Recensioni

Anna Leo. L’armonia come bellezza

di Rocco Aldo Corina

Appena mio padre s’avvicinava a me, nella mia mente trovavo tesori incredibili, penso alle sue piccole rughe sul volto e all’affascinante «coleottero della luna» – direbbe Neruda – presente nei miei sogni strani. Era «un lampo vestito di arcobaleno. Il rosso e il viola, il verde e il giallo abbacinavano sul suo guscio e come un lampo mi sfuggì di mano e ritornò nella selva»[1]. Il tempo faceva sfumare ogni cosa e ognuno tornava nel suo stato di lacrime guarite, nell’ansia – a volte – che irritava i miei occhi stanchi, incastonati nelle vetrate dei castelli, meravigliose assai, abbaglianti, travolgenti passioni di quei giorni passati purtroppo. «I miei occhi vuoti vedevano solo l’ansia che ancor li opprime» anche se «le nostre menti nulla sanno di ciò che accade all’uomo nella vita, perché nulla vogliono sapere». Grande Wilde!, «i tuoi regni di terrore, le tue anarchie/ come il mare rispecchiano le mie passioni selvagge… solo per questo le tue urla sgraziate/ mi sono gradite»[2].

Passioni dunque sgraziate in un mondo in cui la rabbia allontana dai giorni ridenti e sospirosi ma che trovano conforto nelle attese dell’anima di Anna non più trasandata nei colori della sera quando – come dice – «la volontà s’incontra con il mistero»[3]. Anche i ricordi son frutto a volte di incredibili gesti d’amore, «corone intrecciate di fiori» – direbbe Saffo – intorno a un viso che «ungevi di unguento odoroso». Ma ora «i fiumi hanno lasciato la collina/ e anche il narciso ha chiuso i petali./ Luna falsa, luna che svanisci,/ dove sono le sue labbra vermiglie?»[4]. Sono versi che mi riportano al romanzo di Anna dove labbra compaiono in un bacio che agita crepuscoli e nascenti lune e s’ammucchia profondo nei taciti respiri, e come gemma assolata risuona tra i denti delle due bocche arse di fuoco. «Mi sentivo invadere – dice Anna – da un desiderio irrefrenabile: cercai le sue labbra e mi ci persi mentre mi abbracciava, baciava, toccava ovunque»[5].

Tanti ricordi  tra sospiri che s’attenuano come sibili di vento su mari di lacrime. Oh paradiso azzurro in una notte d’estate furibonda, brillante nei comignoli rossi, neri, illividiti nel gelo dell’inverno, fatti di stelle lucenti come giocolieri perfetti, occhi che fiammeggiano, «lacrime e rivoletti» che «ruscellano»[6], direbbe Rimbaud. Tutto questo nel romanzo di Anna come mito ordinato nella saggezza di un delirio come rivolo d’argento, involo scarlatto di inaudite inebrianti carezze.

«Oh, Primavera, chi se non tu coronò i sonnolenti peschi di ali rosee? Senza dubbio fosti tu colei che ammucchiò nel suo grembo le dolci e schive chiome del ciliegio. Dietro le cose ci sei sempre tu, Primavera»[7]. Perdonatemi se scado, ma no, non credo di scadere nel romanticismo di quegli anni che furono quando mi legai a Neruda in maniera inverosimile tant’è che lo rievoco sempre, ma a buon ragione questa volta come pure nelle altre. Adesso, però, lo ricordo più di prima perché Anna me lo chiede col silenzio che richiama le lucciole, la sera, nel suo vagar lieto «saltando» e «gocciolando» «appiccicandosi al cielo, ammucchiandosi», anche «lamentandosi»[8].

Parla Anna di «strade sassose in salita/ deserte e silenti», strade che «salgono verso il buio della notte» attraverso «usci socchiusi» «nelle lampade incerte di luce». Segmenti qui trovo di sperduta speranza nel deserto degli spasimi. Non te la prendere Anna se parlo così, ma questo leggo in te. Certo la tua fascinosa eleganza interiore mi sorride alla maniera di Shelley per cui ti vedo – come scrive – «nell’azzurra luce fuori dal buio» ed è ciò che di sicuro annulla quel filino di sofferenza che trovo in te. Non a caso «rinasco – tu dici – oltre questa cicatrice/ che brucia sulla pelle», bellissimo il verso!, e «mi ribello all’inganno che mi soffoca». «Oggi non ho paura di annegare», dici ancora, perché «l’acqua ha il colore della vita» e «con dignità» ti prometti di «seguirla». Brava Anna!, qui si tratta di versi stupendi, di sicuro educativi, significativi di gioia lunare, luminosa gioia – direi – nel suo piccolo infinito, ed è ciò che mi fa meglio capire quanto il tuo spirito sia votato al bene.

