leggo e trovo inutili, spesso insignificanti dichiarazioni di valenti uomini di cultura, addirittura di storici come Le Goff. Ma non dico questo perché presumo di essere meglio di qualcuno. No, assolutamente no, solo per dar garbo alla ragione, spesso anche da me bistrattata. «La nuova storia – dice Le Goff – è nata in gran parte da una rivolta contro la storiografia positivista del XIX secolo, quale era stata definita da alcune opere metodologiche intorno al 1900»[2]. E sulla nuova storia (nuova, perché?) oltre a Le Goff, hanno scritto altri quali Michel Vovelle, il Pomian, André Burguière, Philippe Ariès, Pesez, Lacouture, G. Bois, Jean-Claude Schmitt, Patlagean.

Dice Jean Lacouture: «L’attività del ricercatore dell’immediato, spesso giornalista, è dominata da una concezione dell’attualità basata sul sensazionale. Il direttore di uno dei due o tre giornali degni di questo nome in Francia… finanzia più volentieri un’inchiesta sui palestinesi che non sugli estoni dei quali nessuno parla, sulla rumorosa Argentina che non sul Messico sonnolento… Sarà pur necessario che il ricercatore del presente possa essere finalmente ammesso a frequentare le pendici in ombra dei paesi la cui storia si iscrive al singolare, delle province e dei quartieri la cui vita è prima di tutto una sequenza di giorni»[3]. Ebbene, questo purtroppo si scrive senza mettere l’accento sull’obiettività e oggettività storica al di là di pregiudizi e ideologismi di varia natura. Che serve allora mettere su trattati se non si bada a questo? «Il positivismo – dice Guy Bois – trova il modo di sopravvivere assumendo una nuova veste»[4], quale?, quella di una storia che «rischia di divenire vittima della moda»?[5] Si può arrivare a questo? In Bois però trovo una certa critica nel complesso accettabile, pur se dice di Vovelle «forse storico (perché forse?) maxista contemporaneo più sottile e più dotato d’immaginazione, (ma come?, la storia ha bisogno d’immaginazione?), quello che più ha contribuito al progresso della “nuova storia”» che «può essere giudicata dai suoi frutti»[6]. E siamo alle solite in appoggio a un linguaggio non fuori dalle parti, credo. Questa mia breve disgressione chiede perciò di far luce – e non sarebbe giusto non farlo – anche sui fatti che ai tempi della Commedia e talvolta in Dante apparivano non sempre nella logica dell’oggettività storica. Non certo dico questo per debilitare personaggi e figure portate a mistificare eventi spesso contraddittori, ma per invogliare a una ricerca utile per la vita nei poteri dell’umiltà. Chiedo venia a tutti se la realtà che ci circonda è altra rispetto a come la vedo io.

Saggezza, perciò, in Tucidide come bellezza di anima nell’alveo della filosofia analitica frutto di letterarietà morale ordinata nelle forme che nella meditazione raccolgono elementi di vita dai nobili aspetti. Sofocle ne è testimone, fornito com’è di elette doti spirituali che piacquero tanto al popolo ateniese. «Uomo di prospera fortuna e di indole perfetta», a dire di Frinico. L’occhio aperto e illuminato del poeta «non si nascondeva le ingiustizie e le crudeltà della vita, e le riconosceva come tali; non cercava di risolverle, come fece Eschilo, nel concetto di una superiore Giustizia divina: ma piuttosto ne traeva occasione per esaltare da un lato la onnipotenza imperscrutabile degli Dèi, e per dolersi dall’altro della fragilità e della nullità umana»[7]. Armonia, dissidio, serenità, dolore, sfiducia erano di un indiscutibile fascino che però non permetteva di cogliere la vera visione della vita del poeta per le contraddizioni che ne derivavano.

Nei confronti del rivale Euripide, «soleva dire che questi rappresentava gli uomini così come sono nella realtà, mentre lui, Sofocle, amava rappresentarli così come dovrebbero essere»[8]. Ma è nel patetico compianto delle umane miserie che il genio di Sofocle prende il sopravvento. In Edipo re, infatti, la crudele sventura del personaggio si riflette, se pur in diverso aspetto, sugli uomini afflitti nel più aspro dolore che altra felicità conobbero «se non quella d’illudersi, e, illusosi ricadere nella miseria». Ma cos’è poesia?, a tal punto mi chiedo. «In quanto anima, è bontà di pensiero»[9], ciò che riscontro nelle opere dei poeti anche antichi – l’ho sempre detto –, questa volta però mi riferisco ai poeti autori di tragedie che nel loro intento quel che conta è la purificazione delle anime per cui lo scopo proposto è nella volontà di educare per la vita. È quindi, poesia, «punto di partenza per la conoscenza della verità, scienza al servizio dell’anima. L’invisibile mondo che Platone definisce perfetto è allora quello nel quale viviamo credendo che non sia Cielo»[10].

