Racconti, Scrittori salentini

Le ossa del CUORE

di Antonio Sparro

E. De Donno, Otranto, acquerello n. 1 (2007)

Le mie zie materne amavano raccontare con una punta di orgoglio e un po’ di preoccupazione, quando io, piccolino, sulle mie gambe da poco e con qualche problema con le consonanti vibranti, dopo un capriccio e un bonario rimprovero, ad una zia che indicando un calendario con l’immagine del sacro Cuore, ebbe a dire: ‘Non devi fare così, sennò Gesù piange’, pare abbia risposto ‘libbo è quello’.

Posso dire quindi di essere scettico sin dalla nascita. Per uno nato tra il Castello e la Cattedrale e a scuola sempre dalle Suore, era quasi inevitabile bazzicare per la sagrestia e le parti absidali della Cattedrale. Non essendo ancora a conoscenza di come si possa barare nei più svariati campi della vita, ritenevo che quello dei numeri, fosse quello più facile da falsificare. Chiedendo collaborazione ad altri chierichetti, a teche aperte, ho quindi provato a contare le ‘culozze’, almeno quelle che si potevano vedere. Impresa per niente facile a causa dell’altezza delle teche e dei riflessi del vetro, e mai portata a termine per lo sguardo dissuasivo e fulminante di Donatuccio, il sagrestano. Non ci restava altro, a quella età, che contemplare, rapiti, la freccia che spuntava dall’orbita oculare, nell’unica teca che veniva messa in vetrina. Mi divertiva pensare che quel teschio con la freccia che fuoriusciva dall’occhio, fosse capitato lì per sbaglio, che potesse essere la testa di un turco, che non fosse un martire della fede, ma un combattente, un senza Dio, o uno che avesse solo cercato di difendere le sue galline. Erano pensieri che tenevo per me. Non li avrei mai comunicati agli altri chierichetti, tutti presi dal problema del ruolo che avrebbero avuto nella prossima funzione: candela o incensiere? Per tutti, gli 800 erano stati decapitati, e chiedersi se quel teschio era stato messo lì per fare scena, era un pensiero sconveniente. Forse un peccato. Ma di quelli che confessavo solo a me stesso, dandomi l’assoluzione senza penitenza, come quando avevo fatto la cresta sui soldi raccolti coi francobolli per i tubercolosi. Il racconto di don Grazio ai visitatori e ai turisti, ormai lo sapevo quasi a memoria. Poi, con gli anni, cinicamente convinto che è meglio lasciar stare i fanti e scherzare coi santi, ho scritto dissacrando, alla maniera delle ‘interviste impossibili’, l’eccidio raccontato da un superstite. Ora, fantasticare su quante di quelle culozze siano giovani o vecchie, femminili o turche non mi passa più per la testa. Forse non abbiamo bisogno di eroi, ma i miti ci servono sempre. Per noi Otrantini, erano Santi da molto prima che li santificassero. E per me, a furia di scherzarci, sono diventati amici cari. E quindi, guai a chi me li tocca. Nel tempo, non mi son fatto mancare letture interessanti, studi storici, pubblicazioni scientifiche, approfondimenti, scoperte, prese di posizione a volte contrastanti, sui fatti intorno al 1480, ma se qualcuno mi chiedesse di parlare dei Santi Martiri, per non farla lunga, gli racconterei quello che don Grazio ripeteva ormai a tutti, come una filastrocca. Mi piaceva don Grazio. Ma in me la vocazione del cacacazzi era più forte di quella religiosa e una sera gli chiesi in parole povere come si conciliasse la vendita dei suoi libri che immancabilmente seguiva la chiusura della teca in basso a sinistra, con la storia di Gesù che scacciava i mercanti dal tempio. Lui mi fece un bel discorso che mi sembrò convincente, pur avendo capito quasi niente della sua risposta. Una sensazione che da lì a qualche anno avrei riprovato alla fine della prima lezione di economia politica all’Università. Mi piaceva don Grazio. Fare il chierichetto, anche se per breve tempo, mi permise di osservarlo da una posizione privilegiata, alle sue spalle, durante le omelie. Lunghi pensieri sussurrati, come un adagio musicale, con alcune parole quasi in sordina, che erano, come in ogni opera lirica che si rispetti, il preludio a crescendo concitati, che accompagnava con tutto il corpo rizzandosi sulle punte dei piedi, paonazzo in viso e con un droplet le cui tracce restavano inconfondibilmente sul librone del Vangelo. Inconsciamente devo aver registrato in qualche modo le modalità sonore delle sue prediche se, a distanza di molti anni, nei primi tempi delle mie esperienze teatrali, in un laboratorio, improvvisai, con insperato successo, un personaggio che ne ripeteva movenze e toni.

Stranamente, o forse no, per me, scettico ed iconoclasta, la storia dei Santi Martiri è sempre stata una storia di resistenza e di rassegnazione, di orgoglio e di umiltà, di fede e di testimonianza con la vita, di crude verità e di leggende, di un corpo che privato della testa rimane in piedi, di un rinnegato impalato, di una statua che miracolosamente traversa il canale d’Otranto, di una Idrusa come la Maddalena, un po’ santa e un po’ puttana, di Spagnoli che se la svignano, di convertiti che salvano la pelle, di incorrupta corpora, di reliquie spriculate, in teche circolari appese sulla testa di letti in ferro battuto culla saccune de lana o de crinu, di cavalli che defecano sul capolavoro di Pantaleone, di nobili che si accordano con gli infedeli, di nobili che sacrificano la vita per la città, di un masso sporco di sangue, di signorotti che, come accade in tutte le guerre, ne approfittano per accumulare ricchezze, di ossa che potrebbero essere di chiunque, ma soprattutto di Santi che non hanno bisogno di fare miracoli, perché loro stessi sono stati un miracolo. Per cui, a quelli che mettono in dubbio le nostre storie, le nostre leggende, le nostre credenze, le nostre verità, bisognerebbe dire come in Good morning Babilonia: ‘noi siamo i figli, dei figli, dei figli dei Santi Martiri, ma vui, de ci siti figghi?’ Anche se poi, tanti di noi, hanno l’aspetto di un turco. Pintu scuddhratu.

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