La poesia, per Sauvanet «possiede un potere di descrizione» che tu hai, «di rappresentazione e di suggestione potente come la pittura». «È simile – per Orazio – a un quadro pittorico»[9], e in te la bellezza del verso conduce – come dice Keats – «nei regni di pace e d’amore» dove animi gioiscono perché escono dal buio.

Vedi tuo «padre intorno al braciere» nella meditazione che fa della sua vita in fondo vita di tutti. «Sul suo petto – come dici – frugava ricordi» e «raccontava una favola mai scritta». Ma era «vera», era «bella», era «la sua» «eterna» perché «vera», mai dimenticata dunque. Il percorso d’una vita nel ricordo dei tristi e fors’anche silenziosi momenti che all’apparir dell’alba esprimono certezza di limpida estate, frutto di ore fiaccate dall’oblio che a volte incatena. «Ti ho chiamato mille volte», ma «eri nel vento,/ eri nell’aria, eri nel sole», e «ti cercavo tra le cose che non erano tue»[10]. Sono i chiaroscuri della vita, sentimenti arcani storditi di rugiada. «Qui una stella, là una stella» dove «alcuni si perdono», «qui una nebbia, là una nebbia», «infine il giorno»[11]. Grande Emily!, la tua «parte di aurora/ riempie il nostro spazio di felicità»[12], proprio come vuoi tu, Anna.

Una «voce nell’odore di una pigna bruciata/ mi portava – dici – in inverni lontani» «quando la mia testa sul suo petto/ frugava ricordi», magari storie d’amore quei ricordi, sapore di vita. «Ho salito le scale,/ ho attraversato scogliere,/ mi hanno trascinato via treni,/ le acque mi hanno portato,/ e nella pelle dell’uva/ mi è sembrato di toccarti»[13], ma questo è Neruda. «Quando ci nascondiamo nel treno di ritorno, i vecchi giorni reclamano ancora qualcosa dal cuore duro che crede di averli lasciati indietro»[14]. Grande anche tu Neruda, come scrivi bene nel profondo del tuo cuore non certo silente, neanche solitario il tuo essere. Lo dici anche tu, Anna. «Molte volte la scala oscura», quando salivi, «scricchiolò» anche a te mentre ti colpiva «la sensazione dell’odore del mare». Hai salito i gradini pensando alla «lontananza» «opprimente» «del mare», e magari al modo di misurarla. Raccontare le proprie avventure non è triste, allontana dalle notti crudeli, allontana dal pericolo. Dico sempre che la buona poesia salva se ben capita e compresa. Conduce a primavera di luce nell’umiltà, come bimba giocherellona lontana dallo spasimo delle nevi.

Vedo voglia in te di tuffarti nel mondo dei ricordi in una quiete delirante scavata nella roccia, quella che infiammò di speme l’anima tua rinnovellata nella creatività d’un estro consapevole di trovare meraviglie per cui neanche la sensazione si traduce in materia. Ma «ci sentimmo perduti/ quando il sole si spense» e «rimanemmo anime legate/ nella bufera e nel vento./ Fummo fogli di carta/ alla deriva in un fiume/ assetato di lacrime e sassi». «Fummo fango nel paradiso,/ sorriso nell’inferno,/ gioia e pianto sulla terra»[15].

Procede infatti l’essere inquieto nella ragione del suo pensiero «come facoltà di anima che raggiunge l’apice della conoscenza mediante l’intelletto che aiuta a pensare. Come si può allora credere a una vita non piena di creatività nel bene se questo è nello spirito»[16] di noi? La poesia di Anna tali cose dice somigliando a quei «semi di luce che toccano il viso», a dire di Hikmet, come acque lucenti sulle colline. È «l’essere che discerne per cui è virtuoso»[17] – questo è chiaro – come l’odore dei gelsomini di Rafael quando dice del mare e della selva. L’Alberti vive nell’affanno dei cuori che sciupano il mare, il sole, come nuvola che macchia un libro, l’ombra in sé d’un mondo che si spegne insomma. Vedo in te invece sapore di rinascita, miracolo di rinnovamento, direbbe Nazin pensando ai «grappoli sui ceppi, agli acini sui grappoli e alla luce sugli acini», insomma alle tante labbra colme di miele «in una virgola di cielo» riconciliando col suo dire la tua «anima» ormai fuori dai «rimorsi», liberandoti «dal peccato»[18]. «Dovevo rivelarmi e riconoscermi – dici – nell’autenticità del mio essere», «indossai l’abito più bello», «ritornai ad amarmi»[19].