Il greco Euripide trasse i suoi argomenti dal mito tenendo anche conto della religione dei suoi tempi. Si può dire che rinnovò il mito nel senso che adeguò – i suoi personaggi – alle proprie convinzioni addirittura umiliandoli, allontanandoli cioè dalla carica vitale che la tradizione aveva loro concesso. Li trasferiva infatti nelle condizioni normali di vita da lui vissuta. Rappresentava insomma gli uomini com’essi realmente erano, diversamente da Sofocle che li descriveva come invece dovevano per lui essere per cui in Euripide il mondo eroico non esiste più, va alla deriva.

In Euripide, dunque, il mondo eroico si sfascia. «si sfascia nella poesia, perché si sfasciava nella pratica della vita, in quelle circostanze in cui la società demagogica e turbolenta, trascendendo ad eccessi plebei, perdeva la misura dell’antica dignità e dell’antico valore»[11]. La qual cosa, però, non compromette in nessun modo l’opera di Euripide che raggiunge le vette dell’autentica, vera, non costruita poesia sull’immaginazione a volte deviante se si tien conto dell’Alcesti, di Ifigenia in Aulide, di Medea. Per questo motivo è stato definito poeta del dolore, sincero nelle sue tante dichiarazioni. Forse «più di qualsiasi altro tragediografo introduce nei propri drammi la tragedia del proprio spirito»[12]. Nuova società, quindi, e nuovo ambiente spirituale in Euripide. In lui la piccolezza umana nella soggettività del suo dire riflessivo e al tempo stesso demolitore del mondo eroico. Sofferenze e pianto in Euripide, dunque, non potevano non portare ad altro tipo di scrittura che Aristofane inventò nelle sue commedie per risollevare il popolo dagli asfissianti problemi che allora lo circondava. Con un pizzico di sorriso la commedia poteva suggerire certa sobrietà intellettuale che in quei tempi non guastava le menti, anzi le rigenerava nella prospettiva d’una nuova vita, anche perché le commedie Aristofanee, vedi Lisistrata e – se vogliamo – altre ancora, sono di argomento morale, religioso e letterario, utili, quindi, per il progresso nella vita dei cittadini.

L’inventore della Tragedia, il greco Eschilo, sosteneva l’esistenza di due forze, il Bene e il Male che si contendono a vicenda. All’opera sua, il tragediografo attico «impresse – dice Rostagni – l’orma poderosa del genio», assicurando il progresso nello sviluppo della rappresentazione teatrale con l’aggiunta di un secondo attore per dare autonomia alla parte corale (originariamente ne aveva uno solo), rispetto all’azione del dramma. Sofocle vi aggiunse un terzo attore e l’opera che lo rese famoso è nei Persiani. Eschilo in definitiva poeta drammatico pronto a educare il suo popolo – considerava una missione la sua vita volta a illuminare le genti sui doveri nei confronti degli dèi prima e dello Stato dopo – riteneva le sue opere simili a «briciole del banchetto di Omero». La sua umiltà lo portò a esprimere la miseria dell’umanità nel Destino che la reggeva nella drammaticità del dolore e della morte, anche perché questo aveva detto Omero a proposito della guerra di Troia anche per lo strazio terribile che toccò a Ettore di sopportare nell’ultimo giorno della sua esistenza.

E molto giovò al poeta la messa in opera del suo spirito tragico che lo portò a pensare all’uomo per invitarlo a tenersi lontano da colpe che di sicuro lo travierebbero, convinto che una potenza superiore e misteriosa avrebbe per necessità fatto il suo corso.

Ma per fortuna in quest’ambito spesso tenebroso agiscono forze – per la mitologia – illuminate dal raggiante Apollo, c’è Orfeo che suona la lira e canta e incanta con la sua musica divina, Orfeo il dono dell’amore – per Aristofane – da trasmettere agli altri.

Ma c’è pure il male e Sofocle ce lo dice ed Euripide pure quando in Dioniso esalta l’amore profano che ritiene sia dolce come il miele. Può essere dolce il male?, mi chiedo. Sicuramente no. Interpretazione sbagliata dell’amore, dunque.

Ma per fortuna c’è pure Eros, divinità per Parmenide, come dice Platone nel Simposio. C’è chi raccoglie frutti d’oro (il bene), chi invece vive nella notte e non dà frutti (il male), dice Pindaro. «Vieni Bacco per far morire il nemico delle Baccanti» Orfeo, è scritto nell’opera di Euripide. Bacco è un dio che conduce alla follia, sostiene Erodoto. Non così per Euripide, come abbiamo potuto vedere, perché sulla terra scorre latte e vino, il nettare delle api, la parte buona di cui dice il poeta-scrittore. Anche per Aristofane, Dioniso è la negazione del bene, la tenebra, mentre Orfeo è la luce, l’amore che sconfigge il male.

