Cultura salentina

Sudore umore

di Bruno Marchi

Foto di Bruno Marchi: PESCHERECCI ALLA MARINA DI TARANTO (VIA CARIATI), 1972

Nel silenzio leggero, tra le note che riempiono di poco lo spazio inseguendosi tristi, il pulviscolo illuminato dal sole del pomeriggio danza un’intonata coreografia dalla storia non chiara. Se ne può apprezzare l’impatto emotivo, comunque.

Un fetore di urina di gatto impregna il divano dalla consistenza simile a quella dei materassi di foglie e crine sui quali avevo riposato nella controra di nonna che prometteva, se stavo quieto fino alle cinque, di comprarmi un gelato al latte ch’era più grande del solito e per questo aveva due stecchi che lo tenevano su.
Aspettavo, cos’altro mi restava da fare? Leggevo e rileggevo Flash Gordon che ogni pomeriggio tornava sul pianeta Mongo a suonarle al pessimo Ming, lo spietato imperatore dai tratti orientali. Gordon era biondo, muscoloso e dalla mascella forte, eterno fidanzato di Dale Arden, sicura anche lei della sua bellezza fascista. Feticcio mussoliniano, avanguardista e seducente non si concedeva all’aitante cosmonauta il quale, forse a causa di quel desiderio frustrato, andava giù duro con Ming e i suoi compari. Accompagnato dal dottor Zarro, disperdeva nello spazio interstellare testosterone altrimenti inutilizzabile. Non avevo e non ho elementi per dirlo ma i due, chiusi per tanto tempo in improbabili capsule spaziali, non la raccontavano tutta.
Il tempo sospeso aumentava la temperatura.
In quei pomeriggi d’estate l’afa liquefaceva l’asfalto che ondeggiava e il senso dell’istante perso aveva l’alito pesante di chi ha mangiato pesce e bevuto vino ed è andato a letto senza passare dalla sala da bagno.
In alto, oltre la collana di case popolari, la ciminiera dell’acciaieria eruttava fumo senza sosta, mentre l’altoforno al tramonto regalava un commovente cielo rosso di diossina.
Il tempo era quello dell’attesa, come il mio diuturno vagare impegnato a realizzare una vita che sulle prime sembrava meglio.
Su questo divano adesso mi chiedo dov’è l’imbroglio: cos’è che regola il circadiano andare e venire del respiro e del cuore che freme e salta e s’inceppa, come quando gli occhi di lei, ragazzina dai lunghi capelli neri tristi da guardare e profumati di basilico, intrecciavano i miei? Occhi miopi d’amore corrisposto a rate, appena sufficiente a sognare. Sottopagato ed incapace di spingersi oltre il confine di quel rione corrotto, ridotto a universo crepuscolare di affetti consumati al pensiero di ciò che avrebbero potuto essere e che mai furono.
Sudore e umore acre, lievemente mitigato dalla tramontana che arrivava a sorpresa alle spalle dello scirocco, ansioso di riprendere il suo posto in prima fila così da portare a casa l’odore del mare e delle barche ormeggiate al molo a guardare gli autobus verdi che sfilavano veloci verso la stazione dopo il ponte.
Sudore e umore acre, ma forse non è il divano che sa di urina felina.

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