Le meraviglie del cielo nell’ambito della struggente primavera? No, perché qui l’arte diventa – nell’umana volontà – pensiero edificante per i poteri della mente, virtù intellettiva come forza che si realizza nella materia in comunione con lo spirito che – come un dì dissi – crea la materia pur non avendola in sé. E a mo’ di magnifico orpello trafitto da dolci strali, mi giunge nell’anima il sapore dei versi che avvampano i cuori nelle notti d’inverno quando l’oblio cancella cieli tinti di fuoco.

Io t’aspetterò, sì «ti aspetterò nel punto» «in cui le stelle» «mi hanno visto andar via»[20], perciò «ad occhi socchiusi» «accoglimi» «con l’anima lieve», «sorridimi»[21]. Sarò per te «la musica che danza» «nella stanza vuota» quando «i nostri respiri/ accenderanno la notte»[22]. «Oggi mi sento bellissima», «tu me lo sussurravi tra le labbra» e «sulle mani mi scrivevi» «ti amo»[23]. Ma qui Wilde non può mancare, cara Anna, per rincuorare anime in cerca di sospiri stravaganti mi va di dire. «O se per un’ora una statua antica/ si ridestasse alla passione e io potessi/ scuotere l’Aurora dalla sua muta disperazione./ Mischiarmi a quelle membra, ritrovare/ in quel petto un rifugio»[24] nella bellezza – s’intende – nei voleri di Oscar che non nasconde l’amore per la «Venere» di Milo. «O se per un’ora… », disse, fissando nel cielo «lunghi fuochi rossi».

Purtroppo trovo arido il mio passato e nulla mi giunge per addolcire le fatiche d’un cuore che «giace spoglio» al sole, direbbe Emily. «Quant’è felice» quel sasso – per la Dickinson – «che vaga sulla strada solo» e «non si preoccupa» di nulla e di nulla «ha paura». Sono i versi di Anna che mi riportano a Wilde, a Emily, ai più grandi poeti che parlano d’amore e non solo d’amore.

Rimbaud infatti mi porta verso altre direzioni, eppur parla d’amore anche lui che «per mesi e mesi» volle seguire «i marosi all’assalto delle scogliere». Bello il verso, vero? Ma è Anna che nella bella poesia mi porta col sapore dei suoi amabili versi. Sì, perché pur io sognai la verde notte dalle nevi abbagliate,/ bacio che lentamente sale allo sguardo dei mari,/ la circolazione delle linfe inaudite, il giallo risveglio azzurro dei fosfori canori!»[25]. Che meraviglia!, grazie Anna.

È importante ritrovare la strada di quel «giorno», sembra vicina ma non lo è, è per me «la spina più profonda», dice Emily. Tutto «somigliava al caos/ gelido, immenso, senza una speranza/ senza un solo segnale dalla terra/ per orientare la disperazione»[26]. Grande Emily!, i tuoi versi di ghiaccio m’appaion di luce pur nelle lacrime del tuo viso straziato. Tu sorridi alla sera elevando l’anima nei brividi d’un cuore sciupato, sapore di anima che inonda come il sole la terra di baci. Sei bella Emily anche quando piangi.

«Scorderà la Natura che sia notte/ dopo che il sole è tramontato?». Se «la tenebra le coprirà la faccia/ e le spegnerà gli occhi,/ la Natura – dici – esisterà davanti/ a me»[27] sempre. Tu Anna non sei Emily nei suoi delicati rovinosi sospiri, nell’ansia furibonda che l’avvolge nel ritmo delle fugaci sensazioni fatte di pianto, e me ne compiaccio, ma hai l’estro di lei nel cammino delle ore che t’appaiono tetre talvolta, ma piene di speranza desiderosa – come sei – d’incontrare come lei il giorno nel silenzio del tuo spirito gioioso. I tuoi versi, Anna, come i suoi, mi fanno dire questa volta nel tepore dei tuoi occhi stanchi.

«Immersa,/riversa,/ radiosa,/ malinconia» a me «appari» e pure oggi come un tempo «mi accogli» perché proprio «nelle cose mai perdute/ custodisci ogni segreto», tu dici, «spettatrice del miracolo di un nuovo mattino».