Quando però Empedocle dice che due princìpi gestiscono la vita degli esseri nel mondo, sfiora di sicuro l’assurdo, anzi lo determina nel vero suo modo esistenziale a livello di realtà effettuale, non potendo esistere al tempo stesso due principi (il Bene e il Male), avendo essi come presupposto – se fosse vera la loro esistenza nei termini descritti –, altro Principio (Principio primo) che li produrrebbe come forza attiva nel mondo. E in tal caso – se così fosse – il Principio primo avrebbe in sé per necessità il bene e il male, cosa che non può essere.

L’esistenza ab aeterno di un solo Principio determinerebbe invece nel bene la vita nella maniera in cui la conosciamo. Se fosse male il Principio, non potrebbe produrre il bene per cui non sarebbe il mondo senza il solo bene come Principio.

Le forze del male che ne deriverebbero impedirebbero agli esseri creati di sostenere nella perfezione la forma inizialmente malamente ricevuta. Empedocle, dunque, è nell’errore. Non dice il vero neanche quando ci parla della trasmigrazione delle anime, quale legge inflessibile del Fato. Passare di corpo in corpo per uscire dal male commesso nel corso degli anni era per il filosofo inevitabile. Così disse delle anime che hanno peccato pur essendo esse di origine divina per cui, per decreto vetusto dei Numi, eterno, suggellato con larghi giuramenti, hanno bisogno di purificarsi.

Dopo Meleagro la poesia assapora un lungo periodo di decadenza, per dar posto alla filosofia. Ne fu promotore nel senso che esercitò quel che si disse stoicismo mediano (diverso dunque dall’antico), Panezio di Rodi, cercando di adattarsi alla vita pratica al di là dei dogmatismi della precedente filosofia, con interventi utili per tutti. Parlava infatti di alleanza fra le genti, di filantropìa insomma sulla base della cultura ellenistico-romana dei suoi tempi di cui si giovò Cicerone. D’ingegno multiforme fu poi Posidonio di Apamea. Introdusse nella filosofia di Panezio, suo maestro, caratteri mistici e mantici attinti da Platone. Ma i Greci stavano per soggiacere ai voleri di Roma. La perdita della loro libertà politica fu inevitabile e anche «della forza e della dignità morale», come qualcuno disse. La letteratura latina però s’inseriva sul ceppo dell’Ellenismo, e «nel suo primo sorgere, durante il III secolo a.C., poteva considerarsi come un ramo di quella universale cultura che l’Ellenismo faceva scaturire in tutto il mondo civile: non solo in Oriente, sì anche in Occidente. Ma pure i Latini a poco a poco, specialmente nell’età di Cesare e d’Augusto, seppero rifondere quegli elementi, quei princìpi, quei modelli come una potenza creativa, con un calore di sentimento, con una profondità d’interessi di cui i Greci contemporanei non erano più affatto capaci»[13].

Povera Grecia, quindi, coinvolta nella povertà, per il pesante fiscalismo dell’amministrazione romana «se un po’ alleviato, rispetto all’età repubblicana, sotto l’Impero» (Cantarella). Aristotele aveva risistemato la retorica su basi filosofiche fuori dalla dialettica e dalla poetica, se così si può dire. E «nella tradizione aristotelica, Teofrasto teorizza[va] la teoria dei tre stili (umile, medio, sublime)… Poco dopo, la retorica prende stabile dimora in Roma con Apollodoro di Pergamo che fu maestro di Augusto» (Ivi). Ma l’opera del retore che poco concedeva «all’ispirazione e alla originalità» fu contraddetta da Teodoro di Gadara, maestro di Tiberio, che sosteneva la potenza dell’ispirazione, «il pathos» come originalità di chi scrive. Non scienza quindi, per lui la retorica, ma semplicemente arte.

Ma è stata la Sofistica per opera di Gorgia a prestare attenzione all’eloquenza. «L’aveva costituita in regole e schemi, a cui fu dato il nome di retorica; e sulle basi della retorica, aveva cercato di foggiare un’arte della prosa la quale per perfezione stilistica potesse gareggiare con la poesia considerata non più al corrente coi tempi. Questo avveniva quando sorgevano i primi modelli di prosa attica, come le orazioni di Antifonte e la storia di Tucidide»[14]. Maestro della prosa fu Isocrate. L’ateniese cercò di educare i giovani all’arte oratoria come avveniva con i Sofisti, identificava la retorica con la filosofia. Ma la palma dell’eloquenza fu data a Demostene, personaggio pieno di slancio e di robustezza intellettuale. Il suo operare nasceva dall’azione per l’azione a differenza del predecessore la cui eloquenza era frutto di meditazione.

