cultura meridionale, Saggio

Santa Lucia, la cchiù ccurta dìa

di Emilio Panarese (1925/2014)

Di Giovanni Battista Salvi

“Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia” e parimenti nei proverbi salentini1. Santa Lucia la nuttata cchiù llonga ca nci sia (la nottata più lunga dell’anno); Santa Lucia lleva a lla notte e mmina a lla dìa (toglie minuti alla notte e li aggiunge al giorno); De santa Lucia llunghisce la dia quantu lu pete de la caddina mia (da santa Lucia i giorni si allungano solo di pochissimo).

In realtà sappiamo bene che nel nostro emisfero è il 22 dicembre il giorno in cui il sole raggiunge il punto più basso dell’orizzonte, che il 22 dicembre (solstizio invernale) è il giorno più corto dell’anno.

E allora come si conciliano le due date solstiziali del 13 e del 22 dicembre, tra i quali intercorre una differenza di ben dieci giorni? È semplice. Nella prima metà del secolo XIV, e precisamente tra il 1326 e il 1350, a causa dello squilibrio tra anno solare e calendario giuliano, il giorno di santa Lucia venne a coincidere col solstizio invernale. I proverbi salentini sopra citati, oggi improponibili, ma ancora vivi nella tenace tradizione popolare e che resero famosa la martire siracusana, nacquero circa sei secoli fa, prima della riforma calendaristica del 24 febbraio 1582, quando il papa Gregorio XIII con la bolla Inter gravissimas decise di togliere dieci giorni al mese di ottobre per rimediare agli errori del calendario giuliano.

L’antichità dei proverbi citati è dimostrata anche dalla presenza dell’arcaico dìa, usato nel nostro dialetto romanzo solo al femminile singolare (la dìa), oggi quasi estinto per la concorrenza di ggiurnu, da diurnum (tempus) e di sciurnata (gg in s).

Quest’ultimo nel plurale è usato tanto al femminile (cinque šciurnate de fatica) quanto al maschile (li sciurnati ’nsignalati, cioè “i giorni segnalati”, particolari, dal 13 al 24 dicembre), dei quali diremo di seguito.

Il 13 dicembre, prima di Natale, si festeggia santa Lucia, la cui popolarità è dovuta non tanto alla sua figura storica ma ad alcune coincidenze che la collegano al simbolismo solstiziale e a quello cristiano. Già il suo nome evoca la luce. Lúcia, femm. di Lúcius, diventato Lucía (Lukía) nel tardo greco della Sicilia orientale, venne a significare tra i cristiani “segno e promessa di luce spirituale”, essendo la luce il simbolo della nuova verità evangelica.

Con la festa di santa Lucia, il 13 dicembre Lecce diventa ogni anno, per una più che secolare tradizione, una fiera tipica e assai spettacolare, un vero emporio di presepi e di pastori.

Da questa festa della luce cominciavano le calènnule (da calende), che etimologicamente era accostato a kalare, “chiamare, convocare”, perché ogni primo giorno del mese, i pontefici con l’aiuto del kalator (araldo, banditore al loro servizio) gridavano pubblicamente le varianti del calendario, i giorni in cui cadevano le none e gli idi.

Ce lo ricorda il dotto folklorista magliese Angelo De Fabrizio nei suoi “Saggi di folklore salentino” (Casa ed. Apulia, Martina Franca, 1910).

Le calènnule sono un periodo di tempo di 25 giorni, dal 13 dicembre (s. Lucia) al 6 gennaio (Epifania), dei quali i primi dodici (13-24 dicembre, li sciurnati ’nsignalati), corrispondenti ciascuno ad un mese dell’anno, danno al contadino un primo pronostico dei singoli mesi dell’anno seguente; gli altri dodici (dal 26 dicembre al 6 gennaio) danno un secondo pronostico che conferma o modifica in parte il primo. Il 25 dicembre, anticamente dies Solis Invicti, è come l’ago della bilancia tra le due sezioni simmetriche e dà il pronostico generale e sintetico di tutto l’anno. Esso segnava il tramonto di un anno e il sorgere di un altro.

Da qui i proverbi calendaristici: Natale lucente e Ppasca scurente / se òî cu bbegna bbona la simènte; Natale siccu, massaru riccu; Essi, Sule imperatore / ca te òle lu Signore.

Queste previsioni meteorologiche salentine si collegano nel periodo natalizio non solo alla festa mitriaca pagana del Natalis Solis, ma anche ai Saturnalia (17-23 dicembre) e alle Feriae sementinae.

Il Cristianesimo delle origini per potersi diffondere ed affermare dovette adattare molte credenze millenarie, favole, riti e superstizioni varie alla nuova spiritualità del Vangelo. Tra questi riti vi era il culto del Sole Invitto, assai diffuso a Roma nell’ambiente aristocratico e militare in epoca imperiale, grazie all’identificazione di Apollo con Helios. Un sole non naturalistico, fisico, ma epifanico, inteso neoplatonicamente come il dio che crea e governa il cosmo.

Prima del IV secolo la Chiesa cristiana ha conosciuto solo una festa: la Pasqua cristiana. A partire da questo secolo si cominciò a festeggiare anche il Natale.

La Depositio marthyrum attesta che nel calendario romano del 354 l’VIII giorno prima delle calende di gennaio si celebrava in Roma tanto la nascita del Sole Invitto quanto la nascita di Cristo a Betlemme di Giudea. La festa del Natale cristiano appare per la prima volta sotto il regno di Costantino. Con la sua aperta adesione al Cristianesimo, divenuto religione ufficiale, l’imperatore opera una forte sintesi tra il culto del Sole, il culto di Mithra e il culto di Cristo, di colui che è il vero Sole annunciato dai profeti, il Sole di giustizia, il Sole di verità.

Con la Natività i Cristiani, ricuperando i valori della festa pagana della nascita del Sole e quella di Mithra non intendevano celebrare un anniversario storico, l’anniversario di una data precisa, ma, come ben osserva Michel Meslin2, l’incarnazione in terra del Figliolo di Dio, che porta agli uomini, con la speranza della salvezza, una luce nuova che illumina il mondo e che si realizza, per mezzo dell’Incarnazione, con la nascita di un Bambino-Dio.

Abbiamo aperto con proverbi salentini e chiudiamo col proverbio De santa Lucia a Nnatale quantu ncòfani e ffaci pane. Due feste della luce, due grandi luci, vicine, vicinissime.

  1. Per i proverbi su santa Lucia cfr. lo splendido e ricchissimo Dizionario dei proverbi salentini di Nicola G. De Donno (Congedo, 1994), che raccoglie circa 17.000 proverbi. Il lunghissimo lavoro di esplorazione e di schedatura, l’attenta e precisa trascrizione grafica, l’alta e profonda competenza storica, linguistica e folclorica difficilmente saranno superati da altri dizionari regionali italiani similari.
  2. Cfr. il suo volume La fête des Kalendes de Janvier dans l’Empire roman, Paris, 1970. 

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