Anna tende al mistero magari avvolto da fiori verdi nell’ansia di schiuderlo, nella capacità di stringerlo per non lasciarselo sfuggire. Più d’una volta ci ha provato e che ha trovato?, la sua anima triste nel risveglio d’un’estate fresca di cielo. Ha trovato lucciole sparse sui muri tra more deserte redente dal sole dove il vento non tocca i sospiri nei giorni di fuoco. Questa è Anna, per me s’intende, davanti a cuori che sanno di terra, sobriamente rinchiusi a volte nei racconti che sembrano spietati, pungenti, direi, nei vari crepuscoli della sera. Anima buona, insomma, sensibile ai sorrisi ridenti lontani dai flutti, come dissi un dì pensando alla vita che passa e va chi sa dove. Brava Anna, la tua stupenda poesia sa di anima che ama la vita e gli astri nel loro muoversi nel cammino che porta a rive silenziose, arcane se vuoi, ma tinte d’azzurro come l’azzurro dei tuoi sogni. Anche per questo trovo in te l’estro di Emily, comprendimi se parlo così, ma anche lei ha un’anima grande, grande come la tua.

Io, che ascolto tutto, medito sulle cose del mondo anche per dare una risposta a quest’essere che contempla nella sera il ricordo dei giorni vissuti nell’oscurità e nel pianto sotto l’ombra della luna. E penso pur io che la poesia, la buona poesia, possa cambiare la vita che negli anni si consuma senza la speranza d’un rifugio per l’uomo purtroppo stanco di sperare[28].

«Lenta nell’inspiegabile infinito», «la ragione» «nell’estasi pungente» «si ferma e tace» e «gioca con le stelle poggiate» sul tuo «viso». Questo dici «nel vuoto,/ tra la pioggia e i tuoni» e «nel silenzio dolce di universo» «irrompono» i tuoi «occhi»[29] stupendi. Brava Anna!, i tuoi versi mi giungono al petto come «in un atto di rapido amore», direbbe Neruda. Cosa è stato infatti per te «quel filo spinato», perché spinato, Anna, se ti ha tanto legato a chi hai tanto amato?

Era spinato quel filo, eppure a lui ti sei legata, ma per la forza di amore che non conosce torture se non quella di amare chi forse non merita amore. Eppure sentivi quei suoi «pronunciati mille ti amo». Immaginavi che «sarebbe cambiato»? «Quante promesse», «quanti baci»… «quante false promesse» in campo d’amore, sì «false promesse» – tu dici – «i nostri giorni hanno graffiato!». «Mio… mio ti volevo» «come il più atteso amore» «ti volevo». Poi tutto andò via come in un lampo per perdersi nel vuoto. Ora «le ferite nere» «camminano» al tuo «fianco» e «lentamente rapiscono la luce. Meraviglia delle meraviglie i tuoi versi oserei dire sereni, malgrado tutto. Perché «amarti», «amarti» e «amarti», come dici, è «nella febbre fatta d’amore». Brava Anna! «Come il mare rispecchiano le mie passioni più sfrenate»[30], dice Wilde, e tu lo segui quando t’abbandoni alla musica delle passioni travolgenti.

«Mi piace attraversarti il sangue», dici infatti. Bravissima Anna, soprattutto quando «viaggiare con i tuoi pensieri» «con desiderio sveglio», «remissivo», «tempestoso» ti vedi per «mordere» il suo «respiro» e perderti nelle sue «labbra». M’accorgo – leggendo te – che «la rugiada albeggia sopra corolle illuminate», lo dice Neruda. «Ah, primavera! Ti parlerò col mio linguaggio che nasconde segni della mia gioia profonda, dopo l’intima tristezza. Torcitrice di giacinti, animatrice di farfalle azzurre, primavera d’Agosto, il viandante ti innalza»[31].

Sì, «la mia inquietudine e passionalità arginate e la mia pienezza di vita avevano bisogno di spazio»[32], dice Hesse. Sì, «anche pensare era di estremo conforto, faceva bene e aiutava a vivere»[33]. Quanti sguardi, brividi improvvisi negli affanni svaniti, quanti sospiri stravaganti nei dolci e amari pensieri che avvincono l’anima e seducono lo spirito!

Leggendo Wilde, mi soffermo per un attimo su un verso magnifico: «Quel mistico gioiello illuminato dalla luna»[34], è detto in un punto. È la tua poesia, Anna, credimi. Ma voi «perdonatemi se vi ho ferito», «tendetemi le braccia»[35].