Per quel che mi riguarda condivido la retorica, condivido l’eloquenza. Se ben fatta conduce al bene come arte del saper dire, quindi convincente nell’esposizione che viene recepita per l’ardore e l’intensità degli effetti che produce. Così fu per Demostene, il cui impeto travolgente dettato da oratoria accompagnata da fantasia eccellente, si accordava con lo stile poetico, suggestivo, quindi, e perciò accattivante. E l’Anonimo autore Del Sublime riconobbe al retore le grandi qualità oratorie e artistiche, singolari nel genere e produttive nel rigore logico delle argomentazioni.

Di buon grado si inserisce nella disputa sull’eloquenza Dionigi di Alicarnasso, retore di gran fama, seguace della filosofia aristotelico-teofrastea della dottrina dei tre stili, e delle tre armonie (austera, fiorita, comune), da lui sostenute. Insegnava retorica e precettistica, consigliava l’imitazione dei classici onde rieducare lo stile al fine di giungere a parlare e scrivere correttamente. Si considerava fondatore dell’atticismo o purismo linguistico, come allora si disse.

La caducità delle cose umane purtroppo invade la mente di Sidonio, poeta di Tiro, per cui s’allontana dai misteri dell’anima per non mortificarle l’esistenza. È giusto che sia così se la dignità umana si vuol salvaguardare fuori dalle compromettenti orgogliose superbe presunzioni che sanno solo inebriare di cattiveria la mente.

«Dov’è la tua bellezza splendida, dove i divini templi? Di te infelicissima, non pur un’orma rimane», amata Corinto. È il risultato di una conduzione infausta del potere.

Torniamo perciò all’amore, dice Meleagro, e io «intreccerò il garofano bianco e il tenero narciso, i ridenti gigli; intreccerò il giacinto, intreccerò la rosa».

«Il cuore/ mi palpita nel petto», dice, quando qualcuno «ti ode mentre parli/ così dolcemente»[15]. Per Thomas Weiskel, «alla base del sublime sta l’asserzione che è concesso all’uomo di trascendere l’umano, nel sentimento come nella parola». Ed è vero e lo vedo nelle pagine dell’Anonimo.

«Appena ti rivolgo gli occhi/ la voce mi vien meno/ e la lingua si spezza e improvviso/ un sottile fuoco mi percorre:/ gli occhi non vedono più nulla…/ e più verde dell’erba divento»[16]. È Saffo che così parla nel fr. 31. «Tutto questo – dice l’Anonimo – accade a chi ama»[17]. E ancora: per quel che riguarda «i grandi talenti letterari (per i quali la grandezza non è disgiunta dall’utilità e dal profitto che se ne ricava), conviene partire da questa riflessione: uomini di tal natura, anche se sono lontani dall’essere senza difetti, si sollevano molto al di sopra dei comuni mortali, e se le altre qualità li rivelano uomini, il sublime li innalza vicino alla sapienza divina»[18].

E venne Platone per dir che amore è desiderio di bellezza, e venne Bione che mi donò purezza di amore, Bione il poeta dell’Adone i cui «occhi si spengono sotto le ciglia/ mentre la rosa fugge dalle labbra/ sopra le quali/ muore pur il bacio che a Cipride mai sarà reso…/ ma non sa Adone che ella pur morto lo bacia».

E venne la metafisica bellezza, venne l’amore. Ma «non ti chiedo se sei o no innamorato di qualcuno. So che non solo ami, ma hai già fatto molto cammino sulla via dell’amore. Nelle altre cose valgo ben poco; ma, non so come, ho ricevuto da un dio questo dono: d’indovinare a colpo d’occhio chi ama e chi è amato»[19].

 


[1] A. Rostagni, Lineamenti di Storia della letteratura greca, Mondadori, Milano 1968, p. 212.

[2] J. Le Goff (a cura di), La nuova storia, trad. it. di T. Capra, Mondadori, Milano 1990, p. 12.

[3] Ivi, p. 230.

[4] Ivi, p. 240.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 244.

[7] A. Rostagni, Lineamenti di Storia della letteratura greca, cit., p. 178.

[8] Ivi, p. 179.

[9] R.A. Corina, Cos’è poesia, in Canti notturni, Bastogi, Foggia 2012, p. 96.

[10] Ibidem.

[11] A. Rostagni, Lineamenti di Storia della letteratura greca, cit., p. 187.

[12] Ivi, p. 188.

[13] Ivi, p. 297.

[14] Ivi, p. 217.

[15] Saffo in Anonimo, Il Sublime, a cura di G. Guidorizzi, Mondadori, Milano 2010, p. 65.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 117.

[19] La trad. it del testo di Liside è di Emidio Martini.

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