IN CROCE

Inchiodato, schiacciato

sulla croce ti ho visto,

imparato, creduto.

Ti ho immaginato

lambendo magia dal vangelo.

Affidandomi al tuo volere

nell’oggi e nel domani

ti ho cercato e amato.

Dubbi si accendono nel tempo

sulla vita, sulla morte sul dolore.

Dilagano nella storia

raccontata da una fede trapassata,

rimessa e riadattata.

Il mio pensiero incerto ti abbandona.

Vagabondo si allontana

nella sfuggente orbita cieca del mistero.

La ragione nell’estasi pungente

sulla linea di orizzonte

si ferma e tace.

Lenta nell’inspiegabile infinito

gioca con le stelle poggiate sul mio viso.

Nel vuoto,

tra la pioggia e i tuoni,

nel silenzio dolce di universo

irrompono gli occhi tuoi.

Chi sei?

Gesù sei tu in questa luce?

Non guardarmi cadere.

Aiutami,

dimmi da dove ricominciare.

**********

FUMMO

Ci sentimmo perduti

quando il sole si spense.

Rimanemmo anime legate

nella bufera del vento.

Fummo fogli di carta

alla riva di un fiume assetato

di lacrime e sassi.

Fummo fango nel paradiso

sorriso nell’inferno

gioia e pianto sulla terra.

Fummo

fummo troppo di niente

in un tempio coperto di neve

sciolta nel rosso calore

di un bacio per sempre.

 


[1] P. Neruda, Storia di acque, di boschi, di popoli, a cura di G. Bellini, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, p. 36.

[2] O. Wilde, Poesie, trad. it. di F. Buffoni, Mondadori, Milano 2007, p. 39.

[3] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, Il Raggio verde Edizioni, 2018, p. 75.

[4] O. Wilde, Poesie, cit., p. 51.

[5] A. Leo, Graffi di polvere nell’Eco delle tue parole, Casa Editrice Kimeric, Patti 2018, p. 42.

[6] A. Rimbaud, La stella piange, trad. it. di D. Grange Fiori, Mondadori, Milano 2007, p. 54.

[7] P. Neruda, Storia di acque, di boschi, di popoli, cit., pp. 94-95.

[8] Ivi, p. 61.

[9] Ars poetica, 361.

[10] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, cit., p. 62.

[11] E. Dickinson, 48 poesie, trad. it. di M. Bacigalupo, Mondadori, Milano 2007, p. 7.

[12] Ibidem.

[13] P. Neruda, Poesie d’amore, trad. it. di R. Bovaia e R. Paoli, Mondadori, Milano 2007, p. 41.

[14] P. Neruda, Storia di acque, di boschi, di popoli, cit., p. 93.

[15] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, cit., p. 63.

[16] Cfr. R.A. Corina, Nei limiti della ragione. Una filosofia per lo Spirito, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2014, p. 31.

[17] Ivi, p. 29.

[18] A. Leo, Sara. Un io diviso, Bertoni editore, Ellera 2020, pp. 44 e 33.

[19] Ivi, p. 30.

[20] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, cit., p. 27.

[21] Ivi, p. 12.

[22] Ivi, p. 27.

[23] Ibidem.

[24] O. Wilde, Poesie, cit., p. 47.

[25] A. Rimbaud, La stella piange, cit., p. 15.

[26] E. Dickinson, Poesie, trad. it. di A. Marianni, Bompiani, Milano 2002, p. 137.

[27] Ivi, p. 231.

[28] Cfr. R.A. Corina, La casa sotto la luna. Romanzo d’amore e libertà, Edizioni Esperidi, Monteroni di Lecce 2015, p. 32.

[29] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, cit., p. 50.

[30] O. Wilde, Poesie e “Ballata del carcere di Reading”, a cura di M. D’Amico, Newton, Roma 1991, p. 35.

[31] P. Neruda, Storia di acque, di boschi, di popoli, cit., p. 94.

[32] H. Hesse, Hermann Lauscher, trad. it. di F. Ricci, Newton, Roma 1993, pp. 28-29.

[33] H. Hesse, Klein e Wagner, trad. it. di F. Ricci, Newton, Roma 1992, p. 47.

[34] O. Wilde, Poesie e “Ballata del carcere di Reading”, cit., p. 109.

[35] A. Leo, Sulla sabbia il profumo d’inverno, cit., p. 